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La questione del "vino transgenico"


"Il nostro rosso non stinge". La guida del Gambero boccia, i produttori insorgono. In regione solo un'etichetta ha ottenuto i "tre bicchieri" contro le sei dell'anno scorso

HELMUTH FAILONI

L'unica che può festeggiare è Cristina Geminiani di Fattoria Zerbina, l'azienda agricola situata nella valle di Marzeno, sulle prime pendici dell'Appennino toscoemiliano fra Faenza e Brisighella, che produce il Marzieno Ravenna Rosso '98. Questo uvaggio di Sangiovese con Cabernet Sauvignon è l'unico in Emilia Romagna ad aver ottenuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso nella nuova Guida 2001, nella quale è il Barolo a stravincere (merito della generosissima annata che viene ora messa in commercio, il '96), con ben 21 aziende che possono sfoggiare il Tre Bicchieri, anche se, a nostro avviso, il più grande rosso attualmente in commercio è marchigiano, il Kurni '98. Nessuno produttore emilianoromagnolo pretende naturalmente di arrivare ai livelli di una regione come il Piemonte, ma su 230 premi assegnati (cinquanta addirittura in più rispetto all'anno scorso) uno solo all'Emilia Romagna è sembrato un po' pochino. Se aggiungiamo inoltre che l'anno scorso i tre Bicchieri in regione erano sei, non ci risulta difficile comprendere il malumore che serpeggia fra i produttori. Annata sbagliata? Sergio Navacchia di Tre Monti, una delle nostre aziende più importanti, nega fermamente. «L'annata non è assolutamente scarsa, anzi. Sono profondamente convinto che i vini dell'Emilia Romagna penalizzati dal Gambero siano decisamente meglio di quelli dell'anno scorso». Lo confermano anche due prestigiose guide, quella dei Sommelier, che ha premiato due dei vini di Tre Monti, Salciarella '99 e Thea '99, con 5 grappoli (il massimo riconoscimento) e quella di Luca Maroni, nella quale si classificano con un indice di qualità superiore a 78/100 ben 15 vini in regione (6 in più rispetto alla passata edizione), di cui 7 dell'azienda Tre Monti, 3 La Tosa, 2 Luretta, il Castelluccio, Tenuta Bonzara e Tenuta Pederzana. Francesco Lambertini di Tenuta Bonzara, un altro escluso eccellente, aggiunge «sinceramente faccio fatica a pensare che in tutta la regione ci sia soltanto un vino che abbia meritato i Tre Bicchieri. L'Emilia Romagna, enologicamente parlando, è in continua crescita, e può contare su 10, 12 produttori importanti». Gli fa eco Luca Maroni. «Il bicchiere Emilia Romagna è in netta ascesa qualitativa. Nuovi uvaggi emergono bene: Lambrusco, Malvasia aromatica, Albana e vitigni internazionali». Non solo Sangiovese quindi. «Fermento qualitativo interessantissimo conoscono le zone del Lambrusco e della provincia di Piacenza, mentre Parma dà segnali di risveglio. Di qui a qualche anno anche il riminese fornirà grandi vini: menzione in questa zona merita l'azienda Bernardi». Come mai allora quelli del Gambero non hanno premiato la nostra regione? Su una cosa sono d'accordo Navacchia e Lambertini: la valutazione dei vini viene probabilmente fatta troppo presto, a maggio, quando il prodotto è ancora giovane, appena imbottigliato. Navacchia propone «un nuovo confronto serio con altre regioni» e aggiunge «ho assaggiato almeno due vini emilianoromagnoli molto interessanti uno de La Tosa e l'altro di Castelluccio», mentre Lambertini segnala la Barbera di Luigi Ognibene.


(La Repubblica - Bologna, 28/10/2000)

I vini della Cantina Villa Pigna nel gotha della produzione mondiale

ASCOLI
Si è svolta, dal 4 al 9 ottobre 2000, a Londra l'ottava edizione del Festival del Wine and Food, naturale prosecuzione del Concorso Internazionale del Vino (International Wine Challenge 2000) svoltosi nel maggio scorso. Tale manifestazione, oltre a pubblicizzare i prodotti guidando gli oltre diecimila visitatori giornalieri al giusto abbinamento tra cibi e vini di tutto il mondo per esaltarne i gusti, offre la possibilità di assaggiare gratuitamente tutto ciò che di buono esiste al mondo.
In questo contesto un padiglione è stato riservato esclusivamente ai Vini vincitori di medaglie nel precedente International Wine Challenge. In esso erano presenti dodici espositori di cui otto importatori e quattro produttori, tra cui la Cantina Villa Pigna.
A questo proposito va precisato che per essere presenti degnamente alla manifestazione occorreva poter esibire più medaglie; condizione questa molto semplice per gli importatori che rappresentano centinaia di cantine di tutto il mondo, assai più impegnativo per i produttori che naturalmente presentano solo i loro vini. Solitamente i "Grandi" ci riescono. Quest'anno, i Produttori privati presenti erano: Ernesi & Julio Gallo (California - Usa) con 4 medaglie; Rosemount Estate Wine (Australia) con 9 medaglie; Villa Pigna srl (Italia) con 4 medaglie; Le Grand Cros (Francia) con 3 medaglie. Dunque la Cantina Villa Pigna, unica italiana, è stata inserita nel gotha della produzione vitivinicola mondiale, con grande soddisfazione e orgoglio per la terra Picena. E il pensiero vola naturalmente a Costantino Rozzi artefice di questa "creatura" che ha lanciato Ascoli come "stellina" fra grandi astri del firmamento della produzione vitivinicola mondiale.


(Il Messaggero, 28/10/2000)


La bordolese, una tradizione da rispettare. A proposito di certe bottiglie inutilmente "creative"

SERGIO MANETTI

Il mio articolo sul fiasco, argomento inconsueto, ha avuto un grande successo, addirittura è nata l'idea di farne un libro. Il fiasco classico è uno stupendo contenitore, limitato però alla nostra terra. Troviamo un po' di fiaschetti a Orvieto e li troviamo anche in Spagna. Però normalmente il vino si conserva oltre che nei fiaschi o negli otri di pelle di capra solamente in bottiglia. La bottiglia ha infiniti usi ma serve soprattutto per conservare nel tempo.
Come è buona la conserva conservata in bottiglia! Le nostre nonne facevano bollire lungamente i pomodori che venivano passati a un setaccio fine, messi nella bottiglia ermeticamente chiusa e fatta ribollire nuovamente.
Nella bottiglia ci si può mettere la varichina che viene normalmente bevuta scambiandola per gazzosa dall'incauto fanciullo ricoverato d'urgenza all'ospedale per una lavanda gastrica.
Nella bottiglia ci si può mettere il decotto lassativo che messo in frigorifero e con un gradito sapore di menta può essere scambiato per bevanda dissetante. Inutile soffermarsi sui risultati!
Può essere inoltre usata, ma questo è un utilizzo improprio, dalle truppe serbe per gli stupri di massa.
Ma questo non ci azzecca.
Utilizzare una bottiglia nuova è facile, basta avere qualcosa da metterci dentro, basta identificarla con una etichetta. Utilizzare una bottiglia usata è più complicato, cosa conterrà la bottiglia? Quello che è scritto sull'etichetta o un altro prodotto?
Motivo di vanto dei miei cari amici contadini con i quali vivo da una vita era di conservare gelosamente le bottiglie vuote. Dal droghiere (categoria ormai quasi scomparsa) compravano delle bottigliette di estratto col quale con aggiunta di alcool ed acqua in giuste dosi si realizzava il miracolo di avere in pochi minuti degli ottimi superalcoolici: cognac, whisky, sherry brandy, anisette e poi molto vermouth riportando così la bottiglia alle sue origini.
Vi confesso che quando avevo venti anni anche io ho fatto queste orrende misture, i soldi non c'erano e noi volevamo qualcosa di alcoolico per rallegrare le nostre folli serate, vittime zero, situazione quindi molto migliore di quella attuale.
Volevo parlarvi della "bottiglia", cioè il contenitore per eccellenza del vino ed invece ho lungamente divagato. La bottiglia classica più usata è la bordolese di vetro verde. Cosa ha importanza in una bottiglia di vino? E' ovvio, il contenuto, il resto volendo essere molto severi sono inutili orpelli. I francesi, che in questo campo hanno un secolo di esperienza più di noi ci hanno insegnato tutto: le etichette salvo Mouton Rotschild sono piuttosto modeste, le bottiglie rigorosamente dello stesso formato sono di un verde medio sempre più o meno uguale per tutti. La cosa più importante nella confezione è il sughero ed è qui che molti produttori inciampano per risparmiare poche lire.
Il vetro invece non ha difetti e quindi non ci crea nessun problema. L'importante è mantenere la tradizione. Noi invece da bravi provinciali quali siamo abbiamo copiato tutto dai francesi modificandolo secondo il nostro gusto. Troviamo così un vastissimo assortimento cromatico che di bordolese hanno solo il ricordo: bottiglie allungate e colli ancora più lunghi. Il contenuto passa così in secondo piano, è tanto bello regalare delle bottiglie della massima eleganza (si fa per dire) magari con l'etichetta d'oro o in argento. Ci scandalizzammo quando ne uscì la prima serie, oggi l'esperimento è stato ripetuto. A quando un piccolo brillantino inserito nell'etichetta, od un totale rivestimento della bottiglia in lamina d'oro?
Dicevo che la bottiglia per eccellenza è la bordolese, questo perché è di gran lunga la più usata. Ma molto importante è anche la borgognotta. Praticamente i vini francesi sono divisi in due gruppi: quelli sotto la bandiera di Bordeaux e quelli che hanno fiducia nella Borgogna. In effetti, dopo prove ed esperimenti di anni, se non di secoli, è stato scelto il formato che meglio si adatta al vino che contiene. Questo salvo i soliti scriteriati che confezionano una bottiglia secondo il loro gusto personale con risultati disastrosi sia esteticamente che come contenuto.
Quello su cui si può divagare è il formato, anche questo però rigidamente classificato e quindi partendo dalla bottiglia Magnum (litri 1,500) si arriva al Melchisedec di 30 litri passando attraverso la Jeroboam, la Mathusalem, la Balthazar, la Nabuchodonosor e altre.
Credo che sia la prima volta che scrivo un articolo tecnico che vi avrà sicuramente annoiato. Per rimettervi in forza sceglietevi una doppia magnum di un grande vino. Sedete comodamente su un bel divano con la vostra amica del cuore e cominciate a sorseggiare il vino che avete scelto, per berlo tutto ci vorranno alcune ore, alla fine vi addormenterete sicuramente: o, voi e la vostra compagna sui due lati del divano a bocca spalancata oppure, strettamente abbracciati con il sorriso dell'estasi totale per le sensazioni datevi sia dal vino che dai bevitori.


(La Repubblica - Firenze, 29/10/2000)


Primi bilanci per la vendemmia in Ciociaria. Tutti pazzi per il vino del Duemila. Intanto il cabernet di Atina parte alla conquista del mercato di New York

di ANTONIO MARIOZZI
Ci sarà meno vino in Ciociaria ma di qualità nettamente superiore a quella degli ultimi anni. La vendemmia è ormai quasi conclusa e gli addetti ai lavori si dicono soddisfatti, nonostante il raccolto sia diminuito un po' ovunque di circa il dieci per cento con punte del quindici in alcune zone della provincia. Nelle cantine del Frusinate sono finiti intorno ai 250 mila quintali d'uva, un quantitativo che consente di reggere a una crisi del settore sempre più acuta in Italia. Più di quattromila quintali sono arrivati alla Cantina sociale di Piglio, dove si produce il famoso Cesanese che sta suscitando anche l'interesse del mercato cinese. "La qualità è ottima - spiega l'enologo Domenico Tagliente - e per il futuro dovremo puntare ad aumentare la produzione". Il rosso Doc di Piglio, che è già conosciuto persino in Canada e in Germania, riscuote sempre maggiore attenzione all'estero, a dispetto delle tante polemiche interne alla cooperativa di Via Prenestina che rischiano di ostacolare la crescita di una delle aziende più importanti del settore vitivinicolo in Ciociaria. Anche ad Atina il bilancio è ritenuto più che soddisfacente. All'azienda agricola di Giovanni Palombo, trenta soci nei dodici comuni del comprensorio con cento ettari di terreno coltivato, sono stati conferiti ottocento quintali d'uva, che porteranno a mettere sul mercato ben settantamila bottiglie di Cabernet e Merlot. "Siamo soddisfatti dell'andamento della stagione - spiega il titolare Giovanni Palombo -, la quantità è leggermente calata, ma nel complesso il quadro è senz'altro positivo". Il Cabernet, che spopola in Svizzera, Germania, Irlanda e Scozia, ha intanto conquistato anche gli Stati Uniti: nei prossimi giorni sarà inviato un nuovo quantitativo da cinquemila pezzi a New York. "Tutto procede nel modo migliore- conclude Palombo - e il mercato straniero continua a mostrarsi molto interessato ai nostri prodotti". Il sensibile calo della produzione provocherà un aumento del prezzo del vino. "Da questa situazione - assicura il direttore della Coldiretti di Frosinone, Vittorio Cicerone - i viticoltori troveranno giovamento e non elementi di negatività".


(Il Messaggero, 29/10/2000)


Vino transgenico: chi guadagna e chi perde. La decisione di Bruxelles e gli interessi contrastanti dei paesi produttori e degli importatori

ETTORE MANCINI
Irlanda, Danimarca, e Finlandia hanno ottenuto dalla Unione Europea il permesso di piantare vigneti per farne vino. In quei climi la viticoltura era sconosciuta, ma adesso hanno inventato la vite transgenica, capace di prosperare anche lassù, e di sintetizzare quel poco sole da quaresima in uva decente. E poi oggi la tecnologia di cantina, se la si lascia libera di maneggiare zucchero, aromi, resine di scambio e altro, può spremere un bel vino anche da uva mediocre. ╚ proprio per evitare queste possibilità che la legislazione del vino ha sempre proibito molte tecniche che non avevano nulla di dannoso alla salute, ma avrebbero permesso di fare viticoltura ovunque, a danno dei territori che da sempre erano considerati la patria naturale del vigneto. Ma ecco che l'Unione Europea consente la viticoltura transgenica e guarda con malcelata simpatia le tecniche enologiche finora vietate: a Bruxelles debbono essersi innamorati della viticoltura glaciale.
Esiste un precedente poco noto: Hitler aveva in mente che in Germania si dovesse bere solo vino germanico. Il suo problema era che in Germania quel poco territorio adatto alla vigna era già stato utilizzato, e per estendere la viticoltura altrove, bisognava inventarsi un vitigno resistente a quel clima impossibile. In questa ricerca la scienza tedesca era arrivata a buon punto, perché aveva, a furia di incroci, trovato una famiglia di vitigni ibridi (precursori della vite transgenica) capaci di resistere al freddo. Ma la fine della guerra aveva segnato la fine dell'impresa: perché i Francesi che avevano tenuto discretamente d'occhio quella ricerca, nel 1945 si erano precipitati nei vivai tedeschi e avevano fatto sparire con silenzioso furore tutti gli ibridi. Da allora, di vigneto glaciale non si era più sentito parlare. Sembra però che in mano tedesca fosse rimasta la documentazione della ricerca: che è quanto basta per ricostruire rapidamente l'ibrido desiderato. Oggi il vino non è più un alimento base; è diventato un genere voluttuario che allarga progressivamente il suo mercato nei Paesi economicamente più avanzati, come sono quelli del Nord Europa. ╚ evidente che quei Paesi hanno tutto l'interesse a cercarsi un vigneto in casa loro, piuttosto che continuare di anno in anno ad importare vino. ╚ altrettanto evidente che i Paesi esportatori e l'Italia è un grande esportatore hanno l'interesse inverso, che è quello di lasciare le cose dove si trovano ancora oggi: il vigneto sotto il sole mediterraneo, ibridi e transgenici in nessun luogo. La localizzazione della viticoltura in Europa sembra così determinata da una sottile battaglia sui regolamenti comunitari, dove il prevalere dei paesi più ricchi e influenti si è già segnalato. Le grandi denominazioni d'origine italiane, forse non si preoccupano più che tanto di questa tendenza a spostare la viticoltura altrove, mediante tecnologie fino ad ora proibite, perché fanno affidamento sull'attaccamento del consumatore al nome del territorio d'origine. Ma questa è una concezione tipicamente mediterranea, latina, mentre per il mondo anglosassone la qualità ha poco a che vedere con il territorio ed è invece legata al marchio del produttore.


(La Repubblica - Affari&Finanza, 30/10/2000)

La super-uva del Chianti c'è già. I biotecnici dell'Università hanno selezionato piante e lieviti in 17 fattorie

"Cara Europa, il Chianti Classico ha già il suo super-vino, non ci deve essere imposto". Messaggio forte a Strasburgo e Bruxelles dal Chianti, dove ha avuto successo la microvinificazione sperimentale da uva Sangiovese di viti chiantigiane "doc" selezionate in 17 fattorie. In pratica, nel Chianti già si stanno selezionando le viti per renderle più resistenti. Ma ciò che rende diversa questa "biotecnologia" da quella passata dai banchi del Parlamento d'Europa (dove è stato approvato il famigerato vino transgenico), è che qui si è di fronte a piante autoctone. Che dunque produrranno "Chianti Classico" e non uno squallido vino tecnologico uguale per tutti.
Gli esiti della vinificazione sono stati analizzati in una riunione tenutasi a Tavarnelle tra amministratori e ricercatori dei dipartimenti di biotecnologie e biologia animale e genetica. Sono stati vinificati 5 quintali di uva Sangiovese con otto diversi lieviti di fermentazione selezionati in 17 fattorie sparse tra Barberino, Tavarnelle e San Casciano. Secondo Franco Agnoletti, assessore alle attività produttive di San Casciano, è la risposta al vino "transgenico": "le biotecnologie tendono alla creazione di un prodotto piatto ed omogeneo - ha scritto Agnoletti - al contrario la diversità o caratterizzazione del nostro vino Chianti si ottiene fissando dei tipici parametri irraggiungibili con le biotecnologie. Un posto determinante lo occupano i lieviti autoctoni di fermentazione selezionati nelle nostre fattorie.La riprova - aggiunge - è l'esito della microvinificazione ottenuta dai ricercatori dell'Università di Firenze nell'Azienda di Montepaldi usando solo uva Sangiovese ma cambiando i lieviti di fermentazione".Fine ultimo: "selezionare lieviti dai ceppi delle nostre viti e quindi riuscire ancora di più nella forte specializzazione". A primavera 2001 si saprà se la "superuva" chiantigiana avrà sconfitto quella europea che non piace a nessuno.
di Andrea Ciappi

(La Nazione, 31/10/2000)


Chianti. Non tende a placarsi la polemica sul cosiddetto "vino transgenico"

Non tende a placarsi la polemica sul cosiddetto "vino transgenico", il famigerato prodotto che in base ad una direttiva comunitaria si potrebbe ottenere da viti geneticamente modificate. Un danno immenso per quelle produzioni che, come il vino Chianti Classico, godono di fama, prestigio e mercato proprio grazie alla loro qualità e tipicità.
Per questo il sindaco di Greve in Chianti Saturnini, ha proposto ai colleghi degli altri comuni chiantigiani e al Consorzio del Marchio Storico Gallo Nero di invitare il Commissario europeo per l'Agricoltura a compiere una visita nel Chianti."E' assolutamente necessario - ha affermato Saturnini Ś che chi guida le istituzioni agricole europee ai massimi livelli si renda conto di persona della realtà produttiva chiantigiana".
Come dire, insomma, che anche il Chianti ha già investito nelle ricerca, ma per ottenere una specializzazione ancora più marcata. "In questi ultimi anni - ha continuato - il Consorzio del Chianti Classico ha portato avanti una monumentale ricerca sul Sangiovese che va sotto il nome di 'Chianti Classico 2000' e i comuni hanno partecipato ad un'altrettanto importante ricerca sui lieviti per la fermentazione delle uve". "Tuttavia - ha concluso - a nessuno è venuto mai in mente di snaturare né le uve né i vini, ma unicamente di migliorare le caratteristiche dei vitigni autoctoni".
Mario Hagge


(La Nazione, 1/11/2000)

Chianti. Il vino transgenico tra polemiche e ricerche

CHIANTI - Il vino transgenico tra polemiche e ricerce. "Il Chianti Classico ha già il suo super-vino, non ci deve essere imposto". Messaggio forte a Strasburgo e Bruxelles dal Chianti, dove ha avuto successo la microvinificazione sperimentale da uva Sangiovese di viti chiantigiane "doc" selezionate in 17 fattorie. In pratica, nel Chianti già si stanno selezionando le viti per renderle più resistenti. Ma ciò che rende diversa questa "biotecnologia" da quella passata dai banchi del Parlamento d'Europa (dove è stato approvato il famigerato vino transgenico), è che qui si è di fronte a piante autoctone. Che dunque produrranno "Chianti Classico" e non uno squallido vino tecnologico uguale per tutti. Gli esiti della vinificazione sono stati analizzati dai tecnici dei dipartimenti di biotecnologie e biologia animale e genetica della Facoltà di Agraria di Firenze. Sono stati vinificati 5 quintali di uva Sangiovese con otto diversi lieviti di fermentazione selezionati in 17 fattorie sparse nel territorio chiantigiano. Tecnici e amministratori del Chianti sostengono che si tratti della risposta al vino transgenico: "le biotecnologie tendono alla creazione di un prodotto piatto e omologato - hanno fatto sapere - al contrario la diversità o caratterizzazione del nostro vino Chianti si ottiene fissando dei tipici parametri irraggiungibili con le biotecnologie. Un posto determinante lo occupano i lieviti autoctoni di fermentazione selezionati nelle nostre fattorie. La riprova è l'esito della microvinificazione ottenuta dai ricercatori dell'Università di Firenze nell'Azienda di Montepaldi usando solo uva Sangiovese ma cambiando i lieviti di fermentazione". Fine ultimo: "selezionare lieviti dai ceppi delle nostre viti e quindi riuscire ancora di più nella forte specializzazione". Così verrebbe salvaguardata "la tipicità delle nostre produzioni vinicole" contro l'appiattimento indicato da Strasburgo.
Andrea Ciappi


(La Nazione, 1/11/2000)

L'escalation inarrestabile del vino ascolano: dai 1300 produttori Vinea alle tre "denominazioni d'origine". Dalla damigiana alla barrique. Passando per Downing Street

SANDRO VACCHI
C'erano una volta le cisterne. Il vino ascolano viaggiava come la benzina, in giro per l'Italia per andare a "tagliare" vini più deboli. Oppure si vendeva sfuso, alla spina: con la damigiana sotto una pompa, e sembrava sempre di comprare benzina. Qualche cantina sociale lo vende ancora in questo modo, ma le cose sono molto cambiate. E le prospettive anche. Oggi c'è la Vinea, che associa 1300 produttori; ci sono tre vini con la denominazione d'origine e un quarto in lista d'attesa; ci sono vignaioli convertiti allPR
e rese basse, bassissime, in nome della qualità; e case vinicole moderne che, pur sperdute sulle colline più lontane, esportano i tre quarti delle bottiglie.
Cominciamo questo breve viaggio nel vino ascolano da Offida, arroccata sul crinale che divide i fiumi Tronto e Tesino. Qui ha sede l'enoteca regionale. E' è in un convento del Duecento, San Francesco, dove si celebra la "santità" del vino. Ci fa da guida Luigi Mazza, della Vinea, uno dei giovani (produttori, cantinieri, enotecnici) che hanno rivoluzionato l'immagine del vino ascolano, la metà della produzione marchigiana con 450 mila ettolitri. Nel convento sono riuniti 360 tipi diversi di vino e, come monaci in preghiera, i "santoni" del vino. In discussione la Doc per l'Offida, ed è una discussione battagliata per ragioni di terra: chi vorrebbe una zona di denominazione estesa contro chi invece si lamenta dell'errore precedente, di aver cioè allargato troppo il territorio del Rosso Piceno.
Con il Rosso superiore, prodotto in soli tredici comuni, e con il bianco Falerio, sono questi i tre Doc dell'Ascolano. L'Offida, in lista d'attesa, non è un vino solo, ma sono quattro. C'è un rosso, ottenuto da uve Montepulciano, Cabernet e Sangiovese; ci sono due bianchi monouva: o Pecorino o Passerina; c'è infine il passito. Si tratta di mettere a punto i disciplinari, perché ultimamente i produttori hanno alzato nel rosso la percentuale di Montepulciano, più adatto all'invecchiamento, a scapito di quella di Sangiovese. "Abbiamo bisogno di un rosso che invecchi bene, perché il Rosso Piceno non guadagna con gli anni", spiegano. Sulle rese per ettaro sono comunque tutti d'accordo: massimo cento quintali. Questione di settimane e si dovrebbe arrivare al dunque, con questa Doc che premierà anche il lavoro di "archeologo" di Guido Cocci Grifoni, scopritore del vitigno Pecorino ormai perduto, il quale ricominciò a vinificarlo a Ripatransone.
Altri tempi, rispetto a quando l'80 per cento del vino della provincia emigrava in Piemonte e in Toscana come vino da tavola, senza alcuna etichetta, quindi senza nome. Venne poi il momento del Rosso Piceno (3989 ettari coltivati oggi, per una produzione sui trecentomila quintali), vino che segnò il passaggio dalla quantità alla qualità. I vignaioli più accorti cominciarono a scartare i grappoli non adatti direttamente dalla vite, lasciandoli a terra con grande scoramento di nonni e padri.
Tagliare, dunque: ridurre i grappoli sui filari, e infittire i filari. "E' come se una madre dovesse nutrire uno o due figli invece di dieci", sintetizza Angela Velenosi. Così, i risultati hanno cominciato ad arrivare: gli ascolani non avranno la notorietà dei "cugini" Verdicchio o Conero, vinificato in una zona di appena quattrocento ettari, ma hanno sfondato. A proposito, quanto dovrebbero costare dei buoni vini al consumatore? "Un Piceno superiore fra le otto e le dodicimila lire a bottiglia. Un Falerio intorno alle diecimila", risponde Adriano Caprette, produttore a Ripa.
Ripatransone è l'altra patria del vino ascolano. La Cantina dei colli ripani ha 510 soci che portano qui per l'imbottigliamento centomila ettolitri di vino. Hanno aperto undici punti-vendita fra le Marche, Milano e Padova: "Per far concorrenza ai veneti in casa loro", spiega il presidente Nazario Pignotti. Sicurezza nei propri mezzi dopo anni e anni di "tagli"? "Si taglia con vini che non marcano, e anni fa si lavorava male. Oggi i nostri vini sono entrati a Downing Street", risponde orgoglioso. Il sindaco Ubaldo Maroni ha infatti portato a Tony Blair una selezione di vini di Ripa, apprezzati dal primo ministro inglese. C'è stata una rivoluzione, su queste colline: i soci della cantina portano oggi le uve già separate e selezionate, non più alla rinfusa come un tempo. "Si sono convertiti", scherza Pignotti, convinto che ormai i prodotti locali potrebbero competere con sua maestà il Brunello di Montalcino. "Ci sono uve raccolte grappolo per grappolo per vini speciali come il Leo Ripanus e il Cavallo di Fuoco, ma non abbiamo nome: se lo avessimo, potremmo vendere al triplo".
Intanto hanno deciso di "vendere il territorio", lanciando una linea di prodotti tipici che comprende orzo, olio e miele ripani. Mentre c'è chi pensa al vino biologico: è Giovanni Vagnoni, del podere Le Caniette, dodici ettari e mezzo per appena ottocento quintali d'uva. I suoi avi cominciarono a far vino 104 anni fa, qui nella minuscola contrada. Giovanni va fierissimo del suo vin santo di quattro anni, venduto in duemila bottigliette da 375 centilitri; otterrà la Doc fra poco, nell'ambito dell'"operazione Offida". Il segreto? "Puntare soltanto sulla qualità. Se i disciplinari prevedono 2200 viti per ettaro, io ne metto 3700. Così ho meno grappoli". Il risultato? "Non più di due chili d'uva per ogni pianta, non più di settanta quintali per ettaro". E citazioni sulle migliori guide, e vendite negli Usa e in tutt'Europa. Ma non nella provincia di Ascoli: nessuno è profeta in patria.



(Il Messaggero, 3/11/2000)

"Ecco un novello di qualità superiore"


Un Novello di qualità superiore quello che arriverà sul mercato dal 6 novembre, anticipa Roberto Bruchi direttore dell'A.ProVi.To., che riunisce oltre 3.000 produttori della nostra realtà. Alla vigilia della presentazione di questo vino, il primo della vendemmia 2000 ad essere commercializzato, "tutto fa ritenere che il pregio sarà elevato: ottima premessa per ritenere che saranno confermate le positive previsioni di un favorevole raccolto e di un buon livello degli altri vini". Sul Novello, è già tempo di valutazioni. "Un buon vino - dice Bruchi -, che rispetta i buoni livelli dei precedenti anni. Merito dell'andamento stagionale, che ha consentito un'ottima maturazione delle uve". Le condizioni metereologiche hanno favorito un positivo sviluppo della vegetazione, della fioritura e della fruttificazione. "L'elevata temperatura dei precedenti mesi ha consentito di anticipare le operazioni di raccolta; hanno poi influito positivamente le piogge precedenti alla vendemmia, consentendo di regolarizzare le condizioni; poi, un tempo soleggiato e mite ha permesso il completamento dei processi" spiega Bruchi. I migliori risultati sono stati ottenuti dai viticoltori che hanno costantemente monitorato la maturazione delle uve."
In Toscana, il Novello nasce dai vitigni tipici, privilegiando in particolare Sangiovese, Canaiolo, e gli altri che, di più recente impianto, si sono ben ambientati nei nostri territori: come Cabernet, Merlot, Syrah. Eccellenti i primi test del Novello. "Un vino - continua Bruchi - che conferma certe caratteristiche degli altri vini dei nostri territori: in particolare, di alcuni nostri rossi. Si distingue per il colore rosso rubino tendente al violaceo, il profumo ampio e fruttato, la morbidezza al palato, per l'equilibrio dei diversi componenti". La gradazione media è 12 gradi. Un vino di ôpronta bevituraö, da consumarsi entro tre-quattro mesi per arrivare asei per i Novelli più resistenti. " Una produzione che coinvolge molte aziende dei nostri territori, "ai quali offre la possibilità di collocare sul mercato il vino a poche settimane dalla raccolta delle uve, consentendo di ammortizzare e recuperare dei costi, e di avvantaggiarsi dei margini di mercato" osserva Bruchi. I prezzi confermano le tendenze dello scorso anno con le quotazioni delle bottiglie di Novello che potranno oscillare da 6.000 a 10.000 fino ad arrivare per i Novelli migliori anche a 15.000 lire.


(La Nazione, 3/11/2000)

Alba. Dal 7 novembre convegni, visite alle aziende e degustazioni. Summit delle Enologiche Arrivano studenti da tutta Europa

Giuseppina Fiori
ALBA Summit delle scuole enologiche europee, nella capitale delle Langhe, dal 7 al 10 novembre. Parteciperanno delegazioni di docenti e allievi di trentadue scuole specializzate in viticoltura ed enologia facenti parte della "Rete europea delle scuole enologiche". Nata nel 1990 sotto l’egida dell’Unione europea, per iniziativa del Lycée viticole di Beaune (Francia), la Rete raggruppa una cinquantina di istituzioni scolastiche operanti in Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Germania, Austria, Gran Bretagna, Grecia e altri paesi al di fuori dell’Ue quali Svizzera, Ungheria, Romania, Slovacchia e Bulgaria. La scuola enologica "Umberto I" di Alba ha aderito alla Rete fin dalla costituzioine.
Il preside Giuseppe Olivero: "L’iniziativa offre l’opportunità di scambi su aspetti tecnici, scientifici e formativi di estrema importanza".
Aggiunge l’insegnante Carla Stella dell’istituto albese: "E’ stato compresa, fin dall’inizio, l’importanza di un confronto continuativo. La collaborazione tra i diversi paesi ha portato a scambi di studenti, stage lavorativi nelle aziende di altre nazioni, visite tecniche a diverse realtà produttive e a centri di ricerca, contribuendo a migliorare l’offerta formativa e la promozione della vitivinicoltura albese".
La Rete tiene incontri biennali con il patrocinio dell’Ue: dopo Francia, Svizzera e Austria, quest’anno sarà Alba a ospitare l’incontro del decennale di fondazione. Intenso il programma delle giornate di studio. Tra gli appuntamenti più importanti, mercoledì, al "Sociale" (ore 8,45) si terrà un convegno su: "Dai muretti a secco alle barriques" con interventi di Massimo Martinelli, Albino Morando, Ettore Ponzo, Vincenzo Gerbi, Mario Castino, Enzo Cagnasso, Vainer Salati e dei rappresentanti dei diversi Paesi stranieri. Giovedì al palazzo dei congressi (ore 8,45) si parlerà delle scuole enologiche e della loro Rete europea, dell’importanza per l’evoluzione e lo sviluppo della cooperazione scientifica e pedagogica. Si discuterà inoltre del futuro degli istituti agrari, presente un ispettore ministeriale. Seguiranno visite ad aziende, mentre al castello di Barolo saranno allestiti stand di presentazione dei vari istituti con possibilità di degustare i vini dei loro paesi.


(La Stampa, 3/11/2000)

I vini piemontesi Banfi cambiano nome

Jacob Gaffney
Gli amanti del vino italiano non devono più temere di confondere i vini piemontesi della Vini Banfi con i prodotti toscani della azienda sorella Castello Banfi di Montalcino. I vini Banfi a base di Strevi sono stati rinominati Vigne Regali.
Entrambe le aziende sono in possesso della famiglia Mariani, che fondò Castello Banfi nel 1978 e acquistò l'azienda Bruzzone, risalente all'800, rinominandola Vini Banfi nel 1979.
"Sta diventando sempre più importante sia per il consumatore che per ragioni commerciali che il nome Banfi sia sinonimo dei nostri vini toscani," ha detto la proprietaria Cristina Mariani. "Questo cambiamento aiuta a realizzare quella distinzione"
Secondo Mariani, i nomi dei vini che appariranno sulle etichette rimarranno essenzialmente gli stessi, ma il nome del produttore verrà cambiato in Vigne Regali. Il Brut Metodo Tradizionale Classico e il Brachetto d'Acqui Banfi dell'azienda piemontese continueranno a portare il nome Banfi


(Wine Spectator, 4/11/2000)


Chianti. Vigneti: ma contro il regolamento geometri e architetti ricorrono a Ciampi

SAN CASCIANO - Controlli assidui sui progetti di cava e di sbancamenti per nuovi vigneti: il regolamento comunale restrittivo ha sollevato polemiche e reazioni a catena.
Gli ordini di geometri, architetti e ingegneri hanno fatto ricorso straordinario al Presidente della Repubblica per contestare i contenuti del regolameneto. "Limita la libertà d'impresa", in sostanza l'accusa.
Ed è un'accusa che la giunta ha respinto al mittente, in attesa del verdetto sul ricorso, affermando che "occorre tutelare al massimo il nostro paesaggio".
Qui si innesta l'altra dura reazione, quella del Polo. I consiglieri del centrodestra in un manifesto affermano in sintesi che non avrebbe senso parlare di tutela del paesaggio quando si decide di costruire l'impianto per il compostaggio al Ponterotto, in zona di produzione di vini Docg, o quando si dà disco verde all'edificazione di una palestra come quella di Mercatale.
Senza contare - afferma il Polo - che in passato l'amministrazione di San Casciano ha costruito nel luogo più sbagliato le fabbriche a Bardella.
an.ci.


(La Nazione, 4/11/2000)

Un documento approvato dall'assemblea dei soci della Cantina Produttori. In difesa del Collio e del Tocai. Proposta una zona vitivinicola unica a cavallo del confine


L'individuazione di una zona vitivinicola unica "Collio - Regione slovena" e la tutela del nome e della produzione del Tocai friulano sono due richieste avanzate dall'assemblea dei soci della cantina produttori Corm˛ns che, in un documento, hanno dato mandato al presidente della cooperativa, Adriano Drius, di portare avanti queste istanze informandone le autorità competenti.
"Accogliamo con timore la decisione del governo della Slovenia - si legge nella relazione svolta da Drius - di percorrere la strada di un accordo con il governo austriaco e la Comunità europea per l'individuazione di una zona vitivinicola unica Austria-Slovenia. Se portata a termine, tale decisione arrecherà grave danno al settore vitivinicolo friulano".
"Siamo pi¨ propensi - prosegue Drius - alla creazione, nell'ambito delle zone vitivinicole europee, di una zona vitivinoicola che comprenda il Friuli Venezia Giulia, la Slovenia o, almeno, le zone limitrofe vitivinicole della Brda, Vipava e del Litorale". In questo ambito Ŕ necessario che "venga eseguito su entrambi i territori un inventario del patrimonio vitivinicolo al fine di evitare un'espansione non controllata" e va prodotto anche "un documento che disciplini le produzioni di vini a Doc e Igt e dei sottoprodotti derivanti dalla lavorazione delle uve e dei vini uguale nella sostanza per le due zone confinanti".
Per quanto riguarda la tutela del Tocai friulano, Drius nella sua relazione ricorda di essere "in attesa dell'istanza presentata dalla Regione per ottenere la possibilità di continuare ad utilizzare il nome Tocai anche dopo il 2007". "In attesa - sostiene Drius - riteniamo opportuno di dare il via ad alcune iniziative in collaborazione con l'università ed altri enti istituzionali di ricerca: riteniamo utile ad esempio procedere ad una selezione del vitigno Tocai friulano migliorandolo geneticamente per ottenere piante resistenti alle principali malattie, conservando i caratteri qualitativi".



(Il Piccolo, 4/11/2000)

Due giorni di incontri alla cooperativa enologica di San Marzanotto. Ecco la festa dei quarant’anni per la cantina "Asti Barbera".

SAN MARZANOTTO
Chi compie quarant'anni in questo fine settimana sappia che la cantina AstiBarbera (anch'essa alle soglie dei 40), vi offre un brindisi ed un omaggio per festeggiare insieme la fatidica soglia. Questa è una delle tante iniziative del gruppo dirigente della Cantina di San Marzanotto (fondata il 4 novembre del '60), per far onore al sodalizio. Convegni, un'asta di beneficenza, concorsi d'arte, cene e pranzi, animano la due giorni in cantina.
Oggi alle 17 (gli ospiti saranno accolti dal presidente Claudio Brignolo), dopo il saluto dell'assessore provinciale all'agricoltura Luigi Perfumo, si parlerà de "Il vino: dalla sua storia un sorso di salute". E' il tema del convegno che vede tra i relatori il medico dietologo Giorgio Calabrese e la moglie Caterina Calabrese, neo laureata in tecnologie alimentari e Laura Pesce, sommelier, docente alla scuola alberghiera "Colline astigiane" di Agliano. Madrina della festa, l'assessore regionale Mariangela Cotto. La serata proseguirà con una cena preparata dai ragazzi della scuola alberghiera ed un'asta dei vini della cantina, il cui ricavato sarà devoluto al Sermig. Tra gli ospiti, il fondatore Ernesto Olivero. Battitore ed intrattenitore Meo Cavallero.
Domani si prosegue alle 11, con la messa celebrata dal vescovo mons. Francesco Ravinale. A mezzogiorno inaugurazione del nuovo punto vendita, attrezzato per gli acquisti di vino sfuso e vetrina per le bottiglie. Dopo il pranzo, alle 16, saranno premiati i vincitori del concorso "Un'etichetta per la Barbera 2000", e della mostra fotografica. E la festa proseguirà con Meo Cavallero e la Music Story orchestra.


(La Stampa, 4/11/2000)

Una conferma: il vino rosso protegge le cellule

ROMA - Il vino rosso protegge le cellule dal cancro. Lo hanno stabilito i ricercatori del Centro di ricerche oncologiche Giovanni XXIII dell'Universitł Cattolica del Sacro Cuore guidati dal professor Achille Cittadini. ăIl resveratrolo, sostanza presente ad alte concentrazioni nel vino rosso - ha detto il dottor Alessandro Sgambati - Ć stato da noi utilizzato su cellule umane in coltura, sia normali che tumorali. In quelle tumorali si Ć avuto un effetto citotossico, nelle normali si Ć avuta la prevenzione del danno al Dna indotto da agenti ossidanti riconosciuti come cancerogeni tipo il condensato di fumo di sigaretta╚. Per il professor Cittadini ăbere mezzo bicchiere di vino rosso ai pasti, insieme a frutta a verdura, determina un mix di sostanze antiossidanti che hanno un certo effetto preventivo sul cancro╚.


(Il Messaggero, 4/11/2000)

 

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