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I vini del mese e le libere parole. Settembre 2020

Settembre ci ha restituito tangibile il miraggio della possibilità, in materia di vita sociale. Ne ho approfittato un po’ per stappare qualche buona bottiglia in compagnia, unica fonte di ispirazione  – il convivio, la bevuta, la condivisione – per questa rubrica e per le libere parole.

Quindi piatto ricco stavolta, con bianchi da ogni dove e di ogni età per un panorama esaltante, vario, divertente, a tratti struggente. Più un piccolo grande gioiello “nebbiolesco” che aspira all’archetipo alimentandosi di gesti artigiani e scansando il tempo, o facendolo suo.

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Falanghina Campi Flegrei 2019 – Agnanum

Letteralmente conquistato alle ragioni della Falanghina. Di questa Falanghina, che viene dai Campi Flegrei. Esplode di contrasti, e di dettagli sottili, la Falanghina 2019 di Raffaele Moccia (Agnanum).

Al naso profuma di vulcano, in bocca invece E’ un vulcano. Lunghissima, sferzante, elettrizzante.

La caratterizzazione aromatica -discendenza diretta di un territorio in grado di piegare a suo favore ogni più piccolo sussulto – e, al contempo, la profonda anima “falanghiniana”, ne sanciscono l’originalità, l’appartenenza e la cifra espressiva.

Un parto speciale, nel panorama in bianco nazionale.

La felicità di un assaggio appartiene ad un cesto di agrumi.

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Colli Orientali del Friuli Ronco Pitotti Pinot Grigio 2018 – Vignai da Duline

Ma il Pinot Grigio (versione italica) chi se lo fila più? Negli ambienti dell’enosnobbismo militante, ad esempio, si fa generatore continuo di sguardi compassionevoli e indifferenza. D’altronde è pur vero che le storture subite per lunghi anni a causa di una enologia distratta e fin troppo pop, ci hanno restituito di lui una immagine sfocata, svilita da interpretazioni fiacche e anodine.

Poi incontri roba del genere, che sa di Friuli a occhi chiusi. Lo bevi e ti sembra di esser lì. Quasi lo vedi, che sei già lì.

Qui un rosso travestito da bianco ritrova il passo del vino signorile: cremoso, denso, compassato. Si muove lentamente e si espande in ampiezza, il peso strutturale come sorretto da una innata naturalezza. Il tempo -lo prefiguri- gli sarà amico.

E poi il fiato caldo di un alcol che batte un colpo, il conforto di un abbraccio sincero, i profumi sfumati che richiamano i campi e il grano, accesi da riflessi balsamici e di erbe aromatiche.

E’ il Pinot Grigio della consapevolezza, figlio di visioni che vogliono bene alla terra, e che la terra te la sanno raccontare.

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Soave Classico Monte Grande 2017 – Graziano Prà

Ormai lontane le derive legnose e l’esuberanza di un tempo, Monte Grande ’17 di Graziano Prà onora le nuove rotte stilistiche sciorinando una finezza aromatica pazzesca. E un portamento nobile, un passo cadenzato, un respiro ampio.

Con la statura del grand vin.

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Jurançon Sec Vitatge Vielh 2015 – Clos Lapeyre Jean Bernard Larrier

Una meravigliosa sensazione di uva in bocca, con la solarità del tratto, portato per sua natura alla veracità e alla schiettezza, mischiata ad un potente slancio minerale, e a una ariosità che non ti aspetti.

Attacco da vino mediterraneo, chiusura da bianco teutonico, il sapore che si srotola in un crescendo di rarefazioni e raffinatezze.

Vitatge Vielh 2015 in stato di grazia. L’altra Francia. Quella che ti emoziona per originalità e carattere. Quella che trasuda autenticità. Quella nella quale il patrimonio di vecchie vigne (qui 80 anni appena) batte un colpo, e il colpo arriva dritto al bersaglio.

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Chablis Grand Cru Les Clos 2012 – Jean Paul & Benoit Droin

Se vi dovessi dire che cosa mi ha colpito di più di questo vino qua, celeberrimo e celebrato grand cru chablisien (Les Clos) nell’interpretazione d’autore offerta dalla famiglia Droin, ve ne dovrei dire almeno due o tre, di cose.

Di certo non è per la sua persistenza, o la sua diffusione, che probabilmente scontano un’annata di media gittata a Chablis, e più in generale in Borgogna (piccola ma bella, così la dipingono gli esperti).

E’ semmai per l’eccezionale calibro dell’espressione, una espressione mirabilmente compattatasi in un tratto più brevilineo del solito eppure così misurata, così dettagliata, così rifinita, segnata com’è dal garbo, dalla freschezza e dalla tensione gustativa. E’ per la quadratura assoluta del sorso, insomma. E per l’innata sua signorilità.

Ma anche per i sentori struggenti di grano, ai quali non so resistere, e per la spremuta di agrumi dolci che non ti ferisce ma va ad esaltarne semmai la sostanziale gioventù. E per l’aureola fumé, che riconduci alla nudità del calcare, più che all’abbraccio del rovere.

Si è soliti dire che come contano annata e “manico” quando si parla di Borgogna, altra cosa non c’é. Ecco, qui il manico è di quelli sodi, ma se l’annata importante viene meno, tutto il dipiù che ci sento dentro potrebbe chiamarsi privilegio.

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Collio Sauvignon 1989 – Josko Gravner

Quella volta lì Josko mi portò alla casa di Hum, nel Collio sloveno, appena superato il confine. La casa dove era nato, la casa dove avevano sempre vissuto i suoi genitori.

Poi fece due cose: prima mi condusse a vedere quella che sarebbe stata la sua tomba, in un piccolo cimitero di collina. Lì per lì non compresi bene il perché. Appresi solo dopo che per la gente slovena portare qualcuno a vedere quella che sarà la propria tomba è considerato uno dei più alti gesti di rispetto, stima ed amicizia nei confronti del visitatore. Di una intimità infinita.

Poi, dopo avermi fatto vedere le primissime anfore e fatto assaggiare le primissime sperimentazioni dei suoi nuovi macerati ( vendemmia 1997), mi regalò questa bottiglia qua, che per lui rappresentava ciò che non voleva esser più. Il Gravner del passato.

La stappo oggi e il vino è immenso. Declinare Gravner al passato ( anche remoto) ti restituisce immediatamente una idea di futuro. C’è chi dice che i vini di confine, al confine, abbiano una marcia in più.

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Gattinara 2015 – Franchino

L’incorruttibile fisionomia del nebbiolo nordpiemontese quando proviene da un altro tempo. Un tempo che non sai datare, ma c’é.

Un vino di arcaica purezza e “ricca essenzialità”. Disadorno, struggente, dritto, chiaroscurale.

La contemporaneità gli fa un baffo, proprio non se ne cura. Ha una scorza austera, inflessibile, flemmatica, apparentemente spigolosa. E un passo signorile e concreto ancora fremente di gioventù.

Squaderna tutte le tonalità dell’acido e dell’amaro. Senza fretta. Come un libro di storia pregno di significati, ogni quarto d’ora volta pagina rilasciando sensazioni nuove: le accensioni agrumate, le erbe officinali, la china, la pietra.

Possiede un fiato nebbiolesco che aspira all’archetipo, ma senza imbellettamenti di maniera. Alla Giacomo Conterno, tanto per capirci.

E la spoglia nudità che sola appartiene ai vini autentici, quelli con un didentro da raccontare.

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Immagine di copertina: Convivio degli Dei – affresco di Andrea Boscoli (1592)

 

 

 

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