San Martin, a Moncrivello, propone una verticale di Erbaluce di Caluso (2017-2022)

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L’esperienza vissuta qualche settimana fa in compagnia di Alberto Mancusi è stata senza dubbio illuminante. Il nostro protagonista condivide con la moglie Julieta Escobar, originaria di Mendoza, il cammino di un’intera vita. Entrambi sono titolari dell’Azienda Vitivinicola San Martin, la cui sede è situata a Moncrivello in provincia di Vercelli. Tutto ha inizio mediante la realizzazione di un sogno, avvenuta nel 2017, e grazie ad una passione viscerale per la viticoltura e per l’erbaluce; vitigno autoctono a bacca bianca e al contempo icona enoica indiscussa del territorio canavesano. Il nome della cantina è un omaggio al giorno in cui si celebra la ricorrenza del Santo omonimo, periodo in cui solitamente si tirano le somme dell’intera annata agraria. San Martin inoltre, noto condottiero argentino, era solito invocare a gran voce il motto: “Seràs los que debas ser o no seràs nada” (“sarai quello che dovresti essere o non sarai niente”), filosofia aziendale adottata ampiamente anche da Alberto e Julieta. Alludo soprattutto alla continua ricerca della qualità riferita ai propri vini, prodotti in un lembo di terra piemontese antichissima e del tutto particolare. Assieme hanno scelto addirittura di riportare la suddetta frase anche in etichetta.

Moncrivello, poco più di 1.350 abitanti, è un piccolo borgo della provincia di Vercelli a confine col distretto torinese. Geologicamente parlando appartiene all’Anfiteatro Morenico di Ivrea, pur tuttavia le vicende legate alla sua storia appartengono più alla realtà di Vercelli. Ubicato sulla collina morenica a sud del bacino canavesano, le cosiddette morene frontali appartenenti alla prima glaciazione, fa da spartiacque tra l’anfiteatro morenicoeporediese e la pianura vercellese.

Il centro storico è piuttosto suggestivo e raccolto attorno al castello medioevale risalente al X secolo, e alla chiesa parrocchiale caratterizzata dal suo alto campanile e dalle stradine che la circondano mediante piccole salite e discese. Ci troviamo a circa 322 m. slm. mentre l’altitudine massima si raggiunge al Santuario di Miralta (352 m. slm). Con il trascorrere dei secoli il lento declino in tema di viticoltura, avvenuto alla stregua del vicino Alto Piemonte, a causa alla rivoluzione industriale. Il bosco pian piano si è riappropriato di una buona parte degli ettari vitati, pur tuttavia negli ultimi anni molti giovani appassionati – desiderosi di mostrare il potenziale di un Piemonte forse meno noto ma altrettanto vocato – hanno ricominciato a piantare la vite o a recuperare vigneti appartenuti ai propri padri e ancor prima ai nonni. Ai giorni nostri Moncrivello è un comune inserito a pieno titolo nel disciplinare di produzione della Docg Erbaluce di Caluso.

La superficie vitata totale del Canavese, stando agli ultimi dati in mio possesso, ammonta a 478 ettari: Caluso Docg 263 ettari, Canavese 165 ettari, Carema 22 ettari. La viticoltura gioca un ruolo da protagonista nei confronti del territorio, le uve crescono sane grazie ad un microclima particolarmente mite, dunque favorevole, ed influenzato dalla presenza del fiume Orco e dalla Dora Baltea.

Anche i laghi limitrofi contribuiscono e dunque fanno la loro parte: Viverone, il terzo più grande del Piemonte, Sirio, Pistono, Nero; il Lago di Campagna e il Lago di San Michele, il Lago di Candia (all’interno dell’omonimo Parco Naturale), Ceresole, nel Parco del Gran Paradiso, e infine i piccoli specchi d’acqua della Val Chiusella. Quest’ultima è la patria di alcuni tra i formaggi più buoni d’Italia, ma questa è un’altra storia che conto presto di raccontare. I vigneti del Canavese sono disposti nel versante sud dell’anfiteatro morenico sopracitato, lo stesso risale al periodo quaternario. Le glaciazioni del ghiacciaio generarono continui sedimenti, gli stessi “scivolarono” verso la Pianura Padana ed il suddetto territorio.

Sono principalmente tre le macroaree del Canavese. La prima è Caluso, forse la più nota proprio perché dà il nome alla Doc istituita nel 1967, Docg nel 2010; si distingue per la produzione del noto vitigno autoctono a bacca bianca denominato erbaluce. La seconda macroarea risponde al nome di Alto Canavese, due i comuni più importanti: Rivara e Levone; un territorio dove vitigni a bacca nera quali nebbiolo, freisa, barbera, e svariate tipologie di neretto, la fanno da padrone. Dulcis in fundo Carema, piccolo borgo a confine tra la provincia di Torino e quella di Aosta. Un gioiello incastonato nella pietra dai tratti vagamente fiabeschi, situato ai piedi del Monte Maletto. Da queste parti il nebbiolo, chiamato anche picotendro o picotèner, assume toni aristocratici la cui finezza rappresenta da sempre un punto di arrivo. Sto parlando di un profilo del tutto particolare e fortemente caratterizzato, lo stesso che mostra il fascino dei vini di montagna riscaldati dal sole che risplende nella roccia.

Alberto e Julieta, oltre ad essersi innamorati dell’uva erbaluce allevata al cospetto delle morene frontali di Moncrivello, hanno intuito il potenziale del Canavese a 360 gradi e del territorio di Carema. Quest’ultimo rappresenta l’ennesima avventura intrapresa dai nostri baldi giovani, che all’interno del comune di Settimo Vittone hanno deciso di allevare vitigni autoctoni a bacca nera presenti nel territorio ormai da secoli. Ho avuto modo di chiacchierare a lungo con Alberto percorrendo in sua compagnia alcuni sentieri, praticamente immersi nel bosco, che conducono ai vigneti.

Il suo approccio riguardo il mondo della viticoltura, condiviso appieno da Julieta, è quello del classico vignaiolo caparbio che non si arresta davanti agli ostacoli, detesta dormire tra gli allori e, pur consapevole di aver prodotto un vino degno di nota, continua a lavorare a testa bassa studiando il modo di migliorare sempre più il risultato finale. Alludo principalmente alle ultime annate caratterizzate da temperature torride e siccità, elementi in grado di mettere a dura prova la resistenza del terreno, quella della vite, e di conseguenza la tranquillità dei viticoltori.

L’Azienda Vitivinicola San Martin è stata avviata nel 2017. La prima etichetta in commercio corrisponde alla stessa annata. Oggi dispone di 2,5 ettari di vigneto da cui ricava l’Erbaluce di Caluso Docg, più 2.000 metri quadrati a Settimo Vittone per la Doc Canavese. La vigna più vecchia risale al 2003 ed è allevata a guyot doppio, pur tuttavia i titolari propendono maggiormente per il sistema di allevamento a pergola canavesana, lo stesso che in futuro hanno intenzione di sviluppare sempre più. Non soltanto per ragioni legate alla tradizione, la stessa che amano e in cui si riconoscono, ma anche per vantaggi di tipo pratico. Alludo ad esempio alla naturale schermatura che la vite offre in questi casi contro il caldo torrido, i raggi del sole, elementi che negli ultimi anni stanno causando problemi non indifferenti anche al territorio canavesano. Tra i filari vige il massimo rispetto del terreno e dell’ambiente circostante. A tal riguardo sono assolutamente banditi diserbanti e si interviene sulla vite soltanto se necessario e al fine di tutelare il sano sviluppo della pianta.

Tutte le operazioni vengono effettuate manualmente, e anche in cantina la mano dell’uomo accompagna soltanto la materia prima senza in alcun modo sovrastarla o peggio snaturarla. Alberto e Julieta sono particolarmente legati al torchio verticale, con cui è possibile ottenere mosti ancor più puliti e al quanto privi di ossidazione. L’azienda San Martin nelle annate più generose è riuscita a produrre anche 11.000 bottiglie, la media storica invece si assesta attorno alle 7-8 mila, divise in categorie quali Erbaluce di Caluso e Canavese Doc. Nonostante la giovane età della cantina di Moncrivello, ho avuto la possibilità di affrontare una verticale storica del primo dei due vini citati, che attraversa ben sei annate: 2107-2022. Riguardo la vinificazione, e il conseguente affinamento, l’utilizzo dell’acciaio è fino ad ora la strada intrapresa dai nostri protagonisti.

Ho il piacere dunque di condividere le mie impressioni, non prima di aver ringraziato Alberto e Julieta per la gradita ospitalità, e per il racconto relativo a svariati aneddoti che mi hanno aiutato a comprendere ancor più il potenziale del territorio canavesano. Un comprensorio vitivinicolo piemontese che molto avrà da dire anche in futuro. Ne sono certo.

Erbaluce di Caluso 2017
Manto oro-paglierino, estratto da vendere. Idrocarburi e miele ai millefiori, pan di spezie e un’incessante vena minerale-iodata che possiede fascino, carisma. Un Erbaluce succoso a dir poco, slanciato, energico; sapidità preponderante retta da una spalla acida che assicura al vino ancora tanta longevità. Lunghissimo.

Erbaluce di Caluso 2018
Paglierino chiaro, luminoso, cessione del colore praticamente assente. Al naso ritrovo un timbro intenso e la scorza di limone candita, in tandem con la susina gialla matura, caramella all’orzo e un soffio balsamico fresco e stimolante; con lenta ossigenazione pietra polverizzata e smalto. L’attacco è morbido, sinuoso, attraversato qua e là da lampi di freschezza citrina e un finale che taglia il palato come una Katana giapponese. In senso buono s’intende, lo reputo infatti – allo stato attuale – il miglior vino della verticale.

Erbaluce di Caluso 2019
Questo Erbaluce di Caluso 2019, più di tutti gli altri, riesce a mostrare a livello didattico il Dna del vitigno e lo fa con estrema disinvoltura, mantenendo l’assetto olfattivo anche a diversi giorni dalla mescita; opportunamente tappato s’intende. Ritrovo toni erbacei e floreali che giocano a fondersi con le erbe aromatiche: timo limone, fori di campo, ginestra, mela renetta e scorza di cedro. Trascorsi alcuni minuti dalla mescita, spezie dolci e tutta la potenza del terreno mediante suggestioni di pietra frantumata. In bocca, allo stato attuale, sconta la classica fase “dormiente” dell’Erbaluce – in parte simile a quella del Nebbiolo – in cui la sapidità risulta in netto vantaggio rispetto alla freschezza; stando alla mia esperienza è soltanto un determinato momento della vita del vino. Richiama la buona tavola.

Erbaluce di Caluso 2020
Paglierino intenso con nuances verde-oro. Siamo rimasti letteralmente colpiti da alcuni sentori erbacei, e da un forte richiamo al pepe verde; sentore – quest’ultimo – che rimane incollato al vino vita natural durante. Non mi è mai capitata una cosa del genere con l’Erbaluce, ciò dimostra quanto questo vitigno sia in grado di assorbire le caratteristiche dell’annata e del territorio, facendole sue talvolta in maniera completamente casuale. Anche per i produttori dunque è sempre una sfida, una continua scoperta. In bocca convince appieno per doti di sapidità e coerenza rispetto a quanto riscontrato al naso. Un sorso fresco, pulito ed estremamente lineare.

Erbaluce di Caluso 2021
Le ultime due annate ovviamente, la 2021 e la successiva 2022, scontano l’esuberanza e la giovane età del vino, oltre alla differenza piuttosto marcata dei millesimi in termini climatici: la prima calda pur tuttavia abbastanza equilibrata, la seconda torrida oltre ogni limite. Se l’Erbaluce di Caluso 2018 è il vino attualmente migliore della batteria, il 2021 è il vino che vorrei sempre bere. Un soffio balsamico apre le danze, seguito a ruota dall’irruenza dell’agrume dolce e dai fiori freschi di montagna. Stupendo. Anche al palato, privo d’alcol percepito e “dissetante” da matti, pur conservando una stazza e una progressione da centometrista. Un grande bianco piemontese che davanti a sé ha una lunga strada da percorrere.

Erbaluce di Caluso 2022
Diametralmente opposto al millesimo 2021, l’Erbaluce di Caluso 2022, sconta senza dubbio il peso dell’annata. D’altronde produrre vino è una continua sfida per i viticoltori, la natura decide senza interpellare l’uomo e le continue attenzione in vigna – quali ad esempio la vendemmia anticipata, il mantenimento della parete fogliare e altri trucchi del mestiere – concorrono a creare un vino il più possibile equilibrato. Alberto e Julieta ci sono in parte riusciti, considerando che a mio avviso il prodotto, allo stato attuale, è troppo giovane per riuscire a stabilirne l’identikit effettiva. Al naso sprigiona aromi di ginestra, frutti estivi maturi, agrume candito e tanto calcare. Ne assaggio un sorso e mi accorgo che la sapidità domina la scena, il suo timbro riempie il palato; inoltre la cosiddetta sensazione pseudacalorica riscalda più del dovuto. Al momento lo trovo particolarmente indicato in abbinamento a piatti di carni bianche salsate. Mi riprometto di assaggiarlo nuovamente tra un paio d’anni per verificarne l’effettiva evoluzione.

“Fuori Verticale”

Erbaluce di Caluso Memento 2020
Il Memento è un Erbaluce di Caluso che può tranquillamente considerarsi una sorta di “riserva”, soltanto a livello pratico s’intende, il disciplinare non prevede tale menzione. La differenza, rispetto al vino oggetto della verticale, risiede anche nel fatto che fermenta e affina in vasche di cemento. La tinta cromatica è leggermente più calda: paglierino piuttosto vivace e solare. Il naso è intenso e cangiante: nespola matura, susina, spezie dolci e maggiorana. La scia minerale, piuttosto evidente, ritorna anche in bocca grazie ad un allungo salino in grado di conquistare letteralmente i recettori del gusto. La freschezza in questa fase non latita assolutamente ma arriva leggermente in ritardo. Ha ancora bisogno di tempo per esprimere appieno il suo potenziale.

 

Vino Rosato Rosadito 2022
Un rosato a cui Alberto e Julieta sono molto affezionati. Arriva dritto dalle vigne di Settimo Vittone, in provincia di Torino, al confine con la Valle d’Aosta. Prodotto mediante uve nebbiolo e altri vitigni autoctoni a bacca rossa quali barbera, freisa e svariate tipologie di neretto. La vinificazione viene avviata in acciaio, pur tuttavia la particolarità sta nel fatto che il vino fermenta e affina in barrique di terzo passaggio. Rosa chiaretto con nuances ramate, tonalità vivace e calda. Il naso convince appieno grazie ad una buona fusione di sentori tendenzialmente dolci, contrapposti a note quasi “piccanti”. Nell’ordine: ciliegia, paprika, garofano selvatico, cardamomo, financo anguria matura e un curioso accento di terriccio umido che sugella l’insieme. Ne assaggio un sorso e la morbidezza primeggia, supportata dalla giusta vena acida e una chiusura pulita, sinuosa; pare quasi di mordere il frutto percepito al naso. Un rosato intrigante e fuori dagli schemi, un po’ come l’etichetta che lo rappresenta frutto della fantasia di Alberto e Julieta.

Le foto sono di Danila Atzeni

 

Andrea Li Calzi

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in cantina e serate dedicate all’enogastronomia. frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla sua compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in cantina e serate dedicate all’enogastronomia. frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla sua compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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