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Coldiretti sollecita i comitati tecnici e le autorità regionali 
La flavescenza non dà tregua servono interventi immediati

ALESSANDRIA 
La vitivinicoltura rappresenta per il Piemonte un patrimonio dal valore inestimabile. Più in particolare per la nostra provincia ben 15 mila ettari coltivati a vigneto e produzioni di straordinaria qualità rappresentano significative garanzie per un settore di importanza fondamentale nel contesto economico e sociale. Purtroppo, però, da un po' di tempo a questa parte questa ricchezza è stata messa a repentaglio dall'attacco di una fitopatologia che ne mette seriamente in discussione il futuro: la flavescenza dorata. Questo nome e questa malattia sono divenuti ormai una minaccia concreta per i produttori viticoli dell'alessandrino, che vedono questo loro patrimonio concretamente messo in discussione. La Coldiretti provinciale, raccogliendo la preoccupazione dei produttori, si fa portavoce delle loro difficoltà, sottolineando come, fino ad oggi, il problema sia forse stato affrontato, da parte di diversi soggetti interessati, con eccessiva superficialità. Occorre dunque che, fin da subito, tutti gli organi preposti, sia Provinciali che Regionali, si attivino per intervenire in  maniera concreta a difesa dei nostri vigneti. Per primi i viticoltori devono prendere coscienza del pericolo che può derivare, all'intero settore, a seguito di una inadeguata osservanza delle direttive tecniche suggerite loro dai responsabili delle organizzazioni professionali agricole. La maggioranza dei produttori si è resa conto delle possibili nefaste conseguenze che potrebbero distruggere i nostri vigneti. Una parte, seppure esigua, non ha forse valutato con attenzione i reali pericoli in essere. La Coldiretti confida nel loro buon senso e nella loro comprensione del problema, ricordando come gli interventi previsti, per essere veramente efficaci e dare risultati positivi, debbano essere realizzati completamente, sia sui vigneti in produzione quanto sui gerbidi, senza lasciare fuori zone che si trasformerebbero in aree di sviluppo della patologia. Un concreto apporto deve essere finalmente messo in campo dalle varie strutture ed organismi, creati su misura e mai resi realmente operativi, a partire da quei Comitati Tecnici, istituiti ai vari livelli, con il compito di coordinare l'attività e gli interventi, che però, fino ad oggi, hanno espresso articolati trattati tecnico-scientifici, senza approfondire le tematiche sul territorio. I soli risultati concreti derivano dall'intervento tecnico della Coldiretti e delle altre organizzazioni di categoria, razionalmente coordinate dall'Osservatorio per le Malattie delle Piante di Torino: è fondamentale che ad essi si aggiunga il necessario intervento istituzionale, attraverso l'adozione di precise normative che permettano di ottenere risultati concreti -altrimenti non realizzabili - anche nei confronti di coloro che, sensibilizzati sulla necessità di intervenire, continuando a sottovalutare le potenzialità distruttive del vettore Scaphoideus sugli impianti, non osservino le direttive consigliate. Altri pericolosi interrogativi permangono sulle modalità di indennizzo per i viticoltori danneggiati, generando ulteriori difficoltà nella difesa di un patrimonio di grande importanza sia dal punto di vista reddituale che da quello ambientale. Anche per essi, la Coldiretti chiede un intervento mirato, prima che negative conseguenze irreversibili determinino un rovinoso impoverimento della vitivinicoltura piemontese. 

(La Stampa, 7/5/2000)


Sicilia ultima scommessa per il vino di qualità Via gli agrumeti, si torna alla vigna 
SETTE CONCORRENTI PER L'ACQUISTO DELLA CORVO DI SALAPARUTA
di SANTI MESSINA

Roma
Il vino come biglietto da visita. E come cartina di tornasole di quelle realtà produttive che, attraverso la via enologica cercano di riprendersi il ruolo di motore economico delle zone pronte a riscoprire la loro vocazione vitivinicola. È così che si spiegano gli aumenti del prezzo per ettaro dei terreni destinati (o riconvertiti) alla coltivazione della vite, registrati mediamente negli ultimi quattro anni: 13% al Nord, 14% al Sud e 19% al Centro (soprattutto per l'effetto trainante della Toscana), con una tendenza generalizzata verso il 20% nell'ultimissimo periodo. Punte di diamante, ovviamente, le zone del Barolo (dove con la vigna "I Cannubi" si è arrivati al record di un miliardo a ettaro), del Brunello di Montalcino (400 milioni a ettaro con rivalutazioni dell'ordine del 300% nel quinquennio), del Valpolicella (le migliori esposizioni superano abbondantemente i 200 milioni a ettaro), ma quotazioni "medie", sempre dell'ettaro, che oggi viaggiano intorno ai 60 milioni nel Nord, sui 40 milioni nel Centro e superano i 30 milioni di lire nel Sud. Con anche un'inversione di tendenza, all'interno delle quotazioni stesse, rispetto a qualche anno fa: una selettività che non bada più alla resa quantitativa ma è finalizzata quasi esclusivamente ad ottenere caratteristiche migliorative del prodotto. E così anche in molte zone adesso non sono più i vigneti di pianura ad avere le quotazioni alte, ma quelli collinari, in posti dove il clima favorisce la maturazione piena delle uve, su terreni con un buon drenaggio delle acque e quindi con anche dei sassi frammisti alle zolle: il Sassicaia ad esempio (nome attribuito non a caso), nato su terreni di questo tipo, è oggi fra i vini più esclusivi al mondo e il prezzo a bottiglia della produzione "normale" di alcune annate si attesta intorno alle 200 mila lire. Una svolta di qualità, dunque, così come è stato detto all'ultimo VinItaly, quasi a suggellare un cambiamento di rotta per un settore che alla base ha dalla sua i numeri giusti: un volume d'affari che, a seconda dell'annata, arriva a toccare i 15 mila miliardi di lire; un export di 4.200 miliardi (nel '99) e una produzione di 56 milioni di ettolitri, pari al 21% di quella mondiale e al 34% di quella della Ue. Ma è sulle 21 etichette dei vini DOCG (Denominazione d'Origine Controllata e Garantita) e sulle 306 di quelli DOC (Denominazione d' Origine Controllata), rispettivamente con 2,2 e 8,4 milioni di ettolitri e che insieme rappresentano il 19% della nostra produzione, che è puntata all'attenzione, perché è dalla qualità, appunto, che ci si aspetta il colpo d'ala. Questo comparto esporta quasi il 45% di quel che produce (e rappresenta circa un terzo dell'esportazione totale) e ha fatto registrare per le imprese aumenti di fatturato dell'ordine del 40%.  È convinzione degli addetti ai lavori, che è proprio questo il tasto su cui insistere, i vini sui quali puntare per sviluppare il settore e non è forse una semplice coincidenza se l'assemblea annuale del 2000 dell' Associazione Nazionale delle Città del Vino (oltre 300 comuni di tutta Italia) si svolgerà per la prima volta in Sicilia (dal 10 al 14 maggio) in sette comuni della cintura etnea sul cui territorio si produce un DOC tanto buono quanto poco conosciuto: l'"Etna Rosso", settemila ettolitri circa (per ora) a vendemmia, quasi tutti esportati in Germania e Belgio soprattutto) e fuori dall'isola noto quasi esclusivamente ai componenti di un certo establishment (dall'allora segretario di Stato Vaticano, cardinale Casaroli ad Andreotti) invitati dall' ambasciatore Scammacca nella sua tenuta di Santa Venerina. La Sicilia d'altronde (insieme ad alcune altre zone del Mezzogiorno), con i suoi 200 mila ettari destinati alla viticoltura, quasi tutti adatti per questa nuova tendenza al vino di qualità, sembra essere adesso la nuova frontiera per gli investimenti del settore. Alla Sofipa, la merchant bank del Mediocredito Centrale, scelta dalla Regione come advisor nella vendita della sua azienda "Corvo di Salaparuta" (700 ettari, 45 miliardi di fatturato, 9 milioni di bottiglie), si sono presentati a competere in sette (sei dei quali non del luogo): la Zonin, il Gruppo Italiano Vini, il gruppo Zignano Santa Margherita (di Paolo Marzotto), la Fratelli Bolla (ormai dell'americana Brown-Forman Corporation), l'Ilva di Saronno, la famiglia Mentasti (ex proprietaria della San Pellegrino) e un gruppo di imprenditori locali; prezzo in discussione: dagli 80 ai 120 miliardi di lire. E nella zona di produzione dell'Etna Rosso ad esempio, estesa su una ventina di comuni disposti in un semicerchio a sud e a est del vulcano, e dove peraltro si trovano ancora appezzamenti a un costo che va dai 10 ai 15 milioni di lire a ettaro, dopo una forsennata (e dissennata) corsa negli ultimi quarant'anni a piantare agrumi, viste le nuove richieste di mercato, si assiste ora a un ritorno alla vigna. Una scommessa, e per giunta ad alto rischio, se si pensa che ormai bisogna puntare esclusivamene sulla qualità, e che questo significa quindi selezionare severamente uve e terreni, abbinare antiche metodi di coltivazione a nuove tecniche di vinificazione, intervenire sulla vite con trattamenti (e investimenti) di lungo periodo; il tutto in un contesto che, proprio per il "vuoto" vitivinicolo degli ultimi decenni e visto il sempre più scarso  ricambio generazionale nel mondo dell' agricoltura, può risentire di una certa carenza locale di competenze specifiche e maestranze. E che questa sia una strategia vincente, i produttori del posto l'hanno capito quando all'ultimo VinItaly, la Cambria, un'azienda agricola di Castiglione di Sicilia, neanche presente direttamente ma appoggiata ad altro stand, in tre giorni, semplicemente su campionatura (e assaggio) ha venduto l'intera produzione dei suoi 100 ettari che verrà immessa sul mercato nel 2001. E poi, c'è l'altra grande carta del futuro legata al vino: l'enoturismo, che secondo il Censis entro i prossimi 5 anni dovrebbe fatturare tra i 3 e i 5 mila miliardi di lire, creando oltre diecimila nuovi posti di lavoro.

(La Repubblica, 8/5/2000)



Il «gioiello» delle colline albesi sarà presentato ufficialmente il 21 maggio al castello Falletti 
Giugiaro padrino del vino barolo ‘96
Giuseppina Fiori

 BAROLO Il barolo ’96 entra in società con un padrino d’eccezione: Giorgetto Giugiaro. I dirigenti dell’enoteca regionale del barolo hanno deciso di dedicare al noto designer la nuova annata del prestigioso vino, che sarà ufficialmente presentata domenica 21 maggio al castello comunale «Falletti» (ore 10,30). Il presidente dell’enoteca regionale, che raggruppa i produttori degli undici Comuni della zona tipica, Luigi Cabutto, spiega: «E’ ormai una tradizione per l’enoteca dedicare la nuova annata del grande vino, che si affaccia al consumo dopo il lungo invecchiamento, ad un personaggio dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Per il barolo ’96, un’annata prestigiosa, la scelta è caduta su Giorgetto Giugiaro, un piemontese di fama internazionale, in rappresentanza di un vino che dal Piemonte ha saputo conquistare i mercati di tutto il mondo. Testimone d’eccezione nel campo del design e della creatività, Giugiaro lo scorso dicembre è stato eletto, a Las Vegas,"designer del secolo" da una giuria composta da 120 giornalisti provenienti da tutto il mondo». Domenica 21 maggio sarà ospite d’onore della festa che vedrà la presentazione dell’annata, degustazioni, commenti e un «pranzo al barolo». Le bottiglie di barolo ’96 abbinate al designer saranno «vestite» con l’etichetta dell’enoteca realizzata dal pittore braidese Massimiliano Morandelli. Con l’occasione saranno anche consegnate le onorificenze dell’«Ordine dinastico del barolo» al giornalista televisivo Tito Stagno e ai titolari dell’«Enoteca Trimani» di Roma. Le degustazioni del barolo ’96 proseguiranno al castello fino al 27 maggio. Lo scorso anno il «re dei vini» era stato abbinato al cantautore Gino Paoli. Fra i personaggi scelti negli anni precedenti, Fabio Fazio, Gad Lerner, Stefania Belmondo, Ottavio Missoni, Ornella Muti, Franco Piccinelli, Giorgio Bocca, lo chef Gualtiero Marchesi, il costruttore di auto Alejandro De Tomaso, il manager Bruno Sacco. Sempre in tema di vini, la cantina «Terre del Barolo» di Castiglione Falletto ha ottenuto l’importante riconoscimento della certificazione di qualità «Uni En Iso 9002».

(La Stampa, 9/5/2000)



GAIOLE — Il Castello di Brolio fa parte dell'«Albo d'onore delle Dimore Storiche» della Regione Toscana. L'albo annovera importanti patrimoni privati, entro i confini toscani, «di rilevante valenza storico-artistica». «La sua costituzione offre un giusto riconoscimento a quanti sono impegnati in opere di conservazione e restauro e in iniziative di valorizzazione su complessi monumentali di proprietà privata». Brolio è di proprietà della famiglia Ricasoli dal 1141. Il grande palazzo oltre le mura, in mattoni e pietra, è in stile gotico-senese; è stato restaurato e in parte costruito attorno al 1860 dal Barone Bettino Ricasoli su progetto dell'architetto Marchetti. 
 

(La Nazione, 10/5/2000)



Intervista a Giovanni Satragno, eletto ieri mattina alla presidenza dell’associazione produttori
Noi, contadini del moscato Crediamo nell’«Asti» è il nostro futuro
Sergio Miravalle

E’ arrivato ieri mattina nella sede della Produttori Moscato d’Asti Associati con la fidanzata Paola, insegnante di inglese a Costigliole. Giovanni Satragno, 47 anni a novembre, dal 1980 sindaco di Loazzolo (380 anime e la doc più piccola d’Italia), ne è uscito, come previsto, con la nomina a presidente del sodalizio. L’ha votato all’unanimità il consiglio direttivo riunito al gran completo, in rappresentanza dei 3700 iscritti. Molti volti nuovi, qualche gesto impacciato, un pizzico di emozione: «Qua siamo contadini, mica esperti della politica» commentano a suggello del brindisi di rito. La «rivoluzione dei Cobas del moscato» è arrivata alla stanza dei bottoni dell’Associazione. Giovanni Satragno, sarà affiancato da due esperti vicepresidenti Renzo Balbo leader della cantina sociale Vallebelbo, Luigi Scaglione enologo di Canelli e da un esponente dei «giovani»: Roberto Bussi, 40 anni da Santo Stefano Belbo. Sono stati nominati anche i dieci rappresentanti nella commissione paritetica che dovrà discutere il nuovo accordo interprofessionale. 
 Il rapporto con le Case dello spumante muterà e come?
Abbiamo già fissato un incontro con il presidente del Consorzio Guido Bili. E martedì ci ritroveremo a Mango. Noi vogliamo fare un discorso serio chiedendo il riconoscimento effettivo della qualità in vigna. Siamo disposti ai sacrifici, come abbiamo sempre fatto, ma da dividersi equamente. L’«Asti spumante» è il nostro presente e anche il nostro futuro.
Passiamo ai numeri. L’anno scorso un ettaro di vigna a moscato ha «reso» ai produttori di uva 13,5 milioni. Voi avete contestato la trattenuta del 10% per finanziare la promozione delle industrie. Ma quanto vi aspettate possa essere pagato il moscato la prossima vendemmia?
Sappiamo che il momento di mercato è delicato. Non pretendiamo la luna. Nelle vigne la mentalità sta cambiando, si sta  capendo che non bisogna più rincorrere i quintali di produzione che poi creano eccedenze che fanno concorrenza all’Asti di qualità. Facciamo i conti seriamente e troviamo un equilibrio. Se, nel giro di qualche anno, arrivassimo alle 20 mila lire al miria, sarei contento. E intanto ci sono 400 mila ettolitri di stoccaggio. Una mezza vendemmia. E’ un peso per tutto il settore a cominciare dalle cantine sociali. A questo proposito credo si debba sanare la frattura con le cantine che non hanno aderito al nostro progetto di gestione dell’Associazione. Le porte le teniamo aperte. Sulle eccedenze il problema vero è su 120 mila ettolitri. Nel 1986 si arrivò alla distillazione. Spiace, ma se dovesse servire per ripartire seriamente su nuove basi... 
E le organizzazioni agricole?
Mi sono dimesso dalla Coldiretti dove ero tecnico, ma non per polemica. Penso che tutti sindacati debbano ripensare a quanto è successo in questo anno. I contadini del moscato e io con i miei 4 ettari sono tra questi meritano più attenzione, la base va ascoltata. 
Il rapporto con i sindaci?
L’idea è di arrivare ad un «parlamento del moscato» con sede a Santo Stefano, aperto ai sindaci dei 52 comuni della docg. L’«Asti» nel suo territorio deve esserci e non solo nelle occasioni ufficiali. C’è tanto lavoro da fare. Per fortuna non sono solo.
 

(La Stampa, 12/5/2000)



La grandine sui germogli
Vigneti flagellati da Moncalvo a Costigliole

I curatissimi vigneti di cascina «Brichet», sembrano devastati da un bombardamento: piante di vite completamente «nude», spogliate dai germogli che proprio in questi giorni stavano entrando nella loro fase vegetativa più intensa. Nel cortile «È come se fosse passato un tornado» raccontano i Massasso: foglie sminuzzate mescolate a terriccio, pietre e sassi scesi dalle colline. Questo il ritratto di frazione Repergo, il giorno dopo. Lo stesso triste panorama di desolazione ieri mattina si presentava in molte zone dell’Astigiano. Da Calliano (gravi danni ai vigneti in località Serra) a Castell’Alfero, da Moncalvo a Costigliole, da Mongardino a San Damiano. Il fortissimo temporale di mercoledì sera ha lasciato una scia di danni alle colture, la cui entità si potrà verificare con esattezza solo nei prossimi giorni. «Già nella tarda serata di mercoledì - racconta l’agronomo Ernesto Brovero - abbiamo compiuto i primi sopralluoghi nei vigneti, con una pila, in mezzo al fango. E poi ieri mattina ci siamo resi conto del danno». Brovero (tecnico della Cia), si occupa di una della zone più colpite, tra Calliano e Moncalvo: «Vento e grandine - racconta - hanno maciullato i germogli. Ora non resta che potare a zero e ripartire con la seconda gemma». In sostanza, si potrà recuperare qualcosa, ma s’intuisce che sarà compromessa la vendemmia 2001. Tra i versanti più colpiti, i vigneti di Barbera e Grignolino tra Calliano e Castell’Alfero, ma il danno è visibile anche su frutta, cereali e prati. Per ora sono «allettati» e si vedrà se è possibile recuperare con il bel tempo. I chicchi di grano in via di formazione, sono così teneri ed elastici da aver ammortizzato in parte i colpi. Anche in questo caso, solo dopo alcuni giorni si potrà capire il danno reale. Timori anche per i ciliegi di Revigliasco in piena vegetazione. A Costigliole in frazione San Michele, Sant’Anna e San Carlo danni ingenti a vigneti e strutture agricole. Devastati orti familiari e allagamenti ovunque: anche questi sono danni all’agricoltura, disagi che ricadono sugli abitanti delle zone rurali. Senza luce per alcune ore mercoledì notte, con fango e frane sulle strade di campagna, in alcuni punti coperte dal tappeto candido dei fiori di acacia strappati e gettati a terra. 
 

(La Stampa, 12/5/2000)


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