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INTERVENTO
Il problema del moscato visto da un produttore

Il produttore vinicolo di Loazzolo, Piero Cirio, interviene sul tema dei superi del moscato con una proposta e che è stata consegnata ai sindaci di Canelli (Bielli) e Loazzolo (Satragno). Intanto i «Liberi produttori» nominano i rappresentanti nella associazione Produttori di Moscato d'Asti in vista del rinnovo delle cariche del 27 aprile. Prima votazione a Canelli, il 3 aprile, alle 21, nel salone della Cassa. Il problema «Moscato» c'è ed è grande, complesso e di difficile soluzione a breve termine. In questi ultimi otto mesi si è visto molto movimento da parte agricola (finalmente!). Si sono svolte molte riunioni in tutti i paesi, molte condanne da parte di tutti a tutti. Presi di mira gli industriali, i sindacati, il Consorzio per la tutela dell'Asti, la Produttori Moscato Associati, le Cantine sociali... e chi più ne ha, più ne metta. Tutti gli altri sono colpevoli di questa crisi. Noi no! Noi produttori di questa uva così pregiata e così unica, siamo dei santi! Questo ho potuto constatare, essendo presente a molte riunioni così animate e vissute. Sono d'accordo con il giornalista Sergio Miravalle che ai «messaggi in bottiglia» a Mango, ha detto: «scheletri nell'armadio ne avete tutti, chi più chi meno!». 
Bisogna portare delle idee e tutti insieme portarne avanti almeno qualcuna. Naturalmente se i nostri sindacati fossero d'accordo per una linea unica sarebbe molto meglio. Ma visto che sono tre, e, a volte, mi spiace dirlo, addirittura nove! E questo perchè tra le tre privince (Asti, Cuneo, Alessandria) non c'è sempre intesa. Concordo con il portavoce Giovanni Bosco quando dice che bisogna promuovere il territorio dei 52 Comuni e i sindaci devono fare la loro parte. Aggiungerei che sarebbe ora che certi sindaci si svegliassero a difendere il prodotto «Moscato» e, magari, incentivarne la promozione nelle nostre zone. Noto che alcuni sindaci, in aggiunta a quelli che già lo facevano, si stanno muovendo. Nelle varie riunioni, ho constatato l'unanimità da parte agricola sull'eliminazione del tanto discusso «20 per cento» della quota fuori docg. Sono d'accordo, ma come fare? Se questa è la volontà della maggioranza dei produttori penso che si possa attuare questa regola. Credo che tutti i sindaci dovrebbero riunire i propri produttori e porre loro la domanda: «Volete abolire, non produrre, non vendere, non consegnare, non regalare questo 20% di uva bianca aromatica? Sì o no?». Credo che si possa rispondere più che a voce, per scritto. Naturalmente il voto di ogni produttore va moltiplicato per il numero di ettari in conduzione. Una volta chiarita la volontà dei produttori, il sindaco, potrebbe emettere un'ordinanza che vieta la vendita e commercializzazione di tale uva, così dannosa all'immagine del Moscato d'Asti, dell'Asti Spumante e del territorio. Si tratterebbe di un'ordinanza non dissimile da quella del sindaco di Bubbio sul problema antitransgenico. Anzi, qui, a detta di tanti produttori, dovrebbe portare un notevole beneficio e valorizzare fortemente la Docg, «il prodotto unico e unico al mondo» proveniente da questi 52 Comuni. Certo non ci saranno tutti, subito, ma cominciamo. Qualcuno faccia il primo, superi le diffidenze, ma si faccia qualcosa, perchè la vendemmia è fra sei mesi e le giacenze prevendemmia saranno di circa 356 mila ettolitri (due terzi di fabbisogno per l'industria). Quindi è facile prevedere un'altra annata a 90ql/ettaro, un'altra annata di sacrifici e di minori entrate a casa nostra! 
Pietro Cirio , Loazzolo 

(La Stampa, 21/3/2000)



Nuova sede per la festa del vino che si terrà dall'8 al 17 settembre: utilizzati i due cortili interni. La Douja d'or va al Collegio. Le degustazioni rigorosamente nel vetro

Sergio Miravalle
ASTI Signori si cambia. La Douja d'or edizione Duemila muta pelle e sede. Saranno i cortili ottocenteschi del palazzo del Collegio ad ospitare a Settembre, dall'8 al 17, la festa del vino. Una nuova sede tolta dalle incognite assolate delle piazze e «valida per un investimento di almeno un quinquennio» annuncia il presidente della Camera di Commercio Aldo Pia. ma non cambia solo la sede. Si annuncia anche una nuova «filosofia» per la maggiore valorizzazione dei vini piemontesi, senza nulla togliere alla validità nazionale del concorso, giunto alla 28ª edizione (il termine per la presentazione delle domande scade il 14 Aprile). Il progetto c'è ed è stato approvato dalla giunta camerale: si prevede il coinvolgiento del Comune che risistemerà l'ingresso dal cortile del Centro giovani e delle vicina biblioteca Astense, che ospiterà una mostra dei libri dedicati al vino.

Il nuovo corso prevede struttura rinnovate e l'abbandono definitivo dei bicchieri di plastica per le degustazioni (memori delle giuste polemiche dell'anno scorso). Si entrerà alla Douja acquistando un bicchiere in vetro da sistemare una taschetta da portare al collo. Il cortile dietro il liceo classico ospiterà il nuovo banco delle degustazioni e gli stand istituzionali «ma comunque legati al vino e all'enogastronomia per evitare che diventi una fiera del di tutto un po'» aggiunge Pia. Nel cortile del Collegio che ospita Astiteatro spazio per le cene d'autore e sotto il porticato l'area enoteca self service. Chi acquista i vini potrà caricarli anche dall'ingresso di via Carducci.

(La Stampa, 21/3/2000)



Colesterolo, scoperto come bloccarlo nelle arterie 
ROMA — Il colesterolo finisce ko. 

Una ricerca condotta dal Policlinico Umberto I di Roma dimostra l’efficacia degli antiossidanti nel liberare le arterie. Aprendo nuove strade contro infarto e ictus. Per un mese consecutivo è stata somministrata ad un gruppo di pazienti una dose di 900 milligrammi di vitamina E, una molecola in grado non solo di impedire che i grassi circolino nei vasi ma anche di assorbire il colesterolo già presente. Il professor Francesco Violi, ordinario di medicina interna, che ha coordinato il lavoro raccomanda: «E’ necessario fare le analisi del sangue almeno una volta all’anno. Massima all’erta per chi, in famiglia, ha casi di infarto o colesterolo alto». Il prossimo passo, lo studio di alimenti in grado di di combattere l’accumulo di colesterolo. Al primo posto, il vino. Successivamente, l’olio e i pomodori. E, proprio a tavola, comincia la prevenzione nei confronti del cuore. Gli esperti consigliano di limitare le carni rosse, i formaggi stagionati, i dolci carichi di burro e di aumentare la quantità di pesce, le carni di pollo e tacchino, le verdure e insalate fresche, i latticini totalmente o parzialmente scremati. I fritti vanno quasi dimenticati. 

(Il Messaggero, 22/3/2000)



A Rovereto di Gavi un'azienda che opera da mezzo secolo e produce 80 mila bottiglie all'anno. Bergaglio, dal buon latte all'ottimo vino
In cinquant'anni una trasformazione della produzione

ROVERETO DI GAVI 
Dal latte al vino, passando per la frutta: questo, in sintesi, il percorso agricolo compiuto in poco più di 50 anni dall'azienda agricola Nicola Bergaglio, oggi condotta dal figlio, Gianluigi, e dal nipote, Diego. E' un'ulteriore conferma di come il Cortese prodotto in queste terre, e che poi assunse il nome di Gavi, abbia determinato per molte aziende agricole un radicale mutamento di indirizzo, che le ha portare a dedicarsi esclusivamente e con successo, all'attività vitivinicola. «L'azienda fu creata nel '46 da mio padre - ricorda Gianluigi -, ma aveva caratteristiche diverse da quelle attuali. Avevamo due mucche nella stalla e come tanti altri si vendeva il latte al minuto, perché allora le leggi lo permettevano. Si produceva anche frutta, dedicata al mercato locale, ed un po' di vino, Cortese e Rosso, che mio padre vendeva a damigiane a clienti della zona. Ancora non si era affermato il Gavi e un modo per tirare avanti era quello di diversificare le produzioni. Soltanto nel '70 s'iniziò a produrre il Gavi, che quattro anni dopo ottenne la doc, e fu il salto di qualità. L'azienda però non era ancora il grado di provvedere direttamente all'imbottigliamento ed il vino prodotto veniva venduto sfuso. Il crescente successo del Gavi e la necessità, anche commerciale, di distinguere la nostra produzione ci convinse, nel '77, a creare una nostra catena di imbottigliamento diretto e ci dedicammo esclusivamente alla vitivinicoltura, dedicando ai vigneti 15 dei 18 ettari di terreno aziendale». La sempre crescente richiesta di Gavi, anche dai mercati internazionali, ha fatto sì che in azienda si decidesse di abbandonare la produzione di vino rosso per puntare esclusivamente su quella, molto più redditizia e congeniale, del bianco che ha reso celebri queste terre. Ora la produzione è di circa 80 mila bottiglie annue, oltre a qualche damigiana che viene riservata agli amici o a quei clienti che vogliono cimentarsi person almente nell'imbottigliamento. Il vino prodotto, tutto di tipo classico, fermo, è commercializzato in due diverse varietà: il Gavi docg del Comune di Gavi ed il Minaia, un «cru» di grandi caratteristiche, ottenuto da una vigna particolare. Anche l'azienda di Pierluigi Bergaglio punta molto sui mercati esteri. «Il 50 per cento della nostra produzione - dice il titolare - viene assorbita dalla commercializzazione internazionale. Vendiamo il nostro vino in Inghilterra, Germania, Austria ed anche negli Stati Uniti, oltre che in buona parte d'Italia, sino a Roma. Benchè la nostra azienda abbia un target internazionale, ci consideriamo ancora dei veri contadini che si preoccupano innanzi tutto di produrre un vino di qualità, con metodi tradizionali ed una grande cura che inizia dalla vigna per proseguire con la vendemmia e la vinificazione. Per questo non abbiamo molto tempo per dedicarci alla promozione del nostro prodotto, non partecipiamo a fiere o manifestazioni, ma chi vuole il nostro vino sa che deve venire in azienda». Attualmente è già in avanzata fase di realizzazione una nuova struttura, molto ampia e razionale, che racchiuderà sia la cantina che la catena di imbottigliamento e il magazzino di stoccaggio. Una parte sarà però riservata alla creazione di una elegante e caratteristica sala di ricevimento per accogliere clienti e visitatori ed offrire in assaggio il vino prodotto. 

(La Stampa, 22/3/2000)



Il primo vino umbro venduto solo su Internet è di Montefalco

Si chiama "Nero Outsider ’98", nasce con mille bottiglie Magnum da un litro e mezzo, dopo un riposo in 15 mesi di barriques di rovere, dalla cantina di Arnaldo Caprai a Montefalco. E’ un vino Pinot nero, ma ha una particolarità: è il primo vino umbro che si può acquistare soltanto via Internet, ordinandolo prima che sia esaurito sul sito www.arnaldocaprai.it. Il costo è di 120 mila lire, compresa la consegna a casa, in una sicura ed elegante cassetta di legno. Si riceve anche la tessera del club "Amici del Sagrantino". Dopo questo esperimento la Arnaldo Caprai metterà in vendita "on line" anche altri vini. 

(La Nazione, 23/3/2000)



Nettuno/Comune e Coldiretti vogliono il Cacchione doc 

Diventerà doc il "Cacchione" di Nettuno, un vino particolarmente robusto che prende il nome dal vitigno con cui viene prodotto? L'intenzione c'è, visto che in Comune si è svolta una riunione fra sindaco e Coldiretti proprio per avviare il procedimento di riconoscimento dell'origine controllata. Il
presidente della Coldiretti di Nettuno, Giuseppe Bruni, cercherà di chiudere presto l'iter perchè fin dalla prossima vendemmia si possa ottenere il riconoscimento mentre la Coldiretti provinciale, come dice il direttore Toni De Amicis, supporterà questa politica di valorizzazione del "Cacchione". Il sindaco, Vittorio Marzoli, sottolinea che l'iniziativa è importante non solo per l'agricoltura locale ma anche per l'economia di Nettuno, in quanto un vino doc può promuovere l'immagine di tutta la città.

(Il Messaggero, 25/3/2000)



Piglio/Previsti tagli alle esportazioni 
Il Cesanese in difficoltà: tante ordinazioni, ma il vino è troppo poco

di ANTONIO MARIOZZI

Produzione dimezzata per il vino cesanese Doc di Piglio. Il famoso rosso non attraversa un buon momento e quest'anno sul mercato arriveranno meno bottiglie. Il calo è vertiginoso: si attesta intorno al cinquanta per cento rispetto all'anno precedente. A provocare il crollo della produzione sono state le malattie che, insieme al maltempo, hanno falcidiato il raccolto dell'uva nell'intera zona coltivata a vitigni e che non si sono riuscite a debellare. 
C'è, dunque, molto meno vino a disposizione nella cantina sociale di Piglio, centosessanta soci e un fatturato che sfiora i due miliardi e mezzo (sette per cento in più nel '99). Così i dirigenti della cooperativa presieduta da Gino Pietrangeli dovranno fare miracoli per riuscire ad accontentare tutti i clienti. Soprattutto perché il celebre cesanese continua ad attirare l'interesse del mercato estero. Dal Canada, infatti, hanno già confermato la richiesta di quattordicimila "pezzi", mentre altri duemila finiranno in Svizzera. Sono in corso, inoltre, trattative con una società tedesca, che ha tra i suoi membri alcuni azionisti d'origine ciociara, per vendere ventimila bottiglie. «Siamo costretti a dimezzare le consegne - ha spiegato il direttore della cantina sociale Domenico Tagliente - dirottando tanti clienti su altri prodotti. Cercheremo di soddisfare tutte le richieste dall'estero. Il vino conservato in cantina non è sufficiente per coprire l'intero mercato». 
I prezzi in Ciociaria resteranno inalterati, mentre altrove il rosso Doc subirà un lieve aumento. Una bottiglia da tre quarti costerà 5500 lire. Soprattutto nel Frusinate, il calo della produzione (ci sono stati quattromila quintali in meno di uva) metterà uno stop all'aumento delle vendite: l'anno scorso si è registrata una vera e propria impennata con quarantamila pezzi in più. Intanto si pensa alle sfide del futuro. «Abbiamo bisogno di attuare programmi d'innovazione tecnologica - ha proseguito l'enologo - perché solo così potremo tener testa alla concorrenza. Servono almeno due miliardi per migliorare i nostri impianti e le strutture produttive. I soldi, però, non ci sono e in questa situazione non possiamo fare molto. La Regione Lazio - ha detto ancora Tagliente - deve darci indicazioni precise, annunciando che cosa dobbiamo fare per presentare i progetti di sviluppo. Il settore, a mio avviso - ha concluso il direttore - sconta anche la mancanza d'iniziative per la formazione del personale finalizzata a creare veri imprenditori». 

(Il Messaggero, 30/3/2000)



Vino doc / Sui mercati esteri il pericolo di imitazioni

Crescono le produzioni e le esportazioni di vini italiani a denominazione di origine. Un patrimonio che può oggi contare, diffuse su tutto il Paese, su 21 denominazioni di origine controllata e garantita (DOCG), 314 denominazioni di origine controllata (DOC) e 114 indicazioni geografiche tipica (IGT), ma ? avverte la Coldiretti ? sui mercati esteri incombe il pericolo di imitazioni. La produzione nazionale complessiva di vini DOC e DOCG ha raggiunto 11 milioni di ettolitri (il 20% del totale), con un trend in costante crescita rispetto alle campagne precedenti. Nei primi 10 mesi del 1999 l'export di vini DOC e DOCG ha fatto segnare un aumento del 2,1% in valore rispetto al periodo precedente, raggiungendo un importo di circa 1.800 miliardi, il 50% del valore dell'export di vino. Una crescita che rende evidente l'esigenza di una maggiore vigilanza sull'utilizzo delle denominazioni per garantire la corretta informazione ai consumatori sui contenuti dei vini che consumano. Sono sempre più frequenti ? afferma Coldiretti ? i casi in cui denominazioni riconosciute del nostro Paese vengono utilizzate nei mercati internazionali, per identificare prodotti di imitazione. Gli esempi non mancano, dal Tocai Friulano prodotto nella Napa Valley in California, alla volontà degli Stati Uniti di rendere generica la denominazione Chianti, alle produzioni australiane di Marsala e Lambrusco. La necessità di tutela è dimostrata anche dai lunghi e laboriosi negoziati avvenuti nell'ambito dell'accordo di libero scambio recentemente siglato tra l'Unione Europea e l'Africa del Sud per la difesa della denominazione. «Grappa» utilizzata da alcuni produttori sudafricani. La positiva conclusione della vertenza ? sottolinea Coldiretti ? non esclude l'urgenza di trovare una soluzione globale al problema delle imitazioni che potrebbe essere costituita dall'istituzione del registro multilaterale. L'obiettivo ? conclude Coldiretti ? è arrivare a un accordo in sede WTO che preveda la costituzione di un registro multilaterale dei vini e delle bevande al di fuori delle aree di produzione tradizionali. 

(La Gazzetta del Sud, 30/3/2000)


MONTERONI — Una tra le più importanti aziende produttrici di Brunello di Montalcino risulta «cliente» della discarica di Monteroni per quanto riguarda la fornitura di compost, il fertilizzante prodotto con la parte «umida» dei rifiuti solidi urbani, cioè il materiale organico e vegetale raccolto in maniera differenziata e trattato nell'apposito impianto di compostaggio. Apparentemente la notizia non sembra di quelle destinate a suscitare particolare interesse: il fertilizzante usato dalle aziende agricole può al massimo essere oggetto di approfondimento sulle riviste specializzate in agricoltura. In questo caso, tuttavia, la storia che c'è dietro autorizza un certo stupore. Come si ricorderà, le aziende produttrici di Brunello si rivolsero alla Corte europea dell'Aia per impedire che a Poggio Landi, a 10 chilometri dalla vigna di Brunello più vicina, venisse realizzato un impianto di compostaggio e riciclaggio rifiuti concepito come piano strategico dall'amministrazione provinciale per risolvere la questione delle discariche incontrollate. Si ricorderà anche che la Corte europea accolse le obiezioni dei produttori di Brunello, i quali sostenevano che il materiale trattato in discarica, vale a dire il compost, esalava effluvi dannosi alle vigne e avrebbe recato un grave danno di immagine a uno dei più prestigiosi vini del mondo. Come è andata a finire è cronaca recente: la provincia ha elaborato un nuovo piano rifiuti cancellando dal progetto Poggio Landi e sostituendolo con Pian delle Cortine. Oggi si scopre che una di queste aziende usa il tanto aborrito compost. La notizia viene dagli incaricati della Sienambiente presso la discarica di Monteroni, i quali avrebbero giustificato la momentanea mancanza di compost reclamata da piccoli coltivatori di orti e giardini, con la fornitura di un grande quantitativo all'azienda di Montalcino. La conferma giunge da un tecnico della stessa azienda che, pur mantenendo l'anonimato, precisa che si tratta di un'operazione sperimentale da effettuare nelle aree pianeggianti e marginali non adibite a vigneti. Non può sfuggire la contraddizione tra la lotta per impedire la costruzione della discarica di Poggio Landi e l'uso, per concimare i terreni, dello stesso materiale la cui «nocività» fu determinante per il pronunciamento della Corte dell'Aia. Dunque era nocivo alle vigne se veniva prodotto a 10 chilometri di distanza, ma non è più nocivo se si sparge nei campi a ridosso dei vigneti? 
di Valerio Pascucci 

(La Nazione, 1/4/2000)


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