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I titoli


Sicilia-record. Vino Novello, sono pronte 18 milioni di bottiglie

VICENZA - La prima uscita ufficiale dell'Istituto nazionale del vino Novello, con un convegno sui 12 anni di successi di questo prodotto vitinicolo, ha aperto ieri la 13ma edizione del Salone nazionale del vino Novello, promosso da Vicenzafiere e da "Civiltà del bere". Quest'anno sono state prodotte 18 milioni 653.150 bottiglie, con un incremento del 6,9% rispetto al 1999, secondo i dati resi noti dal direttore di "Civiltà del bere", Pino Khail. Si allarga inoltre l'interesse del mondo produttivo: sono 335 attualmente le aziende impegnate nella produzione del Novello, 173 delle quali presenti al salone vicentino di quest'anno, nel corso del quale poco dopo la mezzanotte č stata stappata la prima bottiglia del Novello 2000 in virtų di una deroga ministeriale che consente a Vicenza di aver a disposizione il Novello con 24 ore di anticipo rispetto alla data stabilita per legge del 6 novembre. Nella classifica per Regioni, tra i produttori si conferma il Veneto con 108 aziende e sei milioni 39.500 bottiglie (+14,1%) per un fatturato di 41 miliardi 617 milioni di lire (+15,6%), seguono la Toscana con 29 produttori e tre milioni 140.750 bottiglie e il Trentino con 11 produttori e un milione 526.000 bottiglie. In generale, il maggior incremento rispetto al 1999 č stato raggiunto dalla Sicilia con il 33,4%. Il vino Novello rimane tuttavia, per definizione dello stesso Khail "una goccia simpatica e preziosa" nella produzione vitivinicola nazionale: 140.289 ettolitri contro i 49 milioni 920 mila ettolitri della produzione nazionale complessiva di vino per una testimonianza in percentuale dello 0,28%. La produzione di Novello rimane di nicchia anche nei confronti dello storicamente pių famoso Beaujolais Nauveau. La produzione totale di quest'ultimo, nella media degli ultimi 11 anni, č di un milione 363 mila 200 ettolitri per anno.


(La Gazzetta del Sud, 5/11/2000)

A Torino i vini grevigiani conquistano più medaglie di quelli di Montalcino

Il salone del Gusto di Torino ha definitivamente consacrato, a dispetto delle ultime paure relative all'uva transgenica, il Chianti come una delle maggiori e migliori zone di produzione del vino in Italia. La Guida dei vini d'Italia 2001, ha infatti assegnato 55 "tre bicchieri" alla Toscana, appena nove in meno di queli assegnati ai prodotti del Piemonte, la metà dei quali, ben 27, al Chianti Classico. Ai vini prodotti nel Comune di Greve, è andato il maggior numero di riconoscimenti fra questi 27 consegnati: ben sette. "E' un grande risultato per la nostra viticoltura" - ha commentato il sindaco di Greve Paolo Saturnini - "basti pensare che il celebratissimo e blasonatissimo Brunello di Montalcino, quest'anno ne ha vinti solo tre. Questo è un risultato che premia l'impegno, nella vigna come nella cantina, dei nostri produttori, che hanno saputo coniugare la tradizione con l'innovazione, dando vita a vini che hanno conquistato la cantina ed il pubblico di tutto il mondo". I vini di Greve che hanno ottenuto l'ambito premio, sono i seguenti: Batar '98 di Querciabella, Chianti Classico Ripa delle More '97 de La Massa, Vigna di Alceo '98 del Castello di Rampolla, Cartaccio '97 di Villa Cafaggio e San Martino '97 di Villa Cafaggio.
Edoardo Baldi


(La Nazione, 5/11/2000)


CHIANTI - Il vino Chianti Classico prende a braccetto il Parmigiano Reggiano

CHIANTI - Il vino Chianti classico prende a braccetto il parmigiano reggiano e insieme fanno il giro miliardario del mondo. Non in 80 giorni, ma per annate intere. L'accordo tra i due consorzi che promuovono questi prodotti era stato annunciato la scorsa primavera: è diventato operativo con l'intesa firmata a Torino al Salone del gusto. Chianti classico e Parmigiano saranno promossi insieme nel mondo. Si tratta di un'operazione di marketing che nasce da un antefatto: nelle degustazioni ad alto livello ci si è accorti che il pregiato "rosso" e il parmigiano si sposano alla perfezione. Molteplici gli obiettivi: allargare il raggio d'azione del mercato dove i due prodotto insieme potrebbero avere maggiore capacità d'urto. Soprattutto verso nuove frontiere quali il Giappone e le "Tigri Asiatiche". Poi ancora: rispondere in maniera dura alle tentazioni di manipolazione genetiche che si fanno largo in Europa col matrimonio tra due prodotti rigorosamente di impronta tradizionale. Infine: tenere alto il livello dei prodotti italiani di punta laddove rischia di trovar spazio un'eccessiva massificazione negli usi alimentari.La campagna unitaria Chianti classico-parmigiano andrà dal 2001-2004: prenderà le mosse - Italia a parte - dagli Stati Uniti per poi estendersi subito a Canada e Giappone. Si punta anche sulla capacità di questi due prodotti di evocare il background culturale che sta alle loro spalle, territori ricchi di storia e arte.
Ultimo ma non in ordine di importanza: anche da Torino, in occasione di questo "matrimonio", è partito il "missile" contro Strasburgo. Il vino transgenico che minaccia i calici di casa nostra non piace a nessuno. Tantomeno sarebbe da gustarsi con un buon parmigiano reggiano. Da Torino i produttori vinicoli hanno anche bacchettato il governo italiano, reo a loro avviso di averli lasciati soli di fronte alla decisione del Parlamento europeo sul vino geneticamente modificato.
di Andrea Ciappi


(La Nazione, 5/11/2000)


Vino, il novello è servito. Venti milioni di bottiglie per sfidare il beaujolais

di LICIA GRANELLO

MILANO - I più fortunati (e ansiosi) l'hanno già assaggiato: un minuto dopo la mezzanotte, durante il galà organizzato in seno alla tredicesima Fiera di Vicenza a lui dedicata. Una vistosa eccezione al "deblocage" che in Italia imporrebbe l'apertura a partire solo da questa notte, primi minuti del 6 novembre. Ma il vino novello, trasposizione italiana del Beaujolais Nouveau, è diventato un giochino da 150 miliardi l'anno e un piccolo strappo alla regola - già confezionata ad hoc per i nostri produttori - quasi s'impone.
E' diventato un prodotto di moda, il "nouveau", per lunghi anni importato dai maestri e inventori francesi. Tanto da indurre piccole e grandi case enologiche italiane a impegnarsi a loro volta in una produzione cresciuta costantemente, se è vero che da domani saranno in circolazione quasi venti milioni di bottiglie, circa il 10% in più di quanto messo sul mercato un anno fa.
Trasversale anche da un punto di vista geografico, la scelta di fare il novello coinvolge oggi 335 aziende, dai trentini della Cavit ai sardi di Sella & Mosca.
Dicono i maligni: bella soluzione per utilizzare uve mediocri. Dicono gli estimatori: quale modo migliore per andare incontro a una fetta di mercato altrimenti sorda ai piaceri del vino e magari votata al consumo di birra? Perché se fino a qualche anno fa i sentori di fragola e fiori lasciati intonsi dalla macerazione carbonica (niente pressatura, fermentazione intracellulare) incuriosivano e affascinavano anche i cultori dell'Altro Vino, quello di alto profilo, oggi il novello è soprattutto un vino di facile approccio, in bocca e nel portafoglio: come dire, un mercato tutto da conquistare. E così, la fila dei produttori si è arricchita di nomi nobili, da Tasca d'Almerita a Lungarotti.
La sommelier Maida Mercuri, titolare di una delle migliori enoteche di Milano, racconta: "In Francia hanno dato senso a una zona vinicola altrimenti poco considerata, quella sotto Lione. Sono molto rigorosi: il Nouveau si fa solo a partire da uve Gamay, l'unica tecnica usata è quella della macerazione carbonica, non ci sono sconti sul "deblocage". C'è una specie di count down collettivo, che coinvolge cantine, bar e ristoranti di tutta Francia: ma la vera festa è a Lione. Non per niente si dice che sia attraversata da tre fiumi: il Rodano, la Saone e il Beaujolais". Così anche quest'anno Place Bellecour si riempirà di camion che a mezzanotte del 15 novembre cominceranno il loro viaggio per portare 60 milioni di Nouveau per tutta Europa.
Da noi, invece, si festeggerà a singhiozzo, tra una fiera e una degustazione in piazza, in una sorta di notte di Halloween dell'enologia nostrana, concentrando magari l'attenzione sugli abbinamenti. Aldo Comi, docente di enogastronomia in Svizzera, consiglia di utilizzare il novello (da non confondere con il vino nuovo, che arriverà in primavera) come un buon rosé: "Gli intenditori non lo amano, perché esce quando la cucina di stagione propone piatti da grandi vini. Va bevuto fresco, come aperitivo, oppure con il pesce, o da sorseggiare mangiando le caldarroste. L'importante è prenderlo per quello che è: un intermezzo gradevole, prima di avvicinarsi ai vini importanti".


(La Repubblica, 5/11/2000)

Campania: "Ci mancano storia e tradizione"; "No, sono sane uve della regione"

«Per reggere il confronto con i novelli delle altre regioni ci mancano storia e tradizione. E l'esperienza. L'unico vitigno autoctono campano, l'aglianico, in realtà mal si presta alla produzione del novello, meglio usarlo come prodotto da invecchiamento. La verità è che per il novello vanno meglio gli altri vitigni come Merlot o Sangiovese».
Franco Continisio, dell'associazione sommelier di Napoli e provincia non sembra proprio dalla parte dei novelli. Ed apre una polemica. «E' un vino lanciato per motivi soprattutto commerciali, anche per il suo limite di conservazione (45 mesi) e che va bene per i più giovani, per avvicinare magari le donne, quelle persone che non hanno esperienza in materia. Ma il vino doc è un'altra cosa».
Come in un duello a distanza arriva la replica dell'esperto, il professor Luigi Moio, da molti considerato uno scienziato del settore. «Continisio è un sommelier, non un tecnico, quello novello è un vino vero, altrochè: le uve devono essere sanissime, selezionate e di primissima qualità. Le uve perfettamente integre vengono lasciate in appositi contenitori 78 giorni, in ambiente completamente saturo di anidride carbonica, ciò permette agli acidi intatti di subire spontaneamente una serie di fenomeni biochimici che arricchiscono il succo e la polpa dell'acino in aromi di ciliegio, lampone, viola o ribes». Per Moio il risultato è alla fine eccellente. «Una tipologia diversa di vino, leggero, gradevole con aromi di mosto fresco. I processi di produzione sono dunque accelerati non solo per motivi di interesse economico ma anche per competenze tecniche».
Per il professore quella del Novello è comunque una festa. «Segna la nascita della nuova annata, basti pensare dice il professor Moio che quella che era uva 2530 giorni fa, ha ora il sapore di un vino fragrante». «Il suo consumo precisa l'esperto docente è concentrato soprattutto nelle feste natalizie. Per questo l'impegno dei produttori per quello che può sembrare un vino minore è maggiore in quel periodo».
Il professore non ritiene che sia un danno la produzione di vitigni non autoctoni. «Nella piattaforma ampelografica (la classificazione dei vitigni, n.d.r.) sono presenti in fondo tutte le migliori viti come Sangiovese, Merlot, Montepulciano e Barbera».
(f.f.)


(La Repubblica - Napoli, 5/11/2000)

Dalle osterie alle degustazione storia della Milano che beve. In coda dalle quattro del mattino per diventareesperti in enologia per i ristoranti esclusivi ma anche ai "winebar"

MARIELLA TANZARELLA
Poco tempo fa la sezione lombarda dell'Ais, Associazione italiana sommeliers, ha aperto le iscrizioni per il prossimo corso, che poteva accogliere 130 allievi. La folla davanti alla porta era tale che gli aspiranti hanno dovuto essere muniti di bigliettini numerati, come in salumeria, e una signora ha confessato di essere arrivata alle quattro del mattino, per non rischiare di venire esclusa. Questo dà la misura dell'enorme interesse che si è sviluppato in città sul vino, confermato dal moltiplicarsi di scuole e corsi in cui apprendere segreti e regole di vitigni, vendemmie, bottiglie, Doc, Docg, cantine, abbinamenti e quant'altro. E dal proliferare di Winebar o Wine and Food, cioè la versione anglofona di osterie e trattorie: locali dove si possono anche consumare spuntini o pasti interi, ma al vino è riservato un posto d'onore. Tanto interesse e tanta competenza in materia sono una novità degli ultimi anni, perché a Milano le cose non sono sempre andate così.
In principio era il Chianti. Poiché gli albori della ristorazione pubblica milanese coincidono con l'arrivo di una squadra di «coloni» toscani, che a cavallo dell'ultima guerra aprirono le prime trattorie, il vino che si beveva era principalmente quello offerto dagli «osti della malora». Poi ci fu il periodo dei trani, dove, cantava Gaber, «Si passa la sera/ scolando Barbera» e Valpolicella. E il periodo in cui Giuseppe Strippoli fece breccia nei cuori meneghini, specie alla Statale e dintorni, a suon di panzerotti e allegri vini pugliesi: Castel del Monte e San Severo divennero marchi familiari. L'unica bottiglieria di qualità conosciuta da tutti era Scoffone (adesso inglobata dall'impero Peck), che per anni rappresentò un riferimento. Negli anni Ottanta il nuovo edonismo segnò una svolta e aprì un cammino di sensibilizzazione, se non altro alle mode e ai simboli: arrivò il «prosecchino» e poi il Cartizze, che imperversò per anni, bevuto in ogni occasione e con ogni cibo (il territorio d'origine avrebbe dovuto essere grande come l'Australia per soddisfare tutte le richieste), sostituito più tardi, con esiti analoghi, dallo Chardonnay. Contemporaneamente, si affermava la cucina a base di pesce, che con il bianco si sposava bene. Intanto si facevano largo nomi di grandi enoteche come Solci, Ronchi, N'Ombra de Vin, Vino vino e Cotti, che tentavano di far conoscere vini diversi e validi, e già da tempo avevano abbandonato fiaschi e vini sfusi per imporre bottiglie e marchi. Erano veri pionieri, non solo per Milano, ma per l'Italia, ancora all'abbiccì della cultura enologica. Aiutati da esercenti illuminati e da critici/divulgatori come Gianni Brera, Franco Tommaso Marchi o Luigi Veronelli, tutti milanesi o lombardi, e Mario Soldati, che a Milano viveva. All'inizio degli anni Novanta, non a caso, nasce Slow FoodArcigola, votato alla promozione e valorizzazione della cultura del mangiare e del bere, e a Milano fissa due sedi operative (Osteria del Treno e Grand Hotel Pub) che fanno la loro parte per educare la clientela. Piano piano, il predominio dei vini bianchi si riduce, e i milanesi cominciano a imparare che, nel bicchiere, rosso è bello. Si interessano ai vini più famosi, dal Barolo al Barbaresco, e vanno in pellegrinaggio nelle Langhe, snobbando per un po' i contadini dell'Oltrepo', sempre pronti a fornire vini "fatti in casa" (ma anche i piemontesi imparano rapidamente il gioco), poi si spostano in Toscana quando si innamorano del Brunello. Più avanti sono Tignanello e Sassicaia le star dei ristoranti eleganti, ma intanto il meccanismo è innescato: conoscere il vino è di moda e fa guadagnare punti in società. «Quando andavamo a scuola dice Giovanni Longo, presidente di Vinarius, consorzio di oltre 100 enoteche italiane ci vergognavamo un po' perché nostro padre faceva il vinaio; adesso i miei figli dicono che il papà è enotecario e si sentono strafighi».
Ritorno di fiamma per il bianco con l'ascesa dell'Arneis, elegante vino del Roero che riporta in Piemonte l'interesse dei consumatori milanesi. L'ultimo grido, il nome che tutti devono riconoscere e possibilmente pronunciare per primi per fare bella figura (dopo la mania dei vini californiani, australiani, cileni), è Sagrantino di Montefalco, ottimo rosso umbro che nella versione più glorificata, dell'azienda Caprai, viaggia sulle 45mila lire a bottiglia (ma può costare molto meno, secondo le marche). «Noi soprattutto cerchiamo di proporre buoni vini a prezzi accessibili, e i clienti adesso ci ascoltano», dice Longo, che con l'enoteca di famiglia, a Legnano, ha vinto quest'anno il premio nazionale.
Ma non si tratta di vendere più bottiglie: la gente sta imparando a bere meno e bere meglio. Negli anni Cinquanta, a Milano, quando si concordava un banchetto di nozze la misura «normale» era di un bottiglione a commensale (cioè un litro e mezzo), adesso si calcola al massimo una bottiglia (tre quarti di litro) in due.
Consapevoli dell'attrazione fatale tra i milanesi e il vino, molti si sono dati da fare e organizzano una miriade di corsi e degustazioni guidate a Milano e nell'hinterland. Tra le ultime tendenze, un certo laissezfaire sugli abbinamenti, prima ossessivamente curati: come dire, imparate a bere bene il vino, e poi mangiateci insieme quel che vi pare. Ancora più interessante il fatto che ormai chi dice vino dice donna. Se ne è parlato anche al convegno nazionale dell'Ais, svoltosi a Sirmione in questi giorni: le donne sono sempre di più, sanno anche essere più brave degli uomini e danno un contributo decisivo alle tendenze di mercato.


(La Repubblica - Milano, 7/11/2000)

 

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