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Le prime vendemmie di Riecine (1971-1985). Verticale per la storia sul filo dei ricordi

L’onore di poter partecipare a un avvenimento del genere portava con sé una prospettiva perigliosa, in vista della quale sarebbe servita una preparazione appropriata: il riaffiorare di certi ricordi, ricordi cari, quelli che ti giocano brutti scherzi. Perché nel restituirti l’illusione di un non-tempo –nei ricordi cari il tempo si annulla e ci si ritrova in un’altra dimensione – ti restituiscono anche lo struggimento inarginabile di una perdita. Sono magnifici e dolorosi, i ricordi che rimangono, ed io quel giorno lì stavo su un crinale, ad assaggiare vini “antichi” e a ripensare agli antichi affetti: un meraviglioso dolore.

Sì, tornare a Riecine per un’occasione del genere mi ha riportato a quegli anni là, quelli in cui giravo il Chianti con mio padre che del Chianti si era innamorato. Tornare a Riecine in un’occasione del genere ha significato incontrarlo di nuovo, anche se lui non c’è più. Perché a Riecine, quel giorno, hai voglia te se c’era.

L’opportunità di scavare nelle intimità la debbo perciò ai vini, alla splendida accoglienza ricevuta in azienda, capitanata oggi dal giovane direttore Alessandro Campatelli, e a Carlo Macchi  – testa pensante e lider maximo di winesurf.it -, che ha avuto l’ardire di invitarmi. Questo appuntamento costituiva infatti la prima tappa di un percorso à rebours nella storia di questa importante firma chiantigiana, alla riscoperta delle varie stagioni stilistiche, dai primi imbottigliamenti su su fino alla contemporaneità. Un approfondimento che verrà utile a Carlo per raccogliere suggestioni da trasporre in un libro a sua firma di prossima uscita che racconterà la storia di Riecine e dei suoi primi cinquant’anni.

Ma parlare delle origini significa rendere merito ai fondatori: John Dunkley e Palmina Abbagnano. Riecine infatti ha rappresentato uno dei primissimi esempi di “colonizzazione” esterofila del Chianti, ed è pur vero che se non fosse stato per la visione illuminata di certi personaggi provenienti da altri paesi, che li ha portati ad investire nel Chianti in un periodo in cui il Chianti veniva progressivamente abbandonato dalla propria gente, le cose sarebbero andate diversamente e oggi forse staremmo a parlare di un’altra storia.

Mio padre conobbe John e Palmina alla festa annuale del vino che si teneva nel mese di settembre nella piazza a mercatale di Greve. I loro vini segnarono uno spartiacque emotivo nella sua coscienza enoica del tempo. Me lo ha sempre detto, e io me lo ricordo ancora. A Riecine, in seguito, ci saremmo arrivati attraverso la strada bianca che saliva su da Gaiole. La 500 prima, la 127 poi mica erano troppo contente della cosa, il motore si arrochiva a bestia mandando segnali preoccupanti, le ruote slittavano facilmente sulla terra smossa mentre mio padre toccava il cielo con un dito. Io, dietro, soffrivo le curve. Al ritorno, il tintinnio continuo delle bottiglie caricate nell’incessante rollìo della macchina affaticata, con mio padre felicemente appagato.

Onore quindi a tutti i John Dunkley e a tutte le Palmine Abbagnano, che in epoche non sospette hanno creduto nelle potenzialità di un territorio a forte vocazione agricola, dedicandogli la propria vita. Viene quindi naturale pensare che da un amore e da un rispetto così profondi non potevano che nascere vini identitari. E parlare di Riecine, in fondo, significa parlare di questo, complice un terroir che non scherza, uno di quelli elettivi del comune di Gaiole, da cui peraltro derivano esclusivamente le uve contenute nei vini di questa irripetibile verticale delle prime vendemmie, costellata di etichette introvabili e in certi casi tirate in pochissimi flaconi.

Nei bicchieri di oggi vi scorrono dentro due decenni, i Settanta e gli Ottanta (nella loro prima metà), due ere geologiche se stiamo alla consapevolezza con la quale si produceva vino all’epoca, specialmente in Chianti. Un traghettamento di uvaggi, di intendimenti e di stili.

Si parte dai blend composti da uve a bacca nera (sangiovese in primis, poi canaiolo) e a bacca bianca (trebbiano, malvasia) dei primi rossi da tavola e dei primi Chianti Classico, per arrivare al sangiovese in purezza che ha caratterizzato fin da subito, o quasi, il Chianti Classico Riserva. E poi La Gioia, nel tentativo di scalare il cielo. Si passa da vini ossuti e disadorni, debolmente alcolici ma dotati di una forte corrente di acidità (portante, continua, non aspra) e di una naturale attitudine alla beva, a vini maggiormente carrozzati dal punto di vista degli attributi, dove si innalza di un pochino il tenore alcolico e dove la densità e la consistenza sono legittime conseguenze di altri approcci agronomici, con vendemmie tempisticamente più adeguate, uve più concentrate e rinnovate attenzioni enologiche. Lì dove iniziavi a scorgervi anche le prime avvisaglie di un cambiamento climatico in atto, ciò che avrebbe comunque condotto i vini sul filo di un efficace equilibrio lungo tutti gli Ottanta, per poi svoltare inesorabilmente verso condizioni più estreme nei decenni a venire.

Ma questa verticale unica e straordinaria non ha costituito l’occasione per verificare -a distanza di anni- quale vino ce l’abbia più lungo, non ha assunto cioè i crismi della competizione. Mi ha raccontato qualcos’altro, qualcosa di più. E’ stata in grado di evocare, di riportare a galla, di ripercorrere storie piccole e grandi che hanno interessato l’intera campagna toscana, di illuminare di una luce più intensa alcuni passaggi di tempo, di guardare al passato con dolcezza e riconoscenza. Per Riecine, certo, e per i suoi protagonisti. E anche per me, che sulla strada ritta che da Gaiole conduce fin lì mi è mancato il respiro. Una piccola aritmia a cui sono sono ormai abituato. E’ il segnale. Apriti cielo.

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I VINI DI UN GIORNO

Vino rosso da tavola di Riecine 1971

Cola, spezie e sottobosco lieve le prime evidenze di uno spettro in continua evoluzione da cui trapela freschezza, dietro il colore brunito ormai strapazzato dal tempo. E poi una finezza tattile che non ti aspetteresti. Il vino è gustoso, salato, agile, con l’acidità in resta e una trama tutta in sfumare permeata da sentori affumicati e umori di carcadé.

Vino rosso da tavola di Riecine 1972

Maggiore densità e maggior corpo rispetto al ‘71. Profumi iodati, cenni agrumati e un buon sapore di fondo con tanta acidità a conforto. Il retrogusto di caramello non lede poi tanto la brillantezza di quel finale affusolato, su ricordi (ancora) di agrume e fiori secchi.

Chianti Classico 1973

Granato cupo e minaccioso. Qui hai le radici e la china, il fungo porcino e il catrame, il miele di castagno e la liquirizia: una scorza aspra che si ripropone anche in bocca, dove i legni incerti e una più che latente farraginosità non gli consentono le aperture attese nel verso della bevibilità.

Chianti Classico 1974

“Scuro” e introspettivo, di terra, caffé e liquirizia, dispensa scie terrose anche al palato, rugoso al tatto ma fresco nella chiosa. Comunque trame arruffate, contratte e malinconicamente involute.

Chianti Classico Riserva 1977

Spessore aromatico, nitidezza, sottobosco, carne affumicata… E’ un vino serioso, morbido, affusolato e snello. La suggestione di brace di camino spento ne amplifica il fascino. Guarda lì che pieghe può prendere un Sangiovese, con il tempo!

Chianti Classico Riserva 1978

Ecco un vino d’antan che si concede ancora al frutto e alle sue dolcezze. E’ qualcosa che non esonda, restando provvidenzialmente confinato negli alvei della compostezza. Assieme al frutto risaltano la carnosità della trama e la venatura salina. La densità bilanciata, la melodia tattile e una chiusura lunga corrisposta da tannici dolci e ben estratti ci raccontano di nuove accuratezze.

Chianti Classico Riserva 1979

Snello e profilato, senti che avrebbe ancora ritmo nelle vene, se non fosse per quella perentorietà con cui tende a chiudere troppo presto la partita, segnato da un profilo asciutto, disadorno, ossuto. Insomma, non possiede la luminosità della bottiglia bevuta un anno fa, quando bastò un attimo per far riaffiorare antichi ricordi e l’emozione incorrotta dei primi incontri con Riecine.

Chianti Classico Riserva 1980

La sua cifra non sta nei profumi. Può succedere -e c’è da aspettarselo in fondo- in un Sangiovese antico e con tanti anni sulle spalle. Legni incerti e una dominante aromatica che richiama ostinatamente la cola ne limitano il coinvolgimento annunciando un sorso un po’ impacciato nello sviluppo, le cui sorti ancora una volta vengono risollevate dalla ficcante acidità, acidità che sorregge, instrada, riavvia. Ma è vino meno completo rispetto, chessò, a un ’78.

Chianti Classico Riserva 1982

Cambia il decennio e cambiano le “insegne”. Il colore – ancora intenso e propositivo- e l’impronta aromatica – di “procace consistenza” – ci riportano alle concentrazioni e allo stile in voga negli anni Ottanta, quando volevi orientarti a produrre vini ambiziosi. Cola, frutto in confettura (e in compressione), gusto vitale ma corposo. E se con la baldanza e la voce grossa una frazione di dinamica si va a disperdere, a guadagnarci sono la sinuosità tattile e la presenza scenica. Ah, per la prima volta trapela dalle maglie una scodata eterea.

La Gioia 1982 (solo sangiovese, prima annata prodotta)

Compatto, mentolato, presente, vitale, coloriture silvestri ed elegantemente erbacee ne solcano la trama. Vanta un profilo ricco ma con garbo, dove la freschezza d’impianto, la scia salina, gli spunti agrumati e il sentimento floreale che emerge con l’ossigenazione sono in grado di ravvivarne la grazia e il respiro. Molto buono!

Chianti Classico Riserva 1985

Che bel colore! Naturale, vivido, senza forzature, ispirato propiziatore di cose buone. Sorso proporzionato, disinvolto, fresco, accordato in ogni sua voce. Di agrume, fiori ed agilità, è un Sangiovese davvero bello, melodioso e al contempo slanciatissimo.

Nota: la prima bottiglia servita mica era così: assertivo nei cromatismi e nello spettro dei profumi ( frutti neri, spezie e grafite), empireumatico e un po’ appariscente al gusto, con il tratto asciugato dai legni ma apparentemente non difettato, vien da chiedersi: ma guarda lì l’evoluzione che scherzi ti combina, da bottiglia a bottiglia.

La Gioia 1985 ( sangiovese in netta prevalenza, piccolo saldo di merlot)

Bel frutto e bella espressività. Gusto ampio, incisivo, tonico, vivo; si distribuisce bene sul palato, leggermente terroso ma molto, molto sangiovese style, con finale sapido, lunghissimo, infiltrante, in grado di rilanciare e di conquistarti a una eloquente “chiantigianità”. Grazie a un invidiabile stato di forma, si ripropone oggi ad altissimi livelli.

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La foto della tavolata di degustatori è di Bruno Bruchi

Degustazione effettuata in azienda il 23 luglio 2020

 

 

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