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Andrea Picchioni, il volto pulito dell’Oltrepò

Andrea Picchioni_4Due giorni di full immersion oltrepadana non sono certo sufficienti per comprendere un territorio. E neanche per osservarlo. Però viverli in compagnia delle persone giuste può accelerare un processo di conoscenza, accendere la lucina del ragionamento e far maturare due o tre considerazioni in proposito. La prima di esse mi racconta di uno scarto, uno scarto di pensiero, che è poi scarto di azioni, concretizzatosi nel corso della lunga storia vitivinicola di questo “pezzo” di Lombardia. Una frattura apparentemente insanabile, che vede una manifesta vocazione qualitativa appannata da continui “accomodamenti”, imposti dai poteri forti locali, tesi alla produzione per la produzione, al punto da favorire la nomea dell’Oltrepò Pavese quale bacino inesauribile di uve: centinaia e centinaia di quintali di uve o di vini diretti verso incerte destinazioni extraterritoriali, a prezzi da saldo. Di fronte, un piccolo stuolo di vignaioli bravi e preparati, con in testa una agronomia e una enologia tutte diverse, che si prefiggono lo scopo di valorizzare l’unicità della loro terra attraverso vini di “spirito” artigiano, rispettosi della tradizione ma al contempo capaci di trascenderne i limiti.

Valle Solinga_Vigneto ButtafuocoD’altronde, due aspetti ti colpiscono girovagando per le aree classiche di Canneto Pavese, Broni, Stradella, Santa Maria della Versa, Castana: la massiccia presenza di aziende agricole, dai nomi perlopiù sconosciuti, che scoprirai poi essere capaci di produzioni numericamente molto significative, e la bizzarra stranezza paesaggistica che vede alcuni dei versanti storicamente più prestigiosi non del tutto vitati: al loro interno c’è della boscaglia, dell’incolto. E suona strano che la boscaglia dia segno di sè persino sulla collina del vigneto Buttafuoco, che ha avuto l’onere e l’onore di fornire il nome alla celebre denominazione! Nello stesso tempo, non ti devi meravigliare se noterai interi versanti esposti a nord completamente vitati. Così come i fondovalle. Perché da queste parti, quando il mercato del momento richiedeva vini -chessò- a base di moscato, giù a piantare moscato in ogni dove. Poi veniva il momento della barbera? Giù a piantare (o ripiantare) barbera. Troppo oneroso coltivare uve, e relative meraviglie, sui declivi assolati e pendenti dei bricchi migliori (e ce ne sono). Insomma, un’enorme contraddizione offusca le reali potenzialità enologiche di questa terra, un modo di pensare l’agricoltura contro cui si è battuto per una vita il grande Lino Maga, il siur Barbacarlo, esempio virtuoso (e vivente) di vignaiolo artigiano.

Vigneti Picchioni_1Ma è pur vero che questo triangolo collinare di Lombardia, incastonato fra Piemonte ed Emilia Romagna, riserva ineludibili giacimenti di bellezza, magari non ancora completamente rivelati, la cui valenza la puoi cogliere se solo ti soffermi a rimirare certi vigneti. E’ tutto un susseguirsi di bricchi spettacolari, dalle pendenze mirabolanti, a decretare una viticoltura difficile, una viticoltura che non ti aspetti. Tutta un’altra cosa rispetto ai fondovalle fortemente vitati e iper produttivi. Sono i posti magici della croatina quelli, il vitigno che insieme a barbera e vespolina costituisce l’ossatura degli storici Rossi d’Oltrepò, come il Buttafuoco per esempio. Un vino bandiera, ad alta dignità territoriale, ma anche una denominazione d’origine parzialmente depotenziata da regolamenti fin troppo piegati alle ragioni della produttività, ciò che trova lampante evidenza nelle schiere di Buttafuoco Doc in vendita a 3 euro nei magazzini della gdo o negli autogrill.

Valle Solinga_vigneti PicchioniSe però hai la fortuna di incontrare certi vignaioli e certe teste pensanti, dimenticherai in fretta l’oltraggio dei Buttafuoco ordinari e persino frizzanti per immergerti in un mondo fatto di caparbietà e rispetto, di viticoltura esigente ed enologia pulita. Ecco, è in volti come quello di Andrea Picchioni, eccellente vigneron in Valle Solinga, che si rispecchia il lato migliore di un territorio, di una generazione e di un mestiere. Curiosità, tensione sperimentale, passione: questi i tre fondamenti che muovono le nuove consapevolezze critiche a reinterpretare il loro territorio, a ricercare un legame più stretto fra terroir e vino, fra uomo e ambiente. Il suo viso, intanto, tradisce un’età più giovanile di quella che ha. La sua stazza fisica invece non spaventa nessuno, dopo che ne avrai apprezzato la bonomia, la simpatia, la capacità di ascolto, l’introspettiva timidezza che si manifesta quando sta in mezzo a gente che non conosce, o quando si sente al centro dell’attenzione. Nell’intimità si risveglia invece la sua parlantina, la sua voglia di comunicare, la sua energia contagiosa di uomo e viticoltore. Dalla sua un percorso da battitore libero, vissuto in compagnia dell’istrionico, simpaticissimo “parassita” (così si definisce lui) Giuseppe Zatti, agronomo di bella speranza che vanta importanti collaborazioni anche extraregionali. Nel cuore, l’insegnamento laicamente santo di personaggi come Lino Maga. La sua storia di vignaiolo inizia dal nulla nel 1988. Andrea è giovanissimo a quel tempo, senza compagnie cantanti alle spalle, dal momento in cui i genitori si occupavano di altro. Da lì si dipana un racconto bello e faticoso, che si affranca dai peggiori cliché interpretativi del suo territorio per costruirsi una identità stilistica via via sempre più convincente e riconoscibile, veicolata da scelte radicali in campagna, segnate dal progressivo abbandono della chimica e dall’adozione delle pratiche biologiche. Nei circa 10 ettari di vigneto, acquisiti in tempi diversi e perlopiù concentrati in Val Solinga, produce vini tipici da uve tipiche, a cui si aggiunge il pinot nero. Non proprio una autoctonia direte voi, ma è pur sempre un vitigno che da almeno 60 anni abita queste colline.

Vini PicchioniLa pulsione sperimentale si manifesta nel raro e singolare Brut Nature Profilo, il coraggioso Pas Dosé a base pinot nero che osa sfidare il tempo e la pazienza dei lieviti nel lunghissimo affinamento che gli viene riservato (ora è in commercio il 2000!): una bollicina sferzante, caratteriale, a volte umorale, che non lascia mai indifferenti. Ma è nell’amatissimo Buttafuoco che trova compimento un lavoro artigianale mai in difetto di focalizzazione e personalità. Due le etichette in ballo: il vino “annata”, Luogo della Cerasa, di filologica e appetitosa concretezza, “gastronomico”, fresco e profumato, e il cru Bricco Riva Bianca, proveniente dal bellissimo vigneto omonimo e affinato in rovere, che conserva tutti i crismi del cavallo di razza: potente, intenso, di profonda matrice sapido-minerale, figlia legittima dei suoli tufaceo-sabbiosi ricchi di scheletro da cui discende, chiede sempre tempo per armonizzarsi, dimostrandosi però straordinariamente portato per l’invecchiamento. Così è la croatina, uva versatile ma ricca in tannini e in acidità, in grado di conferire tempra e saldezza strutturale ai vini, abbinata in genere alla barbera, che regala frutto e acidità, e alla vespolina, localmente chiamata ughetta, da cui si estrae la tipica speziatura dei rossi d’Oltrepò. Il Buttafuoco Bricco Riva Bianca 2009, che uscirà a breve sul mercato, è “percuttivo” e giovanissimo: possiede una scalpitante energia, una dote sapido-minerale importante e una sontuosa balsamicità, che conserva la selvatichezza dell’humus. Un rosso da attendere con fiducia, robusto e flessuoso al contempo, di cui potrai già apprezzarne la succosa persistenza salina e la ficcante lama acida. Di particolare finezza (per gli standard locali) il Bricco Riva Bianca 2008, dove il frutto, rosso del bosco, è sfumato ed elegante, e dove il timbro minerale lo percepisci di già al naso, arricchito da nuance di tabacco e spezie. Una tattilità gradevolmente sabbiosa e una silhouette dinamica e coinvolgente ne tratteggiano tutto l’arco gustativo, a concretizzare le fattezze di un vino di categoria superiore. Andrea Picchioni_3E mentre il Bricco Riva Bianca 2004 ti sorprende per la tonicità e per i sensuali rimandi alle erbe selvatiche e alla menta, il buonissimo Bricco Riva Bianca 1998 si erge oggi a straordinario portavoce della longevità di questa etichetta, disegnando una prova a tutto tondo, dove la morbidezza e la sensuale avvolgenza gustativa trovano l’adeguato compendio in un naso dalla raffinata trama balsamico–vegetale e in una dote tannica matura e maritata amorevolmente al corpus del frutto. Non potrai poi dimenticare il contributo alla causa portato dalle altre etichette, dalla croatina quasi in purezza del Rosso d’Asia, vino di grandissima personalità, agli slanci del rosso Arfena, un Pinot Nero in grado di dire la sua in ambito provinciale, quando la stagione ne assiste le sorti (buono il 2011). Per la tavola quotidiana c’è invece la Bonarda Vivace Luogo dei Ronchi, di incantevole trama odorosa, dal frutto carnoso e dai vibranti richiami floreali. Con la titillante speziatura che si ritrova e con quella carbonica scoppiettante, resta aggrappata a filo doppio alla tradizione dei luoghi, esaltata nella sua nuda espressività da una elaborazione cantiniera pulita ma non chirurgica.  Quel finale di erbe officinali, quel tannino graffiante e gradevolmente amaricante, ti parlano in fondo della terra che c’è lì. Senza infingimenti, con onestà, semplicemente. Sai che c’è? c’è che questi vini sono il rovescio buono della medaglia. Sono l’Oltrepò che non dimentichi.

3 Comments

  • Lello Burroni ha detto:

    Carissimo PARDINI
    HO LETTO CON PIACERE LE TUE OSSERVAZIONI SUL PRODUTTORE ANDREA PICCHIONI E LE CONDIVIDO PIENAMENTE.
    DUE ANNI FA HO AVUTO MODO DI VISITARE L’OLTREPO’ PAVESE IN OCCASIONE DELLA PRIMA EDIZIONE DI PAVIA WINE E SONO RIUSCITO A TROVARE IL “GRANDE” LINO MAGA NEL SUO SPACCIO DI VENDITA A BRONI, PARLARE UN PO’ CON LUI CHE CONTINUAVA A RIPETERMI: “IL VINO LO FA LA TERRA” E NATURALMENTE ASSAGGIARE E COMPRARE IL BARBACARLO.
    SUCCESSIVAMENTE SPINTO FORSE DALL’ISTINTO, SONO ANDATO A CANNETO PAVESE E CONTATTATO TELEFONICAMENTE ANDREA PICCHIONI HO CHIESTO D’INCONTRARLO PERCHE’ ERO CURIOSO DI ASSAGGIARE LO SPUMANTE “PROFILO”; E’ STATO SUBITO DISPONIBILE E ALLA SUA RICHIESTA DI ASSAGGIARE ANCHE I VINI, ABBIAMO (VISTO CHE ERO CON MIA MOGLIE) CORTESEMENTE RISPOSTO NEGATIVAMENTE PER EVITARE ANCORA ALCOOL PRIMA DELLA GUIDA (PECCATO PERCHE’ MI RISULTA SOLO ADESSO CHE PRODUCE DELL’OTTIMO BUTTAFUOCO). PRIMA DI SALUTARLO CI HA REGALATO UNA BOTTIGLIA DI PINOT NERO PERCHE’ GLI AVEVAMO DETTO CHE NON ERAVAMO MOLTO APPASSIONATI DI TALE VITIGNO (A PARTE GLI SPUMANTI CHE LI PREFERIAMO A QUELLI FATTI CON CHARDONNAY) E BEVUTO A CASA NON ERA MALE !
    FATTE QUESTE PREMESSE, SONO ANNI CHE SOSTENGO CHE L’OLTREPO’ AVREBBE DELLE POTENZIALITA’ ENORMI, MA PARTROPPO PER LORO, MANCA LA VISIBILITA’, IL SAPER FARE SQUADRA …….. FORSE COME GIUSTAMENTE SOSTIENI…….. TROPPO PRODOTTI DI BASSA QUALITA’.
    UN CARO SALUTO E CONTINUA AD INFORMARCI

  • Fernando Pardini ha detto:

    Caro Lello
    una occasione buona per tornare in Oltrepò! E assaggiare, stavolta, i rossi di Andrea, magari pasteggiando al Ristorante Prato Gaio di Giorgio Diberti, vicino Versa, che ha fatto della filologica ricerca e valorizzazione della VERA cultura gastronomica dei luoghi un punto d’onore, nobilitata qui da materie prime eccellenti e dall’estro “antico” di zia Carla e della sua discepola Daniela in cucina.
    Quanto al grande Lino Maga, mi strappi l’anticipazione del prossimo pezzo, che sarà a lui dedicato. E nel tuo testo hai involontariamente scoperto il titolo che avrà…..
    Grazie della lettura e a presto.

  • Fernando Pardini ha detto:

    Ah, dimenticavo
    sempre per Burroni: d’accordo sulle tue considerazioni riguardo alle potenzialità sottese ma non ancora espresse. Per le ragioni che lì tratteggi. Fare squadra credo sarebbe un primo passo importante, ma dovrebbe seguire forse percorsi non istituzionali, per non scontrarsi una volta di più con quelle contraddizioni che ho cercato di spiegare nel pezzo…..

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