Come raccontarsi per creare la propria identità di Chianti: Montespertoli e Colli Fiorentini (passando dal Chianti Classico)

0
388

L’ansia del mondo del vino toscano, di identificare e asserire la propria identità, non conosce pause; il “la” lo ha dato il Chianti Classico con la rivoluzione delle U.G.A. (da pronunciarsi per l’amor di Dio una lettera alla volta, U-G-A, per evitare reminiscenze fantozziane…), le quali U.G.A. dopo lunghe discussioni hanno trovato (finalmente!) la propria ragion d’essere nella tipologia Gran Selezione (ed è vera emozione vedere l’indicazione territoriale in etichetta), una tipologia che il Chianti DOCG ha immediatamente copiato (pardon, mimato…), sostanziando in tal modo la propria aspirazione alla “premiumizzazione”.

Grandi l’irritazione e lo scorno nella famiglia del Gallo Nero, per l’appropriazione di un’idea che sentiva come cosa propria per averla inventata (ma purtroppo a livello legislativo/regolamentare non è così…). Intanto a Montepulciano è imminente il debutto delle Pievi, vere e proprie sottozone che promettono differenziazioni di terroir tutte da valorizzare e comunicare (punto importante e non scontato). E dopo tutto anche a Montalcino una fronda di produttori predica la necessità di una zonazione. E si potrebbe continuare….

Ma dette istanze, pur nelle rispettive peculiarità, hanno qualcosa in comune: una smania di associazionismo che nega e al contempo sublima l’italico campanile. Ovvero la consapevolezza dell’opportunità di unire le forze su istanze condivise, una tantum a larga maggioranza. Caso più eclatante l’unanimità (addirittura!) proclamata a Montepulciano in merito al progetto Pievi, tanto più su un tema spinoso come la definizione della nuova tipologia anche tramite parametri tecnico-analitici dei campioni da sottoporre per l’approvazione (con il Ministero competente che ha alzato più di un sopracciglio, timoroso di scoperchiare un vespaio al cui miele anelano i produttori…).

Anche qui, antesignano è stato il Chianti Classico: nelle more della definizione dei confini delle U.G.A., e nell’evidenza che i confini amministrativi comunali poco avevano a che fare con la varietà dei vini ivi prodotti, si è assistito allo sbocciare di associazioni di produttori che detti confini prendevano a pretesto (con un po’ di elasticità, vivaddio) per segnalare con orgoglio, e a gran voce, la propria diversità. Ha iniziato in tempi non sospetti Panzano, che si è coagulata dal punto di vista agronomico nell’adesione al biologico, con un virtuoso prototipo di scambio informativo tra i propri componenti per favorire la crescita comune.

In ordine sparso sono seguite (con vari gradi di peso specifico a livello di numeri di produzione, di capacità organizzativa nell’attirare su di sé l’attenzione della stampa specializzata e non, con relativo riscontro mediatico, e infine di effettiva caratterizzazione organolettica dei prodotti) Radda, Castellina, Greve (ma anche, con qualche ragione, Lamole e Montefioralle), Castelnuovo Berardenga (con un interessante progetto di identificazione e valutazione dei cru aziendali) e quindi anche Vagliagli e Gaiole (con la frazione di Monti in Chianti alla ricerca di una specifica riconoscibilità). Last but not least San Donato in Poggio, e mi si perdoni se mi sono dimenticato di qualcuno.

Ma se questo fermento, in sede di definizione normativa, qualche risultato lo ha pure portato, una conseguenza più di lungo periodo è quanto ciò abbia rappresentato un esempio da emulare, per comprensori che ne hanno anche più bisogno. Nel mare magnum del Chianti DOCG, ad esempio, con produttori medio-piccoli che ambiscono alla qualità, schiacciati dalle economie di scala di giganteschi imbottigliatori che giocano un campionato diverso in termini di pervasività commerciale, le sottozone di questa quasi onnicomprensiva simil-“denominazione di ricaduta” hanno iniziato ad ambire a una visibilità che significhi percezione del loro valore aggiunto; uno sforzo legittimo di costituire un porto sicuro per chi ricerca la qualità e non una commodity vinosa. Ovviamente con tutto il rispetto per i predetti imbottigliatori, le cui produzioni più economiche riempiono una nicchia di mercato che pure esiste, così garantendo anche la sopravvivenza di un numero significativo di coltivatori diretti.

Nell’ambito di questo fervore di iniziative, due sottozone si sono prodotte in questo sforzo associativo, divulgativo e mediatico: Montespertoli e Colli Fiorentini.

L’Associazione dei Viticoltori di Montespertoli è nata nel 2022. Il sottoscritto non poté essere presente al battesimo con la stampa di settore, ma non ha mancato l’analoga iniziativa del 2023, in un piovoso 13 novembre che non rendeva onore alla bellezza del paesaggio che si contempla dal cosiddetto Museo del Vino di Montespertoli, futuribile tentativo, sorto parecchi anni fa, di struttura che coagulasse ed incentivasse il turismo del vino nel comprensorio, a metà tra centro congressi ed enoteca pubblica.

La cifra distintiva dell’ancor giovane Associazione pare essere quella del coordinamento degli sforzi dei singoli per la promozione comune, nella condivisione di informazioni ed esperienze agronomiche ed enologiche, nella promozione di pratiche di buona agricoltura (con l’accento sulla conduzione biologica del vigneto), nella sostenibilità, nel rispetto degli sforzi del vignaiolo che vinifica direttamente le proprie uve.

Tutto ineccepibile e tutto condivisibile, ma non particolarmente nuovo; identitario sì, o meglio propedeutico alla definizione di un’identità comprensoriale, ma in ciò non specificatamente riferibile alla realtà di Montespertoli. E questa identità, per il momento, mi pare ancora lungi dall’essere compiuta, anche se le intenzioni e l’entusiasmo sono dei migliori.

Prima dell’assaggio “ecumenico” della totalità dei vini delle aziende presenti, una sorta di inclusiva “table de decouverte” con il corredo dei produttori a disposizione per qualunque approfondimento o spiegazione, si era svolta una degustazione guidata condotta da un professionista di livello assoluto come Giampaolo Gravina. Filosofo per estrazione, come stile l’amico Giampaolo in queste circostanze trascende l’analisi organolettica in quanto tale, e fa bene: ad un pubblico professionale (o che si ritiene tale…) importa il giusto che ci sia qualcuno impegnato a delibare riconoscimenti olfattivi o pignolerie da scheda di degustazione. Molto più gradita la contestualizzazione di ciò che si ritrova nel bicchiere con riferimento a una filosofia produttiva, a uno stile personale, all’influenza imprescindibile del terroir.

Pure, nella specifica circostanza il nocciolo della questione era anche arrivare a distinguere CHE COSA DIFFERENZIA E RAPPRESENTA i vini di Montespertoli nei confronti dei territori limitrofi. Le storie personali dei singoli produttori erano quanto mai interessanti, ma la loro tensione ideale nella propria attività era dopo tutto stata ben sintetizzata dal giovane Presidente dell’Associazione (in effetti, molti sono i soci in giovane età, e l’entusiasmo se ne incrementa) nel suo intervento iniziale, che ne ha ripercorso lo statuto e i propositi. Le aziende selezionate provenivano per lo più dall’angolo sud-orientale del territorio, con una eccezione, e presentavano in degustazione guidata un pot-pourri di etichette le più diverse: Chianti DOCG, con o senza indicazione della sottozona Montespertoli (non tutti la rivendicano), Riserva, IGT (anche bianchi) e, a mio giudizio giustamente, anche Vin Santo. Evidente il proposito di fare una panoramica delle sfaccettature del comprensorio, con la controindicazione però di un difetto di focalizzazione su cosa è o dovrebbe essere il vino di Montespertoli.

Fatte salve la godibilità di un frutto immediato ma non per questo banale, un’apprezzabile freschezza in più di un’annata presentata, la conseguente facilità di abbinamento con i ”mangiari toscani” che hanno allietato il momento conviviale; e poi comunque qualche rigidità evitabile nei rossi più “importanti”; in sintesi un apprezzabile livello di qualità diffusa con, a mio giudizio, l’opportunità di lavorare su qualche estrazione un po’ troppo allegra e sul relativo affinamento in legno; e riscontrata, inoltre, una pervicace tendenza a rimanere in ambito IGT per le etichette più ambiziose e più costose (con buona pace della sottozona). Tutto ciò detto e apprezzato, che cosa sia o debba essere di più e di diverso il vino di Montespertoli non sono riuscito a capirlo.

Confido peraltro che la forza vitale di questa giovane associazione di produttori possa peraltro fugare questo dubbio a breve: spirito e prospettive sono quelle giuste. Magari già in un Vinitaly turbato da pensieri foschi e prospettive inopinatamente negative, per ricusare le quali l’entusiasmo e lo spirito di collaborazione che si respirano a Montespertoli probabilmente sono il modo più efficace.

E veniamo alla sottozona Chianti Colli Fiorentini. Davvero un bell’evento, la presentazione dello scorso 1° dicembre. Storica la location, in una grande sala nello Spedale degl’Innocenti in piazza della Santissima Annunziata a Firenze. Efficiente l’organizzazione, che aveva predisposto un megaschermo su cui è scorsa la presentazione pedoclimatica (del territorio) e storica (della denominazione), di un ispirato Leonardo Romanelli. E intelligente la modalità: non una spiegazione pedissequa degli scopi dell’evento, bensì un’introduzione a tutti quei fattori che possono condizionare in un modo o nell’altro la qualità dei vini. E di seguito la possibilità di degustare le nuove annate: ognuno con i propri tempi, con un funzionale servizio di sommelier, e successivamente, dopo l’ottimo pranzo (un plauso al toscanissimo catering), con i produttori a disposizione ai rispettivi banchi per uno scambio di opinioni. Metti poi una giornata baciata da un diafano sole autunnale, con una temperatura primaverile che invitava ad allungare i tempi del relax nel caffè sul tetto dell’edificio. Un’atmosfera rilassata, con i commenti relativi agli assaggi che si incrociavano con l’occasione di salutare gli amici. Dopo tutto per molti era l’ultima degustazione dell’anno.

Di tutte le sottozone del Chianti DOCG, con l’eccezione della Rufina, i cui vini hanno un peso specifico e una prospettiva di evoluzione di un’altra categoria rispetto alle altre (con tutto il rispetto, ma non c’è niente di male), il Chianti Colli Fiorentini è forse la più battagliera nel ribadire con orgoglio la propria identità ad ogni pie’ sospinto. Il merito (per qualcuno – non per il sottoscritto – la colpa) è dell’infaticabile e appassionato Marco Ferretti, Presidente di un Consorzio che tecnicamente nemmeno dovrebbe esistere.

Questo in quanto i Consorzi di Tutela si danno per le denominazioni, e non per le relative sottozone, alcune delle quali però, nel calderone del Chianti DOCG, legittimamente lottano per la loro riconoscibilità. L’amico Ferretti ha sempre perorato la causa dell’esplicita indicazione della sottozona in etichetta, al fine di distinguersi da una dicitura anonima, più generica e indifferenziata, la cui immagine è inficiata dalla pervasività commerciale di etichette vendute in grandi numeri a prezzi troppo bassi per il break even di produttori più piccoli, che faticosamente tentano di fare (e vendere!) qualità.

La quale qualità non può che essere territoriale, in quanto gli errori di grammatica enologica e le distorsioni sacrificate sull’altare di un gusto internazionale, vero o presunto, fortunatamente sono meno presenti di una volta. Ne discende la necessità di individuare, definire, sostanziare, comunicare una cifra stilistica il più possibile univoca e irripetibile, che alle lunghe possa configurarsi come immediatamente associabile al Chianti Colli Fiorentini.

Qualcosa di “caratteristico” in effetti in zona lo si rinviene. La struttura dei vini d’annata è di solito superiore a quella di analoghe etichette di comprensori limitrofi (con qualche rischio di stroppiare in sede di vinificazione, con estrazioni troppo allegre). Logicamente ne discende che le Riserve hanno ragion d’essere -vivaddio- anche oltre la convenienza commerciale, specie in certi mercati (es. Germania), e possono affrontare una certa evoluzione non semplicemente conservando la loro immediatezza fruttata, bensì ingentilendo la struttura e guadagnando in complessità. In questo contesto la frequentazione del canaiolo, da solo o in uvaggio, aggiunge all’arsenale dei produttori armi inusitate, con differenziazione aromatica e piacevole nervosità tannica.

Ma pare quasi che talvolta questa consapevolezza identitaria sia declinata con un eccesso di baldanza, con la fissa/illusione dell’aspirazione al vino potente e monolitico, giustificato più dalla sua esuberanza strutturale che dalle sfumature cui il territorio potrebbe legittimamente aspirare. Se l’esuberanza fruttata è di rilievo, a volte i vini sono imbacuccati in abiti di legno dal taglio sartoriale un po’ rigido, che ne mortifica il potenziale.

Ciò non toglie che esso sia rilevante, una base rassicurante, in termini di identità che pare di riconoscere, su cui lavorare per affinare dette caratteristiche. Senza cedere alle sirene dell’aspirazione a produrre il vino “importante”, con l’opinione tutto sommato arcaica che ciò implichi una struttura imponente, un colore impenetrabile, un uso del legno necessariamente coprente. Vecchi stilemi, che una sempre maggiore consapevolezza condurrà a cancellare senza rimpianti: perché la vera grandezza, dalle parti di Firenze, la si può rinvenire nell’eleganza e nell’equilibrio.

___§___

Contributi fotografici dell’autore

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here