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NOT, la rassegna dei vini franchi. Secondo giorno

PALERMO – A svegliarmi sono le conversazioni delle “commari” impegnate in un piccolo alterco. Memore di esperienze passate, la sera precedente avevo optato per una morigerata cenetta e poi per il letto. L’indomani sarebbe stato un giorno pieno di scoperte. Già in stato di febbrile attesa per volermi di nuovo immergere in quella prodigiosa testimonianza di varia umanità, salto la colazione per dirigermi verso il mercato di Ballarò. Avevo tempo, i “cantieri” avrebbero aperto alle 11.30 ed erano abbastanza vicini.

Mi piacerebbe riuscire a descrivere la sensazione provata non appena chiuso il portone dell’albergo dietro di me. Il clac della serratura mi ha proiettato nuovamente in una dimensione insolita. E’ domenica e decido di passare dal rione del Capo. Volevo percorrere le vie del centro che collegano i “suq “ di Palermo quasi fossi un vecchio mercante arabo. Ancora una volta a guidarmi è un sali scendi di piccole strade abbandonate alla vita, un dedalo di antiche storie che si avvicendano e mi portano a braccetto, raccontandomi questa esistenza nel dettaglio come fosse un romanzo. Mi lascio trasportare dai profumi: sale, spezie, agrumi, legni antichi e poi di carni cotte, terra e mare. Profumi di vizi, dolori e virtù.

E’ domenica mattina e il mercato di Ballarò trabocca di umanità. Le dispute fra i commercianti e gli avventori sono già al culmine. In ogni banco si contratta qualsiasi cosa e in qualsiasi lingua. Etnie diverse sfoggiano qualunque prodotto si possa vendere. Specchi da bagno rotti in stile anni settanta, arazzi (per usare un eufemismo) riportanti la santa di Palermo. E poi ancora scarpe usate, sacchi di cemento, componenti di computer (o così sembrano). Batterie di cellulari lasciate in bella mostra sul selciato intervallano i classici banchi di pesce fresco, di olive e ricotta.

L’umanità che vedo fluttuare intorno mi fa sentire tremendamente vivo. La forza di questo spettacolo sociale mi rigenera rendendomi parte di questa terra. Mi desto alla meglio da questa dimensione onirica e ricordo a me stesso che è ora di andare. A parte il curiosare fra vini e vignaioli avevo intenzione di conoscere gli ideatori del progetto. Bighellonando fra i banchi d’assaggio ecco che scorgo in un momento di relax Giovanni Gagliardi e Manuela Laiacona i quali, assieme a Franco Virga e Stefania Milano, sono gli ideatori di NOT. Dopo qualche convenevole di presentazione mi concedono qualche breve domanda.

Da dove parte l’idea?

Giovanni: “ Io e Manuela (Gagliardi Associati) avevamo immaginato un evento dedicato al mondo del vino naturale. Abbiamo fatto un’analisi precisa e abbiamo riscontrato da una parte un grande fermento e dall’alto che il movimento in Sicilia e al Sud non si era ancora organizzato in tal senso; abbiamo ideato il progetto e cercato un partner. Il gruppo Good Company si è rivelato un buon alleato.”

Perché il nome NOT?

Manuela: “NOT viene dal “pay off” della manifestazione “Do Not Modify, Do Not Interfere. Una scelta azzardata quella di nominare l’evento con una negazione, controproducente secondo le regole della comunicazione. Abbiamo invece reputato che potesse essere il modo più incisivo e chiaro per evidenziare e divulgare il modus vivendi e operandi dei vignaioli. La negazione dell’imperativo negativo sintetizza in tutta la sua potenza il manifesto culturale e di pensiero del movimento dei produttori di vino naturale. Un appello rivolto a tutti, ai vignaioli, ai consumatori, al mercato. Non modificare, Non intervenire è un richiamo rivolto alle coscienze prima ancora che al consumo. Invita, o meglio esorta, ad agire e a pensare secondo valori che tutelano la natura, l’identità di un territorio, il valore e il ruolo dell’uomo nell’atto agricolo e come tutore del mondo natura da consegnare al futuro.”

Una location importante i Cantieri Culturali Zisa. Una roccaforte morale mi vien da dire. Segno di un passato che sta cambiando?

Manuela: “E’ uno dei simboli architettonici più forti della rinascita di Palermo. A fine Ottocento i cantieri erano uno degli “hub” di produzione artistica e artigianale più importanti d’Europa. Il sindaco Leoluca Orlando ha voluto riportare alla luce questo tassello di un glorioso passato della città, consentendo che risorgesse come polo delle Arti e delle culture. Ha concesso gli spazi alla Scuola Internazionale di Cinema, all’Accademia delle Belle Arti, a una dei più prestigiosi istituti culturali di lingua tedesca, il Goethe Institute, ad associazioni che operano in ambito teatrale, musicale, artistico, interculturale. NOT non poteva che ambientare la propria rassegna in questo luogo di grande fermento sociale e culturale.

La difficoltà più grande che avete incontrato.

Giovanni: “Non ne abbiamo avute di particolari: quelle normali dell’organizzazione di un evento così complesso, tra le quali la difficoltà di avere partnership pubbliche per recuperare credito agevolato.”

Tanto entusiasmo nelle aziende che partecipano è l’indizio di una trasformazione in atto?

Manuela: “L’entusiasmo è correlato alla voglia di essere presenti in un territorio per certi aspetti ancora ‘vergine’ in termini di consumo di vini naturali, di voler stare in una piazza che oggi attira milioni di turisti da tutto il mondo, che si sta posizionando come grande capitale europea e non più come patria della mafia.

Noto anche molta collaborazione fra i produttori, uno scambio umano soprattutto. Che sia questo il messaggio più importante?

Manuela: “Il fulcro di questo tipo di eventi è proprio il patrimonio umano. Il movimento dei vignaioli mette al centro l’uomo e quindi la rete, le connessioni, gli scambi, la condivisione di un percorso è quindi inevitabile, anzi è diventato ciò che proprio caratterizza questo movimento. Il prodotto arriva solo alla fine. Prima di tutto si condividono saperi, esperienze, criticità. Not più che un evento sul vino è una vera e propria reunion.”

Mi sono confrontato con tanti vignaioli fin da ieri. Notevole in loro il senso civico ed etico. Ma tante difficoltà. Cosa ancora in Sicilia non si può toccare?

Giovanni: “Non è una questione di cosa ‘non si può toccare’. C’è innanzitutto un sistema di infrastrutture critico che non agevola chi lavora nelle campagne e nell’entroterra. L’Isola è isolata da se stessa. Non ci sono arterie e collegamenti che mettano la popolazione e chi viene a visitarla in condizioni di spostarsi in modo agevole, mancano le opportunità di mobilità interna e questo ricade sull’economia dei territori e sulla crescita di attività imprenditoriali. Poi non esistono politiche incisive che davvero tutelino il paesaggio agricolo e la sua bellezza ed educhino in modo incisivo il cittadino al rispetto dello stesso.”

Felice di questa conoscenza mi avvio nuovamente ai “lavori forzati”. Eccone altre impressioni.

Valdibella: piccolissima realtà cooperativa con 25 soci conferitori e un totale di sole 70.000 bottiglie. La zona è quella collinare di Camporeale in provincia di Palermo. Argille sciolte e sedimentate. Grillo, catarratto extra lucido, zibibbo e perricone in versione rosè sono le varietà che più mi hanno coinvolto. Vini immediati, beva piacevole e allo stesso tempo complessa. Importante lo sforzo etico sulla salubrità del territorio.

Il Mortellitto: siamo in val di Noto, in mezzo a natura e storia, mi racconta Dario. I suoli sono calcarei. Mi stupisce la versione secca del moscato di Noto, vitigno più di altri emblema di questa terra. Vino giocato su un chiaroscuro di erbe e di fiori, con la sapidità a renderlo croccante.

Salvatore Marino: Progetto datato 2017 per Turi (diminutivo di Salvatore) e Stefania in quel di Pachino. Vini da terreni calcareo-argillosi. L’utilizzo del cemento smussa l’esuberanza del nero d’Avola e ingentilisce il catarratto. Dal syrah rosato la nota imprevista nel pentagramma.

Elios: tre differenti zone di coltivazione, Alcamo, Camporeale e Monreale. “Poter avere a disposizione differenti territori ci ha permesso di far esprimere il vitigno sul suolo a lui più idoneo”, spiega Guido. Grillo, catarratto, nero d’Avola e nerello mascalese le varietà a disposizione. Modus Bibendi è un bianco macerato e il vino più originale della gamma; le lievi imprecisioni lo rendono comunque unico.

Possente: qui siamo nella valle del Belice (Trapani), suoli da argille sedimentate e tufo. La produzione di bianchi è il fiore all’occhiello di questa cantina. Uno su tutti, Cinque Inverni 2013 da uve catarratto, messo in commercio a sei anni dalla vendemmia. Un vino che non dimentichi, perché ha stoffa, aristocratica presenza e beva snella.

Antonino Barraco: ovviamente uno fra i banchi più “assaltati” del salone. Ornella Romano fa gli onori di casa, visto che il capitano è preso all’arrembaggio dai giornalisti. Ornella ci racconta dei terreni di Marsala: limo, argilla, sabbie e terre rosse. Trovo un comune denominatore nei vini di Nino, possiedono un tocco e una sensibilità quasi femminile. Spesso dimentichiamo che siamo in Sicilia. I vitigni scolpiti nell’aria di scirocco son difficili da domare, invece i vini di Nino li trovo gentili, gentili come una donna del sud.

Ayunta: ci troviamo sull’Etna. Filippo mi spiega innanzitutto che attualmente c’è una vera e propria corsa ad accaparrarsi i terreni ancora disponibili. “E’ stata eletta a Eldorado dei vini siciliani. Non a caso Angelo Gaja ha acquistato da tempo dei possedimenti qua“, mi dice. Vini eleganti, strutturati, complessi. La mineralità vulcanica ne impreziosisce le trame sia olfattive che gustative.

L‘aria distesa del tardo pomeriggio palermitano facilita le conoscenze, iniziano a fiorire i gemellaggi fra produttori. Alla chiusura del “ Day Two “ -com’è, come non è- mi sono ritrovato stipato fra cartoni di vino aperti nel bagagliaio di un furgone Wolkswagen “battente bandiera libbberiana “ assieme ad altri undici vignaioli/le alla volta di Bagheria.

Si era deciso per una pizza al Mata Hari, mi sembra. Essendo io un reporter da “prima linea” non potevo farmi sfuggire questa congiuntura astrale. Il driver per l’occasione era Luigi Zoli, giovane smargiasso romagnolo titolare di Distribuzione Gitana, anch’essa presente alla manifestazione. Con una dote abbondante di bottiglie scolme ci riversiamo nel locale affamati. A riceverci Martino Paracino, un signore elegante e discreto che incarna appieno i modi raffinati che la Sicilia ha insiti nel proprio dna, passaggi di corti straniere in quella terra.

Il Mata Hari era presente all’interno dei locali convenzionati che il NOT aveva preparato per le serate. Dal 1982 Martino si occupa con tanta dedizione di scoprire e valorizzare le eccellenze siciliane, soprattutto quelle provenienti da terreni virtuosi. Farine da agricolture biologiche certificate, formaggi e carni provenienti da piccoli allevamenti sostenibili sono la base di tutta la sua cucina.

Cominciamo dalle pizze ovviamente. Commovente la versione della Margherita al limone, un abbinamento mai pensato, sensuale e seducente. E’ la volta poi delle grigliate disposte su pietra ollare. Filetti e costate ingombrano la tavola, il cibo ci riappacifica i sensi e i discorsi si rincorrono da un capo all’altro dell’allegra comitiva. E’ ora di ritornare ai propri giacigli, siamo stati bene e ringraziamo Martino. Baci e abbracci fanno da cornice a una foto ricordo che rimarrà nelle nostre vite. Mi ritiro nel bagagliaio assieme ad altri quattro burberi gentiluomini; le signore devono stare comode, ovviamente. Pregando che nessuno ci fermi, rientriamo in città fra aneddoti e risate.

 

One Comment

  • Massimiliano ha detto:

    Una persona che tratta la mia terra come fosse sua e ne innamorato è sempre motivo di orgoglio grazie per averci reso partecipe della tua esperienza a NOT e della meravigliosa PALERMO

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