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Nata il 1° di Luglio: la Barbera di Nizza (Monferrato) alla prova della maturità

Chi vi scrive ha avuto l’opportunità di visitare il territorio del Nizza DOCG in occasione della manifestazione Nata il 1° Luglio, l’evento che già da qualche anno celebra l’immissione sul mercato di questa importante e ben caratterizzata Barbera di sponda piemontese. Senza piaggerie (ero invitato!), è stata una piacevolissima esperienza. Il paesaggio vinicolo è affascinante, la qualità dell’accoglienza al di sopra di ogni riserva. Soprattutto, ciò che si respira è un’impressione di complicità tra le varie aziende. In un mondo del vino italiano che ripete senza soluzione di continuità che occorre far “gruppo” o “sistema”, predicando bene e razzolando male, qui ha acquisito respiro un progetto condiviso, dall’anima inclusiva, che ha inteso valorizzare una Barbera fortemente identitaria dal punto di vista territoriale.

La DOCG è storia recente (2014), ma in realtà della volontà di distinguere dal calderone del Barbera d’Asti (la zona di produzione copre ben 160 comuni!) una sottozona (anzi, più d’una) in cui il vitigno sappia esprimere un carattere superiore se ne parla da tempi non sospetti, ovvero dagli anni ’60. Ma solo da queste parti la determinazione dei produttori ha portato a definire un areale relativamente omogeneo dal punto di vista pedoclimatico, pur con le ovvie differenziazioni; a coinvolgere CONCRETAMENTE le amministrazioni locali di 18 comuni convincendole della bontà del percorso intrapreso, in particolare in termini del suo potenziale valore aggiunto (e chi non ha aderito a suo tempo adesso si mangia le mani); a evitare un rapporto conflittuale con il Consorzio della Barbera d’Asti; ad ottenere il riconoscimento della sottozona prima e della DOCG poi; a trasformare questi riconoscimenti istituzionali in un ritorno economico concreto in termini di incremento del prezzo di vendita dei vini e del valore dei vigneti (quest’ultimo triplicato negli ultimi cinque anni, e scusate se è poco!), a investire intelligentemente in promozione, anche sul territorio.

Non a caso la manifestazione è iniziata con l’inaugurazione del “Muretto del Nizza” in quel di Moasca, giusto sotto lo scenografico castello: rinnovando l’esempio ilcinese, vi sono murate le formelle in ceramica che riproducono le etichette dei Nizza dei produttori aderenti all’associazione che promuove la denominazione. Da lì parte un percorso trekking (in allestimento, sarà pronto in autunno) che attraversa le vigne di due aziende che non mancheranno di allestire dei punti di assaggio.

La comunanza di intenti di tutti le aziende interessate si esprime anche in una consuetudine già consolidata e che per il Bel Paese rappresenta probabilmente un unicum: tutti gli anni produttori ed enologi (devono essere presenti per statuto!) convengono per una degustazione alla cieca delle nuove annate. I vini vengono discussi ma non svelati: alla fine il Segretario Comunale di Nizza Monferrato, l’unico a conoscere la sequenza dei campioni proposti in assaggio, invia ad ogni azienda i commenti dei produttori colleghi, in un lodevole sforzo di condividere le conoscenze e le rispettive opinioni senza urtare la sensibilità di chicchessia e al solo scopo di migliorare la comune qualità.

Il 1° luglio (per l’appunto…) abbiamo potuto seguire una presentazione della storia del Nizza ad opera di Presidente e Vice-Presidente dell’associazione, con un’illustrazione delle principali caratteristiche del disciplinare, vedi le rese per ettaro molto basse, ulteriormente ridotte in caso che l’azienda “dichiari” un vino da singolo vigneto, in attesa della definizione delle Unità Geografiche Aggiuntive. E’ seguita un’introduzione sulle connotazioni pedoclimatiche dell’areale di produzione ad opera addirittura di Alessandro Masnaghetti, che ha dedicato una delle sue famose mappe ad una denominazione sì nuova ma da lui lungamente frequentata.

E’ seguito l’assaggio di 42 vini di varie annate (soprattutto 2016 e 2015), per i quali è stata puntualmente sottolineata la provenienza da terreni di volta in volta marnosi, sabbiosi, di arenarie, ecc., effettivamente corrispondenti a variazioni sottili ma riconoscibili nell’apparato aromatico e nella struttura generale dei campioni in gioco. Quanto mai interessante anche il giro tra le vigne in bus, con lo stesso Masnaghetti ad indicarci come le differenze paesaggistiche rispecchino ben precise caratteristiche geologiche, nonché antropiche, nell’interpretazione di certi territori, tour purtroppo dimezzato per via delle temperature veramente improbe.

Ma veniamo ai vini: chi Vi scrive è un amante della Barbera, che ha segnato i miei primi entusiasmi enoici con la sua succosità e la sua freschezza. Recentemente me ne ero un po’ allontanato, causa sfortunate esperienze con alcune etichette fin troppo “dimostrative” ed esasperate nell’utilizzo del legno. La scoperta del Nizza, pertanto, implicava anche mettere alla prova me stesso. Ebbene, i vini delle denominazione scansano con nonchalance certe derive estrattive, che oltre che appesantire il vino lo banalizzano a suon di rovere: come se la Barbera difettasse di dignità e dovesse essere in qualche modo “dopata”. Pure, ho imparato che il Nizza è vino ancor più estremo di quelli che mi avevano a suo tempo spaventato: nel senso che le difficoltà che la Barbera pone non si possono eludere, e la sfida viene accettata al massimo grado.

Il vitigno infatti possiede notoriamente un’acidità prorompente, e in difetto di maturazione dà vini magri, scomposti, con tannini scorbutici che possono divenire aggressivi anche se la carica polifenolica non eguaglia quella di altre varietà. Pertanto occorre conseguire una perfetta maturazione degli acini, che cercando la concentrazione e la pienezza diviene ancora più esasperata: molte etichette di Nizza viaggiano bellamente dalle parti dei 15° alcolici, e solo l’acidità della Barbera salva la bevibilità; la contropartita, per chi sa osare senza strafare, è un palato opulento ma non stancante, una suadenza di frutto accattivante ma mai scontata. Chi in un vino ricerca appunto frutto e pienezza, difficilmente potrà scovare qualcosa di più gradevole. Se al contrario si desiderano doti di sapidità e contrasto tannico, in questa sede non è che manchino, ma restano inevitabilmente un po’ nascoste: le caratteristiche del vitigno e le conseguenti scelte (estreme e coraggiose) di vinificazione possono far sconfinare il vino (piacevolmente) su sensazioni di dolcezza e maturità.

Non si pensi che che io voglia, con questa descrizione, penalizzare le peculiarità del Nizza: gli assaggi sono risultati quanto mai gradevoli, con un livello medio pregevole, le sensazioni di frutto intonse ed appaganti, il legno per lo più ben integrato, così come i vini netti e precisi. Per chi come il sottoscritto proveniva da un mese di assaggi di Sangiovese, è stata un’esperienza quanto mai istruttiva, un’apertura mentale per ricordarci come un vino possa essere delizioso anche quando, per un degustatore, si collochi al di fuori delle coordinate della quotidianità. Certo tornerò alla Barbera, e ancor di più al Nizza, perché non mancheranno occasioni per apprezzarla ancora. E se certi vini sono un invito alla convivialità, beh, su questo fronte il Monferrato mi ha impartito una lezione difficile da dimenticare.

One Comment

  • Paolo ha detto:

    Caro Riccardo,
    Hai fatto un articolo meraviglioso ed adesso non mi resta che cercare un Barbera di Nizza
    per mettere alla prova questo vino senza dubbio molto interessante.
    Alla prossima degustazione.
    Un Abbraccio
    Paolo Ciampi

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