Dalla costa d’Abruzzo alle vigne del Quebec: l’avventura di Luca Gaspari, enologo alla corte di un Lurton

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Antefatto. Sono invitato come giurato al Sélections Mondiales des Vins a Montreal, in Canada, uno dei più importanti concorsi enologici del Nordamerica. Il primo giorno, come è d’uso in queste circostanze, cerco il tavolo di giuria al quale sono stato assegnato. Seduti con me un giornalista rumeno, un importatore brasiliano e un paio di enologi canadesi. Dopo le presentazioni di rito inizio a sistemare la postazione, ansioso di iniziare con gli assaggi. Per ingannare il tempo, in attesa che il sommelier versi il primo vino, mi guardo intorno e cerco di capire se ci sono altri giudici italiani. Leggo un nome nel tavolo accanto al mio: Luca Gaspari. La bandierina tricolore come segnaposto non lascia dubbi. C’è qualche minuto di ritardo nella preparazione, e decido di alzarmi per fare conoscenza. “Ciao, sono Franco Santini, da Roma” (sono in Canada, penso che identificarmi come romano, invece che abruzzese, possa facilitare la mia “collocazione” geografica). Luca sorride e mi risponde con un accento più che familiare: “Io so’ di Piscaara!” (sono di Pescara, per i non abruzzofoni).

Così inizia questa storia. Nel 1986, Luca, fresco di laurea in enologia e dopo alcune collaborazioni locali, lasciava le dolci colline abruzzesi per le terre promettenti del Canada. Le sue prime avventure lo videro “navigare” nel vasto mare dei vini italiani all’estero, selezionando vasche e denominazioni a buon mercato per i palati canadesi, con un occhio alla quantità più che alla qualità. Ma come in ogni buona storia, il destino ha in serbo per lui un capitolo sorprendente, che lo porta ad incrociare la strada di un discendente di una della più celebri dinastie di vino in Francia.

La famiglia Lurton è ben nota nel mondo vinicolo francese. Senza esagerare, è probabilmente la più potente di Bordeaux, con possedimenti in oltre trenta tenute viticole (tra cui celebri Chateux) e circa 1.300 ettari di vigneti. Uno dei suoi membri, Louis, alla vigilia della pensione, decide di imbarcarsi in una nuova avventura. Vende i suoi due castelli in Francia e si trasferisce in Quebec, dove vive suo figlio Joseph. Dato che i figli non erano interessati a continuare le attività di famiglia in Francia, non potendo resistere al richiamo del vino, decide di investire in un vigneto a Saint-Basile-le-Grand, in Montérégie, a pochi chilometri da Montreal. E chi mette a capo della produzione enologica? Luca Gaspari from Abruzzo, che lui aveva conosciuto tramite attività della Xpression Vin, un’azienda che imbottiglia vini distribuiti nella GDO canadese, fondata insieme a un socio locale, e per la quale Gaspari aveva fatto consulenze.

Durante uno dei pomeriggi liberi dal programma del concorso Luca insiste: passa a prendermi in hotel e mi porta al Domaine St-Basile. Una mezz’ora di automobile da Montreal, in cui mi racconta decine di aneddoti. Incontrare Louis Lurton è un’esperienza a sé: la sua disponibilità e semplicità sorprendono, spezzando ogni stereotipo che si possa avere su uno del suo “status”. In Canada ha finora mantenuto un profilo molto basso, affermando di sentirsi come un apprendista che sta imparando tutto da capo. Convinto sostenitore dell’agricoltura biologica, dice di essere stato il primo nella regione di Bordeaux a convertire in bio un vigneto classificato, nel 1994, una decisione che all’epoca lo fece considerare un visionario. Si descrive come una figura originale nella sua famiglia, spinto dalla ricerca di innovazioni.

Il vigneto che circonda la piccola tenuta è principalmente composto dal vitigno Frontenac, un ibrido resistente che si è ben acclimatato a quei climi rigidi: una sfida tutta nuova per lui, abituato a lavorare con varietà come Merlot, Cabernet e Sauvignon Blanc. La cosa lo stimola: vuole fare una qualcosa di “autenticamente canadese”, usando varietà capaci di restituire un prodotto originale, senza farsi influenzare troppo dalle pratiche a cui era abituato in Europa.

Luca Gaspari sta seguendo il progetto fin dall’inizio. Dice di imparare di anno in anno, in una continua sperimentazione, perché ancora devono capire a fondo come si comportano questi vitigni ibridi. Il Frontenac, mi spiega, è un vitigno “selvaggio”, più di bocca che di naso. All’olfatto spesso ha delle note un po’ “foxi”, che lui cerca di attenuare con fermentazioni ad alte temperature. In bocca ha una grande acidità, che tiene a bada in un modo originale e un po’ “naif”: lo lascia decantare all’aperto nei mesi invernali, a temperature di -15/-20 gradi, in modo che il tartarico precipiti e l’acidità complessiva risulti più morbida.

Sotto la guida di Luca il progetto vinicolo è in continua evoluzione. Il Frontenac Gris 2022 è un bianco secco, dritto, di grande mineralità. Viene da un territorio vulcanico e si sente. Ha una chiusura lievemente amarognola e fumè, che, sotto sotto, lascia spazio anche al fruttato, che ricorda l’albicocca e la mandorla. Les Coteaux Du Domaine St-Basile 2021 è un perfetto esempio di rosso contemporaneo, giovane e croccante: un entry level davvero gustoso, non molto espressivo al naso, ma rotondo, piacevole e ben bilanciato in bocca. Il classico vino che berresti a secchi. Il Domaine St-Basile 2022 è ottenuto da un’uva leggermente surmatura: torna la mineralità vulcanica del terreno, che si arricchisce di una nota radicosa che ricorda la genziana (non è che Luca ne ha portata un po’ dall’Abruzzo?). Acidità e tannini mi sembrano ancora un po’ aggressivi, per un vino che ha bisogno di tempo. Il Domaine St-Basile Reserve 2017 è uno dei primissimi vini fatti da Luca: ha un bouquet complesso, tra frutti scuri e spezie, sigaro, liquirizia. Potente, ma sorretto da una decisa acidità. Lo trovo un po’ troppo “costruito” sotto il profilo aromatico, ma è indubbiamente ben fatto e si indirizza ad una fascia di mercato più internazionale. La riserva 2020 cambia passo: è più fine ed elegante, ha un bellissimo frutto, una speziatura intrigante e meno aggressiva del 2017, un’acidità più integrata, con un bellissimo finale lievemente erbaceo. Un chiaro segnale che la strana coppia Lurton-Gaspari sta acquisendo dimestichezza e consapevolezza sul comportamento di questo vigneto.

Entrambi riconoscono che c’è ancora molto lavoro da fare per raggiungere le loro aspettative (figuriamoci, poi, se di cognome fai Lurton!). Ma al contempo sono molto ottimisti riguardo al futuro del vino quebecchese, sottolineando l’attuale tendenza verso prodotti che offrono freschezza, acidità e aromaticità. “Con i cambiamenti climatici in atto, il Quebec, con le sue condizioni favorevoli per la maturazione dell’uva in alcune aree, ha il potenziale per produrre uve di grande qualità, che rispondono perfettamente a queste esigenze di mercato”, la chiosa di Lurton. Una bella storia, di cui spero di raccontare una nuova puntata il prossimo anno!

 

Franco Santini

Franco Santini (santini@acquabuona.it), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!

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