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Una bella tecnologia

Un problema che l’appassionato di vino non si pone proprio è: come si raggiungono velocità superluminali, cioè superiori alla velocità della luce? Sul piano della fisica moderna è impossibile: secondo Albert Einstein nulla, nell’universo conosciuto, può andare più veloce della luce.
Per universo conosciuto intendo almeno l’intero territorio della nostra penisola, e per velocità della luce intendo qualsiasi velocità che superi quella di un locale di Trenitalia.

Eppure per alcuni fisici teorici sarebbe possibile non soltanto oltrepassare la soglia dei 299,792 chilometri al secondo, ma addirittura, sebbene suoni controintuitivo, arrivarci senza accelerazione. Provate a immaginarlo: si passa da fermi a essere più veloci della luce, senza stadi di accelerazione intermedia.

La difficoltà sta nell’immaginare un sistema per muovere le particelle senza accelerarle. Tra l’altro anche gli esseri umani potrebbero utilizzare questo sistema in quanto l’inerzia è legata all’accelerazione e non alla velocità in sé. Un tipo di acquisizione della velocità senza passare da una precedente accelerazione è relativo al processo di creazione delle particelle. A livello teorico sarebbe possibile modificare istantaneamente la velocità attraverso un processo controllato di annichilazione e successiva ricreazione di un oggetto a una differente velocità. Una tecnologia di questo tipo per oggetti macroscopici sarebbe equivalente a creare una sorta di teletrasporto”, stando alla relativa pagina di Wikipedia.

Quando dico che ogni buon appassionato di vino non si pone questo problema – facendo bene – è perché una simile tecnologia esiste già, e da millenni. Un buon vino consente infatti di viaggiare a velocità superluminali. E di raggiungere regioni anche remotissime senza accelerazione, da fermi.

Prendiamo il vino che è stato offerto “alla cieca” a Giampaolo Gravina e a me alcuni giorni fa in un ottimo ristorante romano, la Taverna Cestia, dalle parti della Piramide. Il colore, un giallo solo appena dorato, percorso da vivissimi riflessi canarino e argento, indicava un’età giovanile o l’ibernazione a -270 gradi di una bottiglia datata. O, possibilità più remota, un vino/ritratto di Dorian Gray conservato normalmente, che aveva molti anni ma che all’aspetto risultava appena nato o quasi. L’immersione delle narici nel bicchiere ci avrebbe verosimilmente rivelato se stavamo dalle parti della terza ipotesi: forti note terziarie o pre-ossidative avrebbero smascherato il finto-giovane.

Il cosiddetto naso, però, non mostrava cedimenti all’usura del tempo, solo una pronunciata nota varietale di riesling (pietre che sfregate fanno scintille, miscela di idrocarburi alifatici e ciclici).
Il gusto, infine, era magnifico: saettante di sapori, citrino il giusto (senza arrivare a far somigliare la bocca a quella di un vecchio sdentato), minerale il giusto. Aereo e slanciato il giustissimo, non sentendosi per nulla la componente alcolica.

Insomma, una delizia.

Scoperta la bottiglia, ecco la scoperta (scoperta²): si trattava di un Riesling Markus Molitor… 1987. In un attimo il vino mi ha portato all’anno in cui ho fatto il servizio civile (“solo” venti mesi, una sinecura; d’altra parte all’epoca i rapporti tra gli obiettori e il Ministero della Difesa non erano proprio eccellenti), alle prime bevute alcoliche (un perfetto Chianti Classico Castello di Ama 1986), ai primi, teneri incontri con l’Agenzia delle Entrate.

Il Riesling Markus Molitor 1987 è stato dunque teletrasporto liquido, viaggio nel tempo, scandaglio della memoria. Il tutto senza muovermi, restando comodamente seduto. Una bella tecnologia, non c’è dubbio.

 

 

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