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La questione del "vino transgenico"

Le altre notizie



L'Europarlamento ha approvato oggi un provvedimento. E' subito polemica tra i Verdi: "L'Italia non è daccordo". Strasburgo, "Via libera al vino transgenico"

STRASBURGO - Sì delle Europarlamento ai vini geneticamente modificati. Ma l'Italia non è daccordo. Passato oggi maggioranza a Strasburgo il provvedimento che prevede per la produzione vinicola l'utilizzo di materiali di moltiplicazione vegetativa della vite geneticamente manipolati, immediatamente si è scatenata la reazione dei verdi. "Valuteremo ogni azione, perché l'Italia è contraria a questo provvedimento", ha detto il ministro delle politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio. "Che il vino sia transgenico è semplicemente incompatibile con la denominazione di origine controllata".

Annacquati, biotecnologizzati, snaturati. E' il destino che l'Europarlamento ha designato per Chianti e Barolo, Pinot e Moscati: per i vini, insomma, del "made in Italy". E a mettere in guardia i singoli governi sul rischio che deriva dal voto di oggi a Strasburgo è Legambiente che già in due precedenti occasioni, contando sull'appoggio di diversi europarlamentari di diversi schieramenti, era riuscita a far slittare ogni decisione sul provvedimento. Al terzo tentativo, la direttiva è passata "dando un colpo alle produzioni di qualità, ai consumatori e alle numerose aziende, soprattutto italiane, che sulla tipicità e sulla peculiarità di un particolare vino basano tutta la loro forza" ha spiegato l'associazione ambientalista.

Grazia Francescato, presidente dei Verdi, commenta con un "no grazie" il provvedimento: "Un voto ancor più grave - accusa Francescato - se consideriamo che è in preparazione una direttiva quadro sugli organismi geneticamente modificati e ogni decisione sui singoli settori appare quindi prematura e inaccettabile". La decisione Ue, fa notare, giunge solo pochi giorni dopo la vittoria italiana per il mantenimento del bando sulle 4 varietà di mais geneticamente modificati. E la difesa del decreto Amato, contiene un messaggio chiaro: "Va garantita la sicurezza alimentare".


(La Repubblica On-Line, 24/10/2000)

Primo sì alla direttiva Ue sulla "moltiplicazione vegetativa della vite". Il vio potrebbe diventare biotech. L'ennesima stangata da Strasburgo

VIA LIBERA ieri a Strasburgo dall'Europarlamento alla direttiva Ue sulla "moltiplicazione vegetativa della vite", una normativa che per ambientalisti e verdi potrebbe portare alla produzione di "vino biotech". Gli eurodeputati hanno approvato a maggioranza il progetto di normativa che consente "la commercializzazione dei materiali di moltiplicazione vegetativa della vite". I verdi europei avevano chiesto ieri un rinvio del voto,in attesa della definizione della nuova normativa europea sugli organismi geneticamente modificati. Ma l'aula non ha accolto le riserve dei verdi e ha proceduto ieri al voto. Approvando la normativa, che deve ancora passare al vaglio del consiglio dei ministri Ue, l'Europarlamento "ha accettato de facto l'irrimediabilità delle viti geneticamente modificate" ha detto per i verdi Ue la francese Marie Anne Isler Beguin. Duro anche il commento di Legambiente, che ha chiesto ai ministri Ue di respingere il provvedimento. "Annacquati, biotecnologizzati, snaturati: è il destino che l'Europarlamento ha disegnato per chianti e barolo, pinot e moscati, per i vini insomma del made in Italy, una delle punte di diamante della nostra produzione enogastronomica di qualita", afferma Legambiente. "Siamo di fronte da un nuovo, grave attacco portato dal fronte biotech alla salute dei consumatori e alla produzione tipica italiana": cos la presidente dei Verdi Grazia Francescato. "Il voto di oggi è ancora più grave - ha aggiunto - se consideriamo che è in preparazione una direttiva quadro sugli organismi geneticamente modificati e dunque, ogni decisione su singoli settori appare prematura e inaccettabile. Ora è necessario che Parlamento europeo, Consiglio dei ministri dei 15 Paesi e Governo italiano alzino una voce chiara e univoca in difesa dei consumatori e dei prodotti tipici". Critiche anche da altri parlamentari verdi. " una decisione gravissima - secondo Annamaria Procacci e Paolo Cento - che ancora una volta penalizza non solo i consumatori ma anche le produzioni vinicole di qualità in tutta Europa". Per Athos De Luca "si tratta di un provvedimento inutile e insensato che nasce sotto la spinta delle multinazionali del biotech, che vogliono produrre vino manipolato a basso costo e che danneggia le produzioni tipiche italiane ed europee". "Valuteremo ogni azione sia in sede tecnica che giuridica: l'Italia è contraria a questo provvedimento": così il ministro delle Politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio.


(La Gazzetta dei Sud, 25/10/2000)

Vino transgenico, l'Europa dice sì. Strasburgo dà via libera, i ministri italiani annunciano battaglia

di ANTONIO CIANCIULLO

BOLOGNA - La notizia è arrivata nell'aula magna dell'università di Bologna proprio mentre si stava brindando ai cinque vincitori del premio Slow Food, cinque paladini della diversità genetica che si battono per salvare le piante in vie di estinzione e le tecniche di lavorazione tradizionale. Ora il loro lavoro rischia di diventare più difficile: il Parlamento di Strasburgo ha dato il via libera al vino transgenico. Se il Consiglio dei ministri dell'Agricoltura confermerà la decisione, presto si potrà bere sauvignon dal dna ritoccato, pinot costruito in laboratorio, champagne con le bollicine artificiali.
Una prospettiva che ha scatenato la rivolta del fronte che da anni si batte contro l'uso alimentare delle tecnologie d'ingegneria genetica. I Verdi avevano chiesto un rinvio del voto ma l' aula ha respinto la richiesta e la "commercializzazione dei materiali di moltiplicazione vegetativa della vite" è passata a maggioranza. "Un atto grave", secondo la presidente del Sole che ride Grazia Francescato, "anche perché è in preparazione una direttiva quadro e una decisione sui singoli settori appare prematura e inaccettabile". Protestano anche due eurodeputati diessini, Vincenzo Lavarra e Guido Sacconi, mentre il ministro per le Politiche comunitarie, Gianni Mattioli, annuncia "battaglia nelle sedi appropriate" e il responsabile dell'Agricoltura, Alfonso Pecorro Scanio, assicura: "Valuteremo ogni azione sia in sede tcnica che giuridica; l'Italia è contraria a questo provvedimento".
"E' un'offensiva che va avanti dall'estate", ricorda Legambiente. "In due occasioni eravamo riusciti a far stralciare il provvedimento dall' ordine del giorno. La terza volta il blitz è riuscito: rappresenta l' ennesimo colpo al made in Italy, l'ennesimo tentativo di sostituire il laboratorio alla natura, l'imprevedibile bisturi genetico alle produzioni di qualità basate su lavorazioni testate per secoli".
I pareri sui rischi legati all'uso di organismi geneticamente modificati (ogm) sono comunque molto controversi. Secondo le aziende che stanno conducendo la sperimentazione, da più di cento anni si modificano geneticamente i vitigni e nessun rischio aggiuntivo è ora alle porte. Anzi si arriverà a prodotti più controllati, confezionati su misura per resistere a attacchi parassitari o per tirar fuori profumi inediti, aromi nuovi non condizionati dal rapporto con la terra.
"La prospettiva di un vino senza legami con il luogo in cui è cresciuto è agghiacciante", commenta Carlo Petrini, presidente di Slow Food. "Da anni stiamo lavorando esattamente in direzione opposta: dobbiamo recuperare gli antichi vitigni, valorizzare le loro peculiarità, non buttarli a mare per costruire in Canada un finto Barolo. E poi trovo inquietante quest'Europa che prima decide la cautela per il mais transgenico e il giorno dopo butta alle ortiche la cautela discutendo di vino. E' un atteggiamento schizofrenico, una mancanza di rispetto per i consumatori. Per questo abbiamo deciso, assieme alla Legambiente, di aprire un osservatorio a Bruxelles: vigileremo su tutta la partita alimentare".
Una partita che resta più che mai aperta. Il protocollo sulla biosicurezza firmato a Montreal il 29 gennaio 2000 dai rappresentanti di 130 governi dà la possibilità ai singoli Stati di opporsi all'importazione di prodotti contenenti ogm nel caso li ritengano pericolosi per l'ambiente o per la salute. Ma il rebus dell'etichetta (quando e come deve essere indicata la presenza di transgenici?) resta da sciogliere.


(La Repubblica, 25/10/2000)


"Gli ogm dentro i vitigni? La cosa finirà malissimo". Cristina Geminiani, giovane produttrice di un vino da Tre Bicchieri

ROMA (l.g.) - Cristina Geminiani, agronoma, giovane produttrice romagnola (proprio oggi a Torino il suo "Marzieno" verrà premiato con i Tre Bicchieri della guida del Gambero Rosso) non si dà pace: "Questa storia degli ogm applicati alla vite finirà malissimo".
Perchè tanto pessimismo?
"Perchè studio la vite e lavoro sul vino. E so con che cosa abbiamo a che fare. Stiamo stravolgendo tutto ciò che è natura, e questo è grave. Ma a livello vitivinicolo può essere disastroso".
Sta dicendo che la vite è diversa dalle altre colture.
"E che la sua diversità viaggia di pari passo con la sua imprevedibilità... Prendiamo il Sangiovese, un vitigno che entra in molti dei nostri vini migliori. E', come possiamo dire, geneticamente irregolare, nel senso che da una generazione all'altra cambia. Magari impercettibilmente, ma difficilmente il clone è uguale a quello della pianta madre. La modificazione genetica può scatenare effetti non programmabili".
E se con gli ogm si battessero malattie storiche come la fillossera?
"Non posso escluderlo. Bisogna vedere chi gestirà eventualmente questa rivoluzione e come. Ma non vorrei che il rimedio si rivelasse peggiore del malanno. Magari con il risultato di annientare la tipicità dei nostri vini in nome della globalizzazione".


(La Repubblica, 25/10/2000)

Al Salone del Gusto di Torino Pecoraro Scanio annuncia una "contro-lobby". Il vino transgenico non va giù

dal nostro inviato
ALBERTO GUARNIERI
TORINO - "Un vino transgenico è come la fotocopia di un quadro di Caravaggio". Giovanna Melandri, ministro dei Beni culturali, arriva di buonora al Salone del gusto di Torino. Fa un rapido giro per gli stand ricolmi di mille leccornie, per poi concentrarsi sull'argomento del giorno: il via libera del Parlamento Ue alla trasformazione dei vitigni in organismi geneticamente modificati.
Una provocazione, nel momento in cui Slow Food, organizzatore del salone, annuncia che sono diventati 230 i vini italiani a potersi fregiare dei prestigiosi "tre bicchieri" dell'eccellenza. E durante la consegna dei quattro "oscar" alle bottiglie più pregiate (tra i vincitori, anticipati ieri dal Messaggero, il Montepulciano d'Abruzzo Villa Gemma) il ministro delle Politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio, rincara la dose e invita le Regioni italiane, qui presenti al gran completo, a dire no a qualsiasi coltivazione non naturale sul loro territorio.
"Sono fiducioso di vincere anche questa battaglia - spiega - perché il parere del Parlamento è solo consultivo e insieme ad altri paesi riusciremo a far capire alla Commissione dei ministri che gli omg sono una proposta arretrata, non avanzata". L'Italia in Europa ha già vinto battaglie alimentari importanti come quelle per il lardo di Colonnata e il formaggio di fossa, ma certo c'è preoccupazione per una Ue che "sembra in mano alla lobby delle grandi industrie", come dice il presidente di Slow Food Carlo Petrini, che annuncia la creazione di una "contro lobby" a Bruxelles. Protestano ovviamente anche i produttori italiani. Per tutti Marco Felluga, delle cantine del Collio: "E' un grave attentato al consumatore".
Il grave problema stride particolarmente qui, dove si mette in mostra l'incredibile patrimonio enogastronomico del nostro paese e dove si stanno rimarginando le fresche ferite della piena del Po. "Il governo - dice Melandri - introdurrà la tutela del paesaggio agricolo, perché anche il vostro lavoro è cultura". "Nella città dell'industria verifichiamo la nascita del "primario avanzato" - aggiunge Pecoraro Scanio; oggi giovani e donne sono la nuova imprenditoria delle campagne. Vanno difesi e sostenuti".


(Il Messaggero, 26/10/2000)

Sacconi: che confusione nessun vino in provetta. Secondo l'eurodeputato, è tra un mese il voto decisivo sugli Ogm

MARA AMOREVOLI
«SI è fatta molta confusione, vorrei che fosse chiaro che non abbiamo varato nessun mostro o dato il via alle contaminazione genetiche dei vitigni». Si stupisce, e non poco, l'europarlamentare fiorentino dei Ds Guido Sacconi alla notizia bomba che il Parlamento europeo avrebbe dato il via libera al vino transgenico con l'approvazione di un provvedimento "sulla propagazione e moltiplicazione vegetativa della vite". Sacconi puntualizza e precisa.
Non è vero che avete varato i cybervini tipo un Chianti o un Brunello con il dna ritoccato?
«No, abbiamo invece votato un provvedimento di settore relativo ai vitigni, per la salvaguardia di quelli tradizionali, a favore dell'affermazione del principio della biodiversità e per la fissazione di criteri rigidissimi per la sperimentazione di Ogm. Comunque, per quanto mi riguarda, avrei preferito trattare questa normativa di settore dopo la definizione della direttiva quadro generale degli Ogm».
E allora cosa è successo?
«Che dopo aver rimandato il voto per tre volte, questa volta eravamo in minoranza e abbiamo dovuto votare per forza. Così abbiamo approvato gli emendamenti proposti dai Verdi e anche quelli che vincolano la normativa del settore a quella generale di tutti gli Ogm, scegliendo appunto di ricollegarci al testo quadro che dovrebbe essere approvato tra un mese. Sarà quello a far legge. Inoltre sono stati fissati criteri rigorosissimi per una sperimentazione di lunga durata , che garantisca tutela della salute e dell'ambiente».
Ma la sperimentazione con Ogm è passata o no?
«Sì, ma è tuttavia bloccata da una moratoria. Tutti i governi hanno deciso che non si danno nuove autorizzazioni finchè non c'è appunto la normativa generale».
Non c'era altra via di uscita? Produttori, enologi e viticoltori gridano allo scandalo dei vini costruiti in laboratorio.
«Potevamo prendere posizione di bandiera, votare per abrogare tutti i riferimenti agli Ogm, o a favore degli emendamenti come abbiamo fatto, oppure contro tutto. I Verdi hanno tenuto posizioni non molto corrette, votando sia a favore dei loro emendamenti e insieme tutto contro tutto».
Un bagarre politica giocata su quali elementi?
«Diciamo preclusioni di principio. Tipo 'buttiamo all'aria tutto' o meglio 'niente mai'. Noi invece diciamo no alla manipolazione e all'applicazione di un organismo sull'altro, ma siamo favorevoli alla sperimentazione e alla ricerca con le biotecnologie che appunto puntino a valorizzare la biodiversità».


(LaRepubblica - Firenze, 26/10/2000)


"Ma le mutazioni le fa già la natura". Per Jacopo Biondi Santi a Strasburgo non ci sono ancora idee chiare

«Credo proprio che ancora non abbiano le idee chiare su cosa fare a Strasburgo osserva il "padre" del Brunello di Montalcino Jacopo Biondi Santi le mutazioni genetiche le fa già la natura, facendo interagire il vitigno con clima, terreno, ecc. Non ci interessano sperimentazioni o mutazioni da laboratorio, a meno che non creino barbatelle o apparati di radici per innesti resistenti alla fillossera, o alle varie malattie della vite. Allora va bene, si avvii pure la sperimentazione. Ma se si vuole creare un'uva perfetta, con corredo genetico modificato, non ha senso».
L'alzata di scudi contro il cybervino è però generale. Produttori, enologi, viticoltori e amministratori toscani, a cominciare dall'assessore regionale all'agricoltura Tito Barbini, si schierano contro la «moltiplicazione vegetativa della vite» per produrre una superuva e vino transgenico. Una vera rivolta che parte dalla terra del Chianti Classico: «In nome della tradizione millenaria che vede selezionare nel campo, e non in laboratorio spiega l'enologo del consorzio Stefano Porcinai i cloni o tipi di vitigno da selezionare per la produzione, da moltiplicare naturalmente per talea, senza intaccare alcun corredo genetico di sangiovese o merlot. Sono davvero sbalordito solo all'idea di voler creare un vino manipolato che non abbia legame con la terra di produzione». Il clone è solo uno dei fattori che fanno il vino, con il clima, il terreno, l'altitudine. «L'idea di creare un'uva perfetta è agghiacciante» aggiunge Giuseppe Liberatore direttore del Consorzio. Maurizio Boselli, professore ordinario di viticoltura spiega: «In Italia si lavora già per rafforzare i vitigni di base, o portinnesti, contro malattie o virosi, ma modificare il metabolismo o dna della vite con un gene estraneo ha poco senso. Non si tratta di mais o soia che crescono dovunque uguali, il vino è tale solo se la vite ha un legame strettissimo con il territorio e il clima».
(m.a.)


(La Repubblica - Firenze, 26/10/2000)

Il Chianti è già in guerra contro la 'super-uva' voluta da Strasburgo

CHIANTI - Il Chianti si ribella al supervino transgenico che ha ottenuto il via libera dal Parlamento europeo di Strasburgo. Gli agricoltori, specie i piccoli che per sopravvivere esaltano la qualità, sono sconcertati. Già quando nell'inverno di due anni fa l'Ue cominciò a ragionare di "superuva", già si registrò nel Chianti una generale levata di scudi
Paolo Saturnini, sindaco di Greve, parla in veste di coordinatore dei sindaci del Chianti e di presidente delle Città Slow: "Esprimo - dice - la mia contrarietà assoluta alla decisione di Strasburgo di concedere disco verde al vino transgenico. Nel Chianti la ricerca ha già prodotto di per sé vigneti sani e resistenti, ma che rimangono fedeli alla tradizione e rispettano il territorio.
Si capisce gustandolo che il nostro vino, con quelle peculiari caratteristiche di sapore e colore, è Chianti Classico e riflette una cultura ed una tradizione". No fermo dunque al vino tutto uguale ed omologato e che rischia di non sapere di nulla, dal Mare del Nord a Pantelleria. "No" senza appello anche dal Consorzio del Chianti Classico che muoverà i propri passi verso la Comunità Europea: si attende a breve una presa di posizione più dettagliata.
Tra "superuva" e "supervino" c'è un angolo di Europa che non fa gola ormai a nessuno, neppure all'assessore regionale all'agricoltura Tito Barbini che di fronte alla decisione di Strasburgo ha battuto i pugni sulla scrivania: "non vorremmo trovarci di fronte - ha dichiarato, anzi tuonato - ad un Chianti o a un Brunello prodotti in qualche laboratorio". "Sono convinto - ha concluso - che nell'epoca dei fast-food e dei consumi omologati la qualità toscana sarà comunque premiata".

di Andrea Ciappi


(La Nazione, 27/10/2000)


Vino e ogm. Martini protesta con Prodi. "Non danneggiamo i produttori europei"


Dopo la discussione avviata al parlamento europeo sul possibile utilizzo degli organismi geneticamente modificati nella produzione del vino, il presidente della Regione Claudio Martini scrive a Romano Prodi per esprimere la sua preoccupazione e quella dei produttori e dei consumatori toscani. «Lei sa bene quanti sforzi sono stati fatti non solo in Toscana ma in tutte le regioni vinicole d'Europa per la valorizzazione delle produzioni locali», dice Martini nella lettera al presidente della commissione europea. «Ciò ha significato per il vino in particolare far conoscere e apprezzare in tutto il mondo le nostre tradizioni, la nostra cultura, i nostri prodotti. Un vino prodotto con ogm danneggerebbe inesorabilmente significativi strati del mondo produttivo europeo e potrebbe costituire una seria minaccia per l'ambiente».
Preoccupata dai «possibili scenari che si aprirebbero se alle viti si applicassero i principi dell'ingegneria genetica» è l'Associazione dei produttori vitivinicoli toscani che avverte: «Se il consiglio dei ministri dell'Agricoltura confermerà la decisione di Strasburgo presto potremmo bere vini dal Dna costruito in laboratorio che stravolgerebbero il millenario legame tra ambiente, terreno, vitigno e vino. Un legame che è anche e soprattutto un fatto culturale e che determina la ricchezza e lo specifico di ogni vino, sapore e profumi».
Sulla vicenda sono intervenuti anche il presidente di Legambiente Toscana Piero Baronti e i consiglieri regionali del gruppo Democratici Rinnovamento. «Difenderemo con forza hanno detto i consiglieri democratici Erasmo D'Angelis, Federico Gelli e Francesco Pifferi e in tutte le sedi, l'integrità e la tipicità dei nostri prodotti, che non potranno mai entrare in competizione con la standardizzazione delle grandi aziende agroindustriali».


(La Repubblica - Firenze, 27/10/2000)


La Ruffino inaugura un nuovo Super-Tuscan

Jo Cooke
Marco e Paolo Folonari, proprietari della storica etichetta italiana Ruffino a seguito della divisione della loro azienda toscana avvenuta nello scorso Giugno, hanno lanciato il nuovo super Tuscan chiamato Modus.

"Modus non è la replica di nessun vino che abbiamo offerto nel passato," ha detto il presidente della Ruffino Marco Folonari inaugurando il vino durante un pranzo tenutosi il 23 Settembre presso il grande ristorante fiorentino Enoteca Pinchiorri. "È completamente nuovo".

Il Ruffino Modus 1997 è un uvaggio di Sangiovese (60%), Cabernet Sauvignon (25%) e Merlot (15%) selezionati dalle migliori vigne che la Ruffino possiede in Toscana. Le percentuali potranno variare di anno in anno, a seconda dei risultati della varie uve.

Con una produzione che salirà dalle 3000 casse dell'annata 1997 alle 8000 dell'annata 2000, il Modus dovrebbe compensare la perdita del popolare Cabreo Il Borgo, uvaggio di Sangiovese e Cabernet, andato all'altro ramo della famiglia.

Intorno alle 700 casse dell'annata 1997 verranno esportate negli Stati Uniti all'inizio del 2001; il vino verrà venduto ad un prezzo di 40 dollari circa a bottiglia. In un recente assaggio alla cieca di Wine Spectator ha ottenuto 85 punti e descritto come "un po' magro, ma con buone note di frutta rossa, ciliegia e mirtillo".

Durante il pranzo è stato servito anche lo Chardonnay 1998 ancora senza nome, realizzato dalle uve della tenuta Casavecchia dei Folonari fatte maturare in barrique. La produzione sarà di circa 3000 casse, più o meno la stessa quantità
dell'altro Chardonnay Cabreo La Pietra. Né i prezzo né la data di uscita sono stati rivelati.


(Wine Spectator, 24/10/2000)

Capace di 10 milioni di pezzi all’anno. Mille invitati a Castel Boglione per l’apertura dell’ impianto di imbottigliamento da record

CASTEL BOGLIONE. Oltre mille invitati (soci della cantina, produttori di tutta la zona ed amministratori pubblici), sabato hanno gremito l’Antica Contea di Castelvero, per il taglio del nastro del nuovo impianto di imbottigliamento: una potenzialità di dieci milioni di pezzi all’anno (raddoppiabili con due turni di lavoro), con cui Castelvero diventa una delle strutture più grandi del Piemonte. I lavori (progetto studio Celati), sono stati eseguiti dall’impresa Ivaldi-Iefi di Calamandrana. Lo stabilimento occupa dieci mila metri quadri e sorge accanto al cimitero, collegato da una nuova strada alla attuale cantina. Costo, una quindicina di miliardi, finanziati per metà dalla comunità europea con il Feoga e parte da mutui. Tra i presenti, l'assessore regionale Mariangela Cotto, Luigi Perfumo, per la Provincia ed il parlamentare Maria Teresa Armosino. La cantina sociale, guidata da Giovanni Pattarino conta 220 soci, è stata fondata nel ‘54 ed ha al suo attivo varie "partnership" con altre cooperative della zona, da Mombaruzzo a Ricaldone. Già oggi da Castelvero partono per tutto il mondo oltre cinque milioni di bottiglie.


(La Stampa, 24/10/2000)

Il Consorzio di tutela ne ha promosso l’immagine in Italia e nel mondo, ampliandone il mercato. Sua eccellenza il Brachetto d’Acqui docg. Ambasciatore del Piemonte anche al galà di Montecarlo

ACQUI TERME
Da domani al 29 ottobre, il Brachetto d’Acqui docg sarà tra i protagonisti del Salone del gusto di Torino, grazie all’incessante attività promozionale del Consorzio di tutela vini d’Acqui, presieduto dall’imprenditore Paolo Ricagno. Una scelta strategica, che ancora una volta conferma la dinamicità del Consorzio, che ha il merito di essere riuscito a lanciare in Italia e all’estero un prodotto che fino a oggi era considerato di nicchia. Infatti, negli ultimi anni il Brachetto d’Acqui docg è riuscito a conquistare il mercato internazionale sbarcando anche in Giappone e negli Stati Uniti. In Italia, il Consorzio di tutela, da alcuni anni, ha intrapreso l’interessante esperienza delle "Brachetterie" (ma al Brachetto è dedicato anche un museo, a Quaranti), coinvolgendo in questa esperienza primari operatori nel settore della ristorazione, rinomati bar e anche circoli sportivi.
Il nome del Brachetto d’Acqui docg si è legato anche ad appuntamenti culturali di rilevante importanza, con la partecipazione alla prime dei più importanti teatri italiani. Lo scorso 18 ottobre il rinomato vino ha preso parte alla serata di gala "Charme et saveur du Piemont" che si è tenuta all’Hotel de Paris di Montecarlo, alla presenza del principe Alberto di Monaco e durante la quale si è tenuto un recital di Andrea Bocelli. Il successo ottenuto in questa importante serata di gala sarà certo replicato al Salone del gusto, dove il Consorzio di tutela dei vini d’Acqui sarà presente con uno stand nel padiglione numero 3. All’interno di questo spazio espositivo saranno predisposti alcuni tavoli per la degustazione e per ospitare le aziende che fanno parte del Consorzio e che vorranno essere presenti ad appuntamenti e incontri commerciali. Inoltre, nello spazio denominato "Isola verde" del Salone del gusto, una zona della rassegna riservata agli sponsor ufficiali, e nello stand istituzionale Slow Food, verranno presentati gli abbinamenti del Brachetto d’Acqui docg con i cibi tipici, tra i quali spiccano i dolci, essendo il Brachetto d’Acqui docg un vino da dessert. Per questo nella grande sala tematica dei dolci, domani, dalle 16, saranno servite le crostate d’Europa in abbinamento al Brachetto d’Acqui docg.


(La Stampa, 24/10/2000)

Domani la cerimonia. La Gancia festeggia 150 anni.

Filippo Larganà
CANELLI Domani sera, alla Locanda Gancia di Santo Stefano Belbo, cena di gala per i 150 anni dell’azienda canellese dove un secolo e mezzo fa è nato il primo spumante d’Italia. Un primato che ancora oggi "segna" la leadership di un’industria enologica dal marchio prestigioso la cui conduzione è, pur con intese e alleanze con altri gruppi (Rivera, Maxxium, Cinzano), orgogliosamente a carattere famigliare.
Alla festa di domani ci sarà la famiglia Gancia al completo, esponenti della quarta, quinta e sesta generazione degli industriali spumantieri canellesi. Oltre 500 gli invitati, i dipendenti attuali e gli ex dipendenti in pensione, tutti a festeggiare le 150 candeline.
Il discorso ufficiale sarà affidato a Lorenzo Vallarino Gancia, presidente della Holding Gancia Spa; l’industriale parlerà della filosofia aziendale e dei progetti futuri della ditta: "Abbiamo 150 anni, ma neppure una ruga" aveva detto alla convention di qualche settimana fa con la forza vendita. In quella occasione erano state annunciate previsioni di fatturato 2000 attorno ai 160 miliardi.
Ma la Gancia "rispolvera" la propria storia (e quella di un pezzo d’Italia) anche attraverso il restauro, seguito da Gabriele Scaglione dell’ufficio stampa dell’azienda, di filmati storici e pubblicitari con soggetto l’azienda spumantiera canellese. Rimasterizzati spuntano così i caroselli di Alberto Sordi dove l’Albertone nazionale, promoziona i prodotti Gancia cantando canzonette popolari. La lista di testimonial è lunga: dagli attori Eleonora Rossi Drago e Valter Chiari, alle soubrette Stella Carnacina e Carmen Russo, al gruppo musicale i Nuovi Angeli. Non mancano le curiosità: il primo filmato del 1926, un documentario dell’Istituto Luce sull’industria spumantiera di Canelli; Mario Soldati che parla di vini spumanti e vecchie ricette piemontesi; una giovanissima Alba Parietti degli anni Ottanta che, in pantaloncini, sfila sul ring di un incontro di pugilato sponsorizzato dalla Gancia. E tra i registi degli spot nomi importanti: da Bolognini ai fratelli Taviani. Tutto questo materiale, il prossimo anno, farà parte di un museo aziendale sulla storia della Gancia.


(La Stampa, 25/10/2000)

Un sorso da 250 miliardi. Vini, esaurite le scorte: è la Sicilia dei record. Radiografia di un settore in crescita alla ricerca di nuovi modelli di espansione economica. Qualità e prezzo i segreti del successo

GIOACCHINO AMATO

Duecento miliardi di fatturato nel 1999 e un incremento stimato nell'ordine del 20 per cento entro la fine del 2000. questa la fotografia del settore vinicolo siciliano. Un'altra stagione eccezionale dopo i dati record registrati lo scorso anno. Per il vino siciliano in bottiglia il mercato cresce a dismisura tanto che le principali aziende del settore hanno finito con largo anticipo le scorte e gli stessi produttori di bottiglie non riescono a tenere il passo con gli ordini. E se nelle cantine tutti i vini top line del 99 sono già finiti, la vendemmia 2000 si è chiusa nel migliore dei modi per i produttori siciliani mentre al nord è andata molto male e ciò lascia prevedere nuovi successi per i vini siciliani. «A fine settembre tutti i nostri migliori bianchi del 99 erano già esauriti - conferma Josè Rallo, responsabile marketing di Donnafugata - mentre noi pensavamo di coprire con la nostra produzione le richieste fino al periodo natalizio». Sono andati a ruba i vini frutto della vendemmia notturna dello scorso anno a dimostrazione che questa tecnica è realmente capace di conservare gusto e aroma del vitigno e non, come sostenevano alcuni operatori, una trovata pubblicitaria.
«Non c'è dubbio - conferma la Rallo - basti pensare che anche il Chiarandà 99, ultimo dei bianchi da vendemmia notturna, è stato venduto per l'80 per cento su prenotazione prima della data di commercializzazione». Per Donnafugata si tratta di un nuovo record dopo quello del '99: premio per l'attenzione che l'azienda ha dedicato ai bianchi mentre tutti si concentravano sui rossi. «E il mercato ci ha dato ragione - spiega Josè Rallo - visto che i bianchi di grande qualità vengono preferiti da quei consumatori che si orientano verso un'alimentazione più leggera e più veloce». Ma il boom del vino siciliano non è solo questione di mode. I vitigni locali di grande qualità e le condizioni climatiche ideali offrono un prodotto già al top. Alle aziende il compito di saperlo far fruttare, curando la trasformazione, la distribuzione e il marketing. «Il successo è tutto qui - chiarisce Giacomo Rallo, presidente di Assovini - il prodotto ha un valore già così alto che basta possedere la giusta cultura enologica ed enotecnica per avere successo. La ventina di aziende dell'isola che stanno avendo questi risultati sono quelle che hanno saputo puntare alla qualità con la stessa professionalità dei grandi produttori del Nord». Ma le difficoltà non mancano. Il vino prodotto in Sicilia è ancora troppo e solo l'otto per cento viene imbottigliato.
«Su dieci milioni di ettolitri - spiega Silvio Ruffino della Torrevecchia - solo due milioni meritano rispetto e di questi un 30 per cento è veramente vino di qualità. La nuova immagine del vino siciliano è affidata a questi 600 mila ettolitri eccellenti». Puntare al prodotto più esclusivo serve anche a superare l'handicap dei maggiori costi di produzione e di trasporto. Con poche aziende l'indotto stenta a formarsi. I tappi si importano dal Piemonte, le capsule dalla Lombardia, le etichette dalla Toscana. «Da qualche tempo - puntualizza Josè Rallo - riusciamo a trovare in Sicilia chi cura la veste grafica del prodotto, ma l'indotto è ancora tutto da creare». Ecco perché si punta alla qualità e non a dar battaglia sul prezzo: «Siamo ancora pochi - conferma Giacomo Rallo - e gli ottimi dati di questi anni dovrebbero spingere molti altri produttori a seguire la nostra strada. Ma la gran quantità di vino sfuso che esce dalla Sicilia per noi continua ad essere un grosso danno». Alla Regione le aziende chiedono più attenzione ma preferiscono affidarsi alle proprie forze. I mercati da conquistare sono quelli tradizionali del Nord Italia, della Germania e della Francia ma anche gli Stati Uniti, il Giappone e tutto l'estremo oriente, dove non basta andare per fiere e manifestazioni. Ma i mercati esteri si conquistano anche qui in Sicilia: «Vino di qualità e turismo di qualità sono due facce della stessa medaglia - spiega Josè Rallo - Chi viene in Sicilia per due settimane berrà il nostro vino per almeno otto mesi e lo cercherà ovunque. La strada da seguire rimane questa».


(La Repubblica - Palermo, 25/10/2000)

Marzotto: "Abbandono l'asta Corvo" Critiche al nuovo bando

GIUSEPPE MARINARO

Che sia contrariato si vede benissimo e non intende nasconderlo. Quello che lui stesso chiama «brutto scherzo» della Regione non gli è piaciuto affatto. Così, il conte Paolo Marzotto annuncia che, se il nuovo bando sulla Vini Corvo, prossimo alla pubblicazione, «conterrà le modifiche annunciate» si ritirerà dalla gara. Uno schiaffo al governo regionale di centrodestra e all'assessore all'Industria, Nanni Ricevuto, che hanno rimescolato le carte all'indomani del controribaltone e dopo che il primo bando dell'era di centrosinistra aveva incassato ben 23 «pesanti» manifestazioni di interesse. Tra queste anche quella di Marzotto.
Conte Marzotto, fra pochi giorni sarà pubblicato il nuovo invito a offrire per la Vini Corvo. Tra le novità, l'allargamento al settore agroalimentare, la facoltà concessa alle imprese di consorziarsi e la previsione della quotazione in Borsa della Corvo. Lei è ancora interessato all'affare?
«Ancora non conosco il nuovo bando, ma se sono confermate le notizie dei giorni scorsi, beh, sa che le dico? Che non sono più interessato, mi ritiro senza pensarci due volte».
Cos'è che non le piace?
«Innanzitutto il metodo. Non ho mai visto da nessuna parte l'annullamento di una gara dopo avere sollecitato e ottenuto l'interesse di così tante aziende. E per quanto mi riguarda le motivazioni date a questa scelta sono solo cortine fumogene».
Ed entrando nel merito del bando cosa contesta?
«I meccanismi per certi versi farraginosi. Per non parlare dei vincoli eccessivi, in alcuni casi inaccettabili».
Si riferisce anche all'obbligo di portare in Borsa una quota della proprietà della Corvo?
«Anche, è chiaro. Se compro la Corvo, intendo comprarla e conservarla per intero, non un 30 o un 50 o un 70 per cento. Ripeto, la voglio per intero. Sono pronto a tirarmi fuori dalla gara senza indugio se il bando prevederà queste cose».
una scelta che le costa?
«Sì, ma fino a un certo punto. Del resto nell'isola ho già importanti interessi. Più di 160 ettari tra Piana degli Albanesi, Pachino e Santa Cristina Gela. Anzi, le do una notizia: tra gennaio e febbraio, avute le autorizzazioni di rito, aprirò una nuova cantina a Santa Cristina. Come vede, io non mi fermo».


(La Repubblica - Palermo, 25/10/2000)

Assegnato ieri il riconoscimento Slow Food-Gambero Rosso alla Spinetta di Castagnole. E’ astigiana la miglior cantina dell’anno. Con un prestigioso poker di "Tre bicchieri". Gli altri premi.

Sergio Miravalle
TORINO Giorgio Rivetti è in prima fila e non nasconde l’emozione. Dice ai cronisti: "Sono qui io, che sono il girolone di famiglia, ma non dimenticate i miei fratelli Marco e Bruno e naturalmente papà Pin e mamma Lidia. La Spinetta è diventata quella che è grazie al lavoro di tutti noi e di Stefano Mazzetta il nostro mastro cantiniere".
Per Giorgio Rivetti la cerimonia di consegna dei "Tre bicchieri" ieri pomeriggio al Regio di Torino è stata un personale trionfo. Quattro "Tre bicchieri" assegnati ad altrettanti vini e il titolo di cantina dell’anno.
Va notato che il massimo dell’eccellenza secondo le commissioni di assaggio di Slow Food e Gambero Rosso l’azienda di Castagnole Lanze l’ha ottenuta con tutti vini rossi: due Barbaresco vigneto Gallina e Starderi (che i Rivetti hanno a Neive) una Barbera d’Alba sempre del vigneto Gallina e il Monferrato rosso "Pin" nato come vino di famiglia che prende il nome dal padre e dalla vendemmia 1995 continua ad ottenere il massimo dei punteggi.
"Ma noi Rivetti siamo moscatisti e non lo dimentichiamo. Oltre la metà delle nostre trecentomila bottiglie sono di questo grande vino che sta sicuramente vivendo un momento non facile, ma non per questo va abbandonato anzi, noi stiamo per uscire anche con un versione di moscato passito molto interessante".
Rivetti ieri non era l’unico rappresentante dell’enologia astigiana premiato con i Tre bicchieri: la Barbera d0’Asti era rappresentata dal Bricco dell’Uccellone ‘98 di Braida e dalla Vigna dell’Angelo di Angelo Sonvico che ha ottenuto anche il top con il suo Monferrato rosso Sonvico ‘98. "Tre bicchieri" anche per Giancarlo Scaglione con il Loazzolo Piasa Rischei ‘97 Forteto della Luja e il brut metodo classico Riserva Giuseppe Contratto ‘96, prodotto da Carlo e Antonella Bocchino, nel segno della grande tradizione spumatistica canellese.


(La Stampa, 26/10/2000)

Oggi l’azienda canellese celebra i 150 anni di attività con una festa a Santo Stefano Belbo. Gancia, la storia dello spumante Nel futuro nuove alleanze e Internet

Filippo Larganà
CANELLI Questa sera alle 19, alla Locanda Gancia di Santo Stefano Belbo, cena di gala per festeggiare i 150 anni di fondazione dell’azienda canellese, dov’è nato il primo spumante d’Italia. Padroni di casa gli esponenti della quarta e quinta generazione dei Gancia, impegnati in azienda (i giovanissimi della sesta generazione vanno ancora a scuola). Circa 500 gli invitati alla festa, tra dipendenti, ex dipendenti in pensione, e ospiti d’onore.
"Sarà il nostro modo per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito, nel tempo, a far crescere la nostra azienda che rimane orgogliosamente a conduzione famigliare" spiega Lamberto Vallarino Gancia, 41 anni, amministratore delegato e vice presidente della Fratelli Gancia Spa (il fratello Massimiliano è a capo della divisione Selezione Castello Gancia).
Ma l’incontro servirà anche ad annunciare, linee guida e progetti futuri; a farlo sarà Lorenzo Vallarino Gancia, presidente della Holding Gancia Spa (controlla il 100% della Fratelli Gancia) che si divide tra l’Argentina e l’Italia. Tra gli obbiettivi, già dichiarati settimane fa nel corso della convention con la forza vendita, il consolidamento della posizione di leader nel mercato italiano degli spumanti con i marchi Gancia e Pinot di Pinot, lo sviluppo dell’export e di nuove tecniche di vendita (anche attraverso Internet). Un programma ambizioso che la Gancia affronta forte anche di alleanze con aziende prestigiose: Rivera (vini pugliesi), Maxxium (liquori come Cointreau e Remy Martin, ma anche gli champagne Charles e Piper Heidsieck) e più di recente anche Cinzano, entrata nell’orbita Campari.
E alla festa per il 150, non mancheranno i riferimenti alle figure storiche dell’azienda canellese, dal fondatore Carlo Gancia, inventore del primo spumante italiano, ai suoi discendenti che, attraverso un secolo e mezzo, hanno amministrato la società.
Dice Lamberto Vallarino Gancia "Nella nostra famiglia l’aria delle cantine si respira fin da piccoli. Ricordo mio padre Vittorio e mio nonno Lamberto che, da bambino, mi prendevano per mano e mi facevano assistere alla bellissima ’’favola’’ dell’uva che diventa vino. Un’immagine che ti rimane nel sangue come un imprinting, un segno naturale per chi, come noi Gancia, fa il vino con passione, da generazioni".


(La Stampa, 26/10/2000)

Vino, un boom di grande qualità. Ecco l'identikit delle 300 aziende enologiche siciliane. Lo studio del docente Sebastiano Torcivia: mille miliardi di fatturato annuo complessivo


Da un anno studia il settore vitivinicolo siciliano. Dopo avere censito oltre 300 aziende, Sebastiano Torcivia, docente di Economia aziendale dell'Ateneo palermitano, è in vista del traguardo finale. Così l'identikit enologico sarà pubblicato in un libro entro l'anno prossimo. Il titolo è già pronto: "Aspetti economico aziendali del settore vitivinicolo siciliano"
«Il mio - dice il docente - è un monitoraggio vero e proprio effettuato direttamente dalle fonti aziendali. Per acquisire i dati ho studiato i bilanci relativi agli ultimi anni di attività e intervistato numerosi manager e imprenditori».
Lo studioso sottolinea il grande boom del settore vinicolo in Sicilia: circa 1000 miliardi il fatturato annuo complessivo, di cui oltre 200 ad opera delle prime tredici aziende isolane; un trend di crescita del 20 per cento all'anno. Dati che dimostrano margini di crescita notevoli.
La Sicilia arriva in ritardo sul mercato di qualità ma sembra intenzionata a mettersi sulla scia della Toscana, del Piemonte, del Veneto e del Trentino Alto Adige, che hanno intrapreso da tempo la via dell'innovazione. Enologi di grido profetizzano che i vini del futuro saranno made in Sicily. E già sono numerose le aziende che hanno puntato con successo sui mercati esteri. In tal senso è indicativo l'esempio dei vini dell'azienda Firriato che esporta nei paesi del nord Europa l'80 per cento del prodotto imbottigliato.
«Questo boom - continua Torcivia - nasce sotto il segno della qualità. Infatti, sono le aziende che hanno intrapreso questa direzione a realizzare gli incrementi di fatturato più vistosi».
Molte cantine che non hanno capito i nuovi tempi si trovano in difficoltà. E questa non è una contraddizione, ma l'altra facci adella medaglia: infatti, il mercato offre spazio solo a chi è in grado di seguire i mutamenti della domanda che assecondano i cambiamenti del gusto dei consumatori. Oggi si beve molto meno di prima, ma certamente si pretende un prodotto che abbia una identità ben marcata.
Nella tabella sopra (corretta di alcuni errori con i quali era stata pubblicata ieri) il fatturato relativo al 1999 e la quantità di bottiglie prodotte delle tredici aziende al top della graduatoria. Basta scorrere l'incremento di fatturato per rendersi conto del boom. L'unico dato col segno meno (l'azienda Florio) è dovuto ad un artifizio contabile; infatti nel bilancio è stato scorporato il mercato Usa, controllato direttamente dall'azienda madre.


(La Repubblica - Palermo, 26/10/2000)

Greve in Chianti. Il Chianti è un buon vino? Ebbene a Greve....

GREVE IN CHIANTI - Il Chianti è un buon vino? Ebbene a Greve si vuole che anche madre terra dalla quale viene prodotto sia bella. Lo stabiliscono le regole dettate da quello strumento urbanistico che si chiama 'Piano strutturale' che, a differenza del vecchio piano regolatore, amplia la sua portata individuando il concetto di 'territorio aperto' che ricomprende le aree ad esclusiva funzione agricola che costituiscono la principale risorsa per lo sviluppo economico della città, stringendo in un unico legame le produzioni tipiche alle attività turistiche, commerciali, artigianali. E, allora, è lo stesso sindaco Paolo Saturnini a lanciare l'appello agli addetti ai lavori partendo dalla particolare situazione in cui si trova in questo momento Greve. "Dovunque si stanno realizzando nuovi vigneti"constata il sindaco," e questo perchè il vino si vende bene. I vigneti realizzati negli anni '70 sono ormai vecchi e vanno sostituiti con nuovi impianti. La Comunità europea ha concesso di realizzare nuovi vigneti mentre sono stati trasferiti nel Chianti i diritti di impianto acquistati fuori dalla zona." Il momento, perciò, è delicato. "Non vogliamo bloccare l'evoluzione delle aziende vitivinicole - assicura Saturnini - ma più semplicemente prevedere regole semplici e chiare che soddisfino due esigenze: quella di salvaguardare il paesaggio tradizionale chiantigiano evitando la distruzione dei terrazzamenti e quella di assicurare una corretta regimazione delle acque meteoriche evitando la discesa a valle di colate di acqua e fango". Il che porta ad un altro risultato che ha contribuito a rendere famoso il Chianti nel mondo. Realizzare dei bei vigneti, sotto il profilo scenografico e paesaggistico e sotto il profilo idrogeologico, sono sempre parole di Saturni, conviene anche e soprattutto alle aziende produttrici, perchè il successo del nostro vino è dovuto alla qualità del prodotto ma anche alla qualità dell'ambiente e del paesaggio chiantigiano. Chi sta modificando o ampliando i vigneti, pertanto, dovrà presentare un vero e proprio progetto al Municipio. E non per fare contento il sindaco, ma per ottemperare agli obblighi che discendono dalla legge urbanistica 1150/42, dalla legge regionale n° 5/95 e dalle istruzioni fornite dalla Provincia di Firenze sul trattamento dell aree fragili.

di Claudio Contrafatto



(La Nazione, 27/10/2000)

Rivetti, il vignaiolo che ha battuto Gaja. I "tre bicchieri" per quattro sue bottiglie

MARCO TRABUCCO

Rivetti 4 - Gaja 2: è accaduto, il sorpasso alla fine è arrivato, un produttore piemontese di vini, Giorgio Rivetti, della Spinetta di Castagnole Lanze, ha preso più «Tre Bicchieri» nella guida dei vini d'Italia del Gambero Rosso e di Slow Food, di Angelo Gaja, le roi, il sovrano riconosciuto della nostra enologia. Non è una partita, la guida, certo, ma un po' ci somiglia, almeno per lo spirito con cui molti viticoltori (non Gaja, certo, un mito internazionale che non ha più bisogno dei giudizi favorevoli delle guide), ne attendono i verdetti.
Non che Rivetti sia una sorpresa, un nome nuovo: negli ultimi dieci anni i suoi vini hanno già ottenuto quindici volte il massimo riconoscimento (Gaja è sopra le venti). Ma mai nessuno era riuscito a superare il mito di Barbaresco. «No, lui per me rimane il più grande - dice Giorgio Rivetti - però questo riconoscimento è una bella soddisfazione. La nostra è una azienda relativamente giovane, spiega, anche se mio papà da sempre coltivava la vite e faceva un po' di vino. Noi siamo nell'Astigiano e siamo nati come moscatisti». La svolta è arrivata alla fine degli Anni Ottanta: «Io avevo studiato enologia, i miei fratelli altro, ma siamo sempre andati d'accordo. E mio padre, Pin (che anche il nome di uno dei suoi vini premiati), a differenza di molti altri in Langa non ci ha mai fatto difficoltà, ci ha lasciato fare con fiducia». Il moscato dei Rivetti era già tra i migliori del Piemonte, ma il sogno di Giorgio era quello di fare grandi rossi. «Abbiamo cominciato nell'89 con il Pin appunto che è un uvaggio di nebbiolo e barbera. E intanto sperimentavamo tecniche nuove in vigna, il diradamento, basse rese per ettaro per rendere le uve più concentrato e in cantina, in particolare con l'uso della barrique». «Nel 95, continua Rivetti - abbiamo acquistato quel grande vigneto che è Gallina, nella zona del Barbaresco e da lì è venuto il resto». Che sono appunto due Barbareschi da premio (il Gallina e lo Starderi) e la Barbera Gallina, grandissima.
Oggi la Spinetta produce circa 300mila bottiglie l'anno (che non sono poche in Piemonte), tutte di altissima qualità. Ne esporta circa il 40 per cento perché, spiega Giorgio Rivetti, «per me è importante mantenere un rapporto vero con i consumatori italiani, e piemontesi in particolare». E ha davanti una nuova sfida, «la sfida» per qualsiasi produttore di vino nostrano: «Abbiamo acquistato una vigna nella zona del Barolo, proprio sotto il castello di Grinzane. Usciremo per la prima volta con il nostro Barolo nel 2004». Chissà che, allora, i Tre Bicchieri non diventino cinque.


(La Repubblica - Torino, 27/10/2000)

I vini della Cantina Villa Pigna nel gotha della produzione mondiale

ASCOLI-Si è svolta, dal 4 al 9 ottobre 2000, a Londra l'ottava edizione del Festival del Wine and Food, naturale prosecuzione del Concorso Internazionale del Vino (International Wine Challenge 2000) svoltosi nel maggio scorso. Tale manifestazione, oltre a pubblicizzare i prodotti guidando gli oltre diecimila visitatori giornalieri al giusto abbinamento tra cibi e vini di tutto il mondo per esaltarne i gusti, offre la possibilità di assaggiare gratuitamente tutto ciò che di buono esiste al mondo.
In questo contesto un padiglione è stato riservato esclusivamente ai Vini vincitori di medaglie nel precedente International Wine Challenge. In esso erano presenti dodici espositori di cui otto importatori e quattro produttori, tra cui la Cantina Villa Pigna.
A questo proposito va precisato che per essere presenti degnamente alla manifestazione occorreva poter esibire più medaglie; condizione questa molto semplice per gli importatori che rappresentano centinaia di cantine di tutto il mondo, assai più impegnativo per i produttori che naturalmente presentano solo i loro vini. Solitamente i "Grandi" ci riescono. Quest'anno, i Produttori privati presenti erano: Ernesi & Julio Gallo (California - Usa) con 4 medaglie; Rosemount Estate Wine (Australia) con 9 medaglie; Villa Pigna srl (Italia) con 4 medaglie; Le Grand Cros (Francia) con 3 medaglie. Dunque la Cantina Villa Pigna, unica italiana, è stata inserita nel gotha della produzione vitivinicola mondiale, con grande soddisfazione e orgoglio per la terra Picena. E il pensiero vola naturalmente a Costantino Rozzi artefice di questa "creatura" che ha lanciato Ascoli come "stellina" fra grandi astri del firmamento della produzione vitivinicola mondiale.


(Il Messaggero, 28/10/2000)



 

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