Le nuove annate della Tenuta Buon Tempo, a Montalcino

0
396

Poteva andarmi peggio. Alla fine del 2022, in uno dei primi convivi pianificati per celebrare il periodo festivo, venivo colpito da un problema di salute che rischiava di essere definitivo. Mi sono più o meno abituato a vivere con una spada di Damocle a corredo, e alcune mie abitudini hanno dovuto subire necessarie modifiche. Fatto sta che l’11 dicembre ultimo scorso (la mia lenta carburazione nella scrittura attinge ormai al proverbiale…) comunque camminavo Oltrarno per le vie di una Firenze addobbata per le feste natalizie, e affascinante anche in una giornata grigia e uggiosa, che se non altro teneva lontano la massa dei turisti. Mi trovavo lì per raccogliere il gradito invito della Tenuta Buon Tempo, nome nuovo ma non tanto del panorama ilcinese, per un pranzo conoscitivo affidato alle sapienti mani dello chef Nicola Chiappi de l’Osteria dell’Enoteca.

Niente di meglio di un virtuoso confronto con una cucina calibrata per esaltare la versatilità di vini la cui struttura non deve essere fine a se stessa bensì auspicabilmente esaltata da abbinamenti che la giustifichino e ne amplifichino le modalità di godimento. Purtroppo, di quando in quando continua a fare capolino una leggenda metropolitana secondo la quale il Brunello di Montalcino sarebbe un vino “difficile”, talmente strutturato, potente e scostante da annichilire la stragrande maggioranza dei possibili matrimoni con il cibo, o se non altro posticipandoli in attesa dei conseguimenti di un’evoluzione dall’arco temporale imprecisato. Così che il suo consumo finisce per essere confinato a solennità familiari e grandi occasioni (vere o presunte), o alla eventuale disponibilità di uno chef che accetti la sfida, o peggio ancora, Dio non voglia, a finalità di ostentazione di una ricchezza più o meno casareccia.

Au contraire, il Brunello probabilmente non è mai stato così immediatamente bevibile. Tra cambiamenti climaticiì e conquistata sapienza vitivinicola (in termini di acquisizione delle tecniche volte ad estrarre strutture imponenti senza sgraziate durezze); e poi consapevolezza del target commerciale che si persegue, che comunque richiede vini più immediatamente fruibili: mettiamo tutto insieme, e sia pur a fronte di una ricerca di corpo e pienezza che spesso divengono cifra identitaria, le etichette di Brunello ammiccano dagli scaffali a consumatori per lo più ansiosi di stappare i loro acquisti in non più di due o tre giorni.

Piuttosto, per i produttori è divenuto ancora più difficile trovare la quadratura del cerchio, ovvero essere capaci di contemperare nella stessa bottiglia pienezza (che ci si attende), scorrevolezza di beva (che si pretende) e potenziale evolutivo. Quest’ultimo tradizionalmente lo si dà per scontato, cosa che non è, in quanto le tre sopraccitate  caratteristiche hanno il dispettoso vezzo di risultare in contraddizione le une con le altre. I modi di dire si sprecano: i nuovi Brunello devono poter soddisfare chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca, ovvero devono dare un colpo al cerchio e uno alla botte o, labronicamente chiosando, essere “da bosco e da riviera”. D’altra parte il prezzo richiesto tende ad aumentare, e l’asticella delle aspettative si alza di conseguenza.

Era questo il cimento che attendeva i vini di Tenuta Buon Tempo, azienda che avevo avuto il piacere di visitare più tempo fa di quanto ami ricordare, quando ancora portava il nome di Tenuta Oliveto. Conservo la gradita reminiscenza di una giornata di sole, di un’accoglienza gentile ed entusiasta, di una cantina piccola (o magari sembrava tale perché era stipata di barriques), e di assaggi che spiccavano per una accattivante suadenza fruttata che flirtava con la piacioneria, senza farsene mai completamente abbindolare.

Era la temperie stilistica del tempo (colloco la mia visita dai 15 ai 20 anni fa), peraltro consentanea a una collocazione dei vigneti aziendali nella parte bassa del versante “caldo” della collina di Montalcino, quella che risente di un mare lontano e invisibile, ma fondamentale nell’influenzare un andamento delle temperature numericamente più abbondante rispetto ad altri areali, che possono a pieno titolo anch’essi configurarsi come una sorta di sottozone.

Due precisazioni per meglio contestualizzare: il parco vigneti aziendale di allora (che poi è la parte principale di quello attuale) risente della prossimità del monte Amiata, attorno alla cui massa imponente girano correnti che mantengono provvidenzialmente elevato il gradiente di temperatura giorno-notte. Inoltre vi sono cantine pressoché limitrofe che hanno raggiunto fama (critica e commerciale) con versioni di Brunello (e di Rosso di Montalcino) dalla impostazione stilistica opposta alla relativa monoliticità sopra descritta. Come dire che le opportunità vi sono, resta solo da coglierle.

L’attuale assetto di Tenuta Buon Tempo è nato… per amore. Janet Lansing, trader internazionale di vino, e Per Landing (già produttore in quel di Bordeaux) sono i due cuori che nel 2012 hanno trovato la capanna in cui condividere un progetto di vita nella ex Tenuta Oliveto. Il nuovo nome benaugurante è arrivato di conseguenza. Attualmente l’azienda conta 14 ettari di vigna, tutti a sangiovese, di cui 12 già in produzione, suddivisi tra 5 ettari a Brunello, 8 a Rosso di Montalcino, 1 ettaro ca. a Sant’Antimo DOC. Nel totale è compreso l’acquisto del 2019, ad arricchimento e differenziazione del parco vigneti esistente, di 2 ha di vigna sul versante Nord della collina di Montalcino, tra Valdicava e Capanna.

La produzione oscilla tra le 50 e le 60.000 bt/anno, più o meno equamente suddivise tra Rosso e Brunello (il che per Montalcino è un’eccezione: notoriamente qui la piramide produttiva è rovesciata, con una netta prevalenza quantitativa del Brunello sulla denominazione di ricaduta, ovvero sul Rosso). Rientrano peraltro nel totale anche circa 2.000 bt/anno di Sangiovese vinificato in anfora.

La conduzione è biologica dal 2021, e diverse sono state le misure intraprese, in vigna e in cantina, per venire a capo degli ostacoli frapposti dal cambiamento climatico. Sono state aumentate le rese per ettaro, ad esempio, per evitare eccessi di concentrazione e maturità; i filari sono inerbiti, di modo che il terreno conservi la sua umidità nelle stagioni più torride e le radici delle viti siano costrette a cercarsela in profondità, con benefici effetti sulla sapidità al gusto.

L’affinamento in legno è passato dalle barriques ai tonneaux di origine francese e alle botti in rovere di Slavonia, riducendo così l’influenza della micro-ossigenazione, al fine di mantenere l’integrità del frutto. Va da sé che trattasi di una scelta praticabile solo con uve dotate di impeccabile maturità fenolica, ma in vigna la tendenza è peraltro quella di anticipare la vendemmia, per conservare acidità. Il che la dice lunga sulla vocazionalità del parco vigneti, visto che si ricercano in contemporanea caratteristiche che imporrebbero tempi di raccolta antitetici.

Soprattutto, i predetti interventi hanno la loro collocazione in una progettualità complessiva, in un’idea di fare vino che persegue concetti di piacevolezza più contemporanei: non solo “tanto” di alcune caratteristiche del sorso, bensì una loro virtuosa sintesi in un’eleganza superiore, tanto figlia delle potenzialità del territorio quanto della sensibilità interpretativa: come a dire la quintessenza dell’abusata definizione di terroir, e scusate se è poco; uno stile che per espressa ammissione ha iniziato a definirsi con il millesimo 2016 di Brunello, per meglio precisarsi nei millesimi a seguire.

I nostri assaggi iniziano con l’IGT La Furba 2022, abbinato con un tris di antipasti tra cui spiccava… praticamente tutto. Sbarazzino nella vivacità del suo tono rubino e nella sua estroversione aromatica: viola e mora paradigmatiche dei richiami varietali tipici del Sangiovese, e a seguire fragola matura e “un’idea” di lampone. Il palato non manca di grip e sapidità, si allarga bene sul frutto in attacco, ha una persistenza adeguata, e declina un sorso di non banale soddisfazione.

Un vin de soif con un plus di struttura, tanto apparentemente immediato quanto derivante da calibratissime, non invasive scelte enologiche: vinificazione in anfore di cocciopesto e terracotta, quattro mesi di macerazione sulle bucce, 10% di uva non diraspata e massa solfitata solo per il 50-60% (grazie anche a un pH attorno a 3,5!). Ognuna di queste pratiche poteva influire sull’integrità dei riscontri organolettici: non è accaduto.

Il coevo Rosso di Montalcino 2022 affrontava disinvolto un clamoroso ravioletto ripieno di peposo. La vinificazione in cemento ha mantenuto l’integrità di un rubino molto centrato, per uvaggio e tipologia, e un olfatto già brillante in prima battuta e sempre più articolato man mano che l’ossigenazione lo assecondava. In piacevole sequenza, amarena, con un tocco di cioccolato (come i Boero ripieni, reminiscenza della gioventù), mora matura, un risvolto terroso più verace, un soffio di tabacco biondo. Di medio volume in bocca, ma di struttura, con un tannino non strappato ma la cui grana in effetti suggerisce che il vino non ha visto legno. Sulle prime aromaticamente reticente, ad ogni riassaggio ha saputo distendersi sempre più, dando l’impressione di un buon potenziale di longevità.

A pochi giorni dalla sua messa in commercio, con il Brunello di Montalcino 2019 inevitabilmente si alzava l’asticella delle aspettative. Che si tratti di un vino importante lo si comprende sin dalla profondità dei cromatismi. Ma non era lecito chiedere la piena espressività ad un vino pensato per durare decenni e non ancora in vendita. Il naso è risultato già espressivo di amarena e Mon Chéri (ancora la cioccolata! Ma che forse questi segnali comunicano al sottoscritto che ha veramente bisogno di affetto?), più una lieve affumicatura. Il palato è assertivo, ancora imbastito dalla sua stessa struttura. Ma il garbo estrattivo (rimarchevole, vista la quantità di tannino) e la mancata prevaricazione dell’alcol ci raccontano di una sostanziale eleganza, che fa ben supporre per il futuro. E l’inconsueto taglio di sorra di vacca brasata servito in abbinamento, certo, non aveva di che lamentarsi…

L’ultima pietanza, un disastroso (per la mia dieta) plateau di formaggi stagionati, era consentanea all’ambizione e alla profondità del Brunello di Montalcino Riserva Oliveto P. 56 2016. Il nome richiama quello del podere fondato negli anni ‘40, Oliveto appunto, e la particella catastale della vigna più vecchia, piantata 25 anni fa e ancora in produzione. Un tono di rubino di deliziosa gioventù era il prodromo di un naso ancora marcato dal legno di affinamento. Valeva la pena pazientare, però, in quanto l’ossigenazione dispiegava uno spettro olfattivo singolare, che nel suo conturbante principio di evoluzione richiamava quasi più un Nebbiolo che non un Sangiovese. E consentiva altresì al sorso di abbozzare un principio di distensione delle note più fruttate, tanto più vantando una pimpante freschezza anche superiore a quella del Brunello annata. Sono giovani, ma cresceranno.

La piacevolezza dell’occasione conviviale, la bontà delle pietanze, la personalità dei vini, l’entusiasmo e la disponibilità mostrati dal direttore Alberto Machetti e dall’enologo Filippo Bellini (ma i loro ruoli sono fluidi…) rendevano difficile dedicare ai vari assaggi l’attenzione analitica che meritavano. In realtà, ciò è il migliore complimento che sia possibile fare ai prodotti della Tenuta. Nelle rispettive peculiarità, e seguendo il fil rouge dello sfruttamento dell’identità del proprio terroir per sublimarlo, interpretandolo ma anche superandolo, gli assaggi hanno regalato un “Buon Tempo” a tutti i presenti. Vini che garantiscono una piacevole esperienza e un ricordo di cui far tesoro. Nomen omen, al di là di tutti i tecnicismi, l’augurio contenuto nel nome di Tenuta Buon Tempo non poteva realizzarsi in modo migliore.

___§___

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

Previous articleUn’ormai storica azienda di Verdicchio ritrovata dopo un quarto di secolo
Next article5-8/4 a Cittadella (PD): Formaggio in Villa
Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here