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Manodopera in agricoltura. Lo stato dei fatti ai tempi del Coronavirus

La vendemmia sta pian piano avviandosi alla conclusione in tutta la penisola. Fino ad agosto, però, con i grappoli già pronti per essere raccolti, molte aziende agricole, sia di natura familiare che di grandi dimensioni, hanno vissuto reali momenti di incertezza e, talvolta, anche di seria preoccupazione proprio per l’assenza di personale da impiegare in vendemmia.

L’emergenza Covid, la disciplina sui nuovi voucher per il lavoro occasionale e la mancanza di immigrati comunitari ed extracomunitari hanno concorso ad alimentare la fame di manodopera anche per altri tipi di raccolta che si apprestano ad iniziare, come quella delle olive o dei kiwi ad esempio. Per comprendere tutti i risvolti di questa crisi di risorse umane e come sono riuscite molte aziende a “portare a casa” questa vendemmia, abbiamo interpellato il dottor Roberto Caponi, direttore dell’area Politiche del lavoro e welfare di Confagricoltura.

Dottor Caponi, ci potrebbe spiegare quale sia stata la situazione pre-vendemmia per le aziende vinicole e quali fattori hanno portato a una carenza di lavoratori per la raccolta?

“Verso la fine di luglio, a causa del Covid, sono stati limitati  gli ingressi da alcuni Paesi a rischio come Romania e Bulgaria, che insieme alla Polonia sono gli Stati da cui proviene la maggior parte degli operatori di raccolta, almeno per le zone del Nord-est d’Italia. Per coloro che provenivano da tali zone, infatti, era obbligatorio rispettare una quarantena di 14 giorni prima di poter svolgere attività lavorative; condizione non sostenibile per i datori di lavoro che avrebbero dovuto coprire i costi di soggiorno per il periodo di isolamento fiduciario, senza poter contare sulle loro prestazioni.

Come Confagricoltura abbiamo proposto l’introduzione della quarantena attiva, ossia della possibilità, per gli stranieri, di lavorare durante il periodo di isolamento, fermo restando l’obbligo di lavorare separatamente dagli altri lavoratori e di non lasciare l’azienda. Questa soluzione è stata adottata anche da altri Paesi UE come Germania e Austria. La proposta è stata sottoposta al Comitato Tecnico Scientifico istituito per l’emergenza Covid, che non ha però ad oggi sciolto la riserva, non consentendo di fatto l’attuazione di tale soluzione. A causa di tali difficoltà il rischio era quello di avere 40.000 operatori in meno per la vendemmia rispetto ai 180.000 che solitamente occorrono in questo periodo. Inoltre c’era l’urgenza di raccogliere i grappoli giunti alla maturazione ottimale per esser recisi dal ramo.

Non si è riusciti nemmeno a compensare la carenza di lavoratori stranieri con lavoratori italiani, considerato che molti di questi hanno preferito incassare i sussidi riconosciuti dalla legislazione ordinaria e di emergenza, come il reddito di cittadinanza e la cassa integrazione, piuttosto che adoperarsi per trovare una occupazione.

Anche quelli che avevano manifestato la disponibilità durante il periodo di lockdown, nel periodo estivo sono in buona parte rientrati a lavorare nei loro settori di origine, come il turismo e l’edilizia. E infatti la nostra piattaforma Agrijob, pur avendo registrato oltre 40 mila candidature per trovare impiego in agricoltura, è riuscita a collocare solo un numero limitato di dipendenti proprio perché era venuta meno la disponibilità. Il nostro timore è che questo blocco del mercato del lavoro agricolo, già asfittico in partenza, possa perdurare nei prossimi mesi, minando anche le imminenti campagne di raccolta come quella delle olive, dei kiwi e poi degli agrumi. Fra il terzo e il quarto trimestre, infatti, si concentra la più alta domanda di manodopera di tutto l’arco dell’anno.”

Come hanno risolto le aziende vinicole, allora, questo deficit di risorse da destinare alla vendemmia?

“Le realtà più piccole si sono rivolte ai familiari, avendo la normativa concesso la possibilità di impiegare parenti fino al sesto grado, senza la necessità di instaurare alcun rapporto di lavoro. Altre aziende invece si sono rivolte a cooperative di servizi che garantivano il servizio di raccolta chiavi in mano. Insomma hanno “esternalizzato” l’attività di vendemmia. È una strada però, quella dell’outsourcing, che costa di più rispetto all’assunzione diretta di dipendenti e che presenta alti margini di rischio, soprattutto se ci si rivolge a soggetti poco affidabili e non del tutto trasparenti.”

Quali Regioni sono più  interessate da questa penuria di risorse umane?

“Direi che tutto il territorio nazionale ha dovuto fare i conti con questo problema: nel Centro-Nord  sono venuti a mancare prevalentemente gli operatori provenienti dall’Est-Europa, mentre nel Mezzogiorno sono venuti meno i lavoratori albanesi e gli immigrati extracomunitari del Nord Africa. Inoltre il problema, per questi ultimi, non sembra di immediata soluzione, considerato che il Decreto flussi che disciplina e regolamenta gli ingressi autorizzati degli extracomunitari non è ancora stato emanato, con grave ritardo se pensiamo che solitamente viene pubblicato entro marzo.”

Confagricoltura si è mobilitata anche per richiedere la reintroduzione, seppure in via provvisoria, dei vecchi voucher cartacei per il lavoro accessorio od occasionale. Cosa non funziona nei nuovi voucher c.d. PrestO?

“Soprattutto nella prima fase, a partire dal 2008, il meccanismo dei voucher è stato coerente con le sue finalità ed ha rappresentato per le aziende uno strumento utile per aiutarle nel reperimento di operatori di raccolta. Il sistema era molto semplice, si acquistava il voucher cartaceo che oltre al pagamento del compenso comprendeva anche la copertura assicurativa, lo si consegnava al lavoratore e quest’ultimo andava ad incassarlo. Nel tempo, purtroppo, sono stati introdotti una serie di limiti e paletti che ne hanno fortemente ristretto la possibilità di utilizzo, oltre a complicarne la possibilità d’impiego.

Attualmente infatti è uno strumento riservato solo alle aziende con non più di 5 dipendenti. Gli unici soggetti che possono essere utilizzati sono gli studenti fino a 25 anni, i pensionati, i disoccupati o i percettori di integrazioni al reddito ma a condizione che non siano stati dipendenti in agricoltura nell’anno precedente. Inoltre la procedura di attivazione del voucher è divenuta più  complicata: fra gli altri adempimenti e formalità aggiunte, il titolare dell’impresa agricola deve prima pagare l’importo all’Inps.

Il rischio è quello di alimentare il lavoro nero, che è  proprio quello che si voleva scongiurare con la creazione dei buoni lavoro. Il Governo non è però voluto intervenire per semplificare ed ampliare l’utilizzo dei voucher. Ha preferito consentire la cumulabilità del reddito di cittadinanza e della cassa integrazione col lavoro dipendente in agricoltura, nel limite di 2.000 euro l’anno, misura però che non ha riscosso molto successo, considerato che molti dei potenziali interessati hanno preferito continuare a percepire il sussidio e non rischiare la perdita del posto di lavoro per una occupazione comunque di breve durata e per una cifra relativamente esigua.”

Qual è la retribuzione media per questi lavoratori?

“La materia è  regolamentata dai contratti provinciali; in linea generale il Contratto collettivo Nazionale del comparto agricolo, per una giornata di lavoro di 6 ore e mezza, prevede che il compenso non possa essere inferiore ai 43€; i contratti provinciali prevedono una retribuzione, per giornata lavorata, tra i 45 e i 75 euro.”

Dott. Caponi, ha accennato prima ad Agrijob, la piattaforma che Confagricoltura ha implementato per mettere in contatto domanda e offerta di lavoro in campo agricolo. Dai primi mesi dall’attivazione di Agrijob, quali riscontri avete avuto e come funziona esattamente?

“Abbiamo ricevuto sicuramente un ottimo riscontro anche per il meccanismo di gestione dell’incontro fra domanda ed offerta che passa nelle mani alle sedi locali di Confagricoltura.  Accedendo al sito https://www.confagricoltura.it/ita/agrijob, sia all’azienda che al lavoratore viene richiesto di compilare un form dove vengono richieste alcune informazioni sulla disponibilità lavorativa, il luogo d’ interesse etc. Queste informazioni vengono caricate e girate alla sede provinciale di riferimento. Quest’ultima poi si occupa di mettere in contatto il datore con il candidato. In alcuni casi possiamo assistere l’azienda fino alla fase della stipula del contratto, essendo comunque autorizzati dal Ministero del Lavoro quali soggetti per l’Intermediazione nel mercato del lavoro.

Infine vorremmo concludere con un segnale positivo che arriva proprio dai più giovani. Le nuove generazioni pare che abbiano riscoperto il lavoro nei campi, vero?

“Esattamente, questo è un dato che abbiamo riscontrato anche fra gli iscritti ad Agrijob. I giovani stanno riscoprendo l’agricoltura non solo a livello imprenditoriale, quindi creando start up agricole, ma anche in qualità di dipendenti. Il lavoro in campagna, negli ultimi anni, è  stato segnato da un processo di rivalutazione e di nobilitazione, che ha compreso tutte le professioni legate al cibo partendo dai cuochi fino appunto al lavoratore agricolo.”

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Ringraziamo il dott. Caponi per la disponibilità e la dott.ssa Porro per aver reso possibile l’intervista.

 

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