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Un’antica lezione per l’oggi

Non riesco a fare a meno delle cose di cui non posso fare a meno. Una di queste è passare tempo nella ricerca e successiva stappatura di bottiglie d’epoca. Non con lo spirito dell’antiquario, del collezionista di vecchie etichette su flaconi di vetro dalle forme magari inusuali. Piuttosto con l’idea romantica di rintracciare nel passato elementi vitali che indichino un percorso perfettamente percorribile oggi.

Il verdiano “torniamo all’antico e sarà un progresso”? qualcosa di simile, ma senza alcuna sfumatura reazionaria. Come scrive la musicologa Roberta Pedrotti,

Giuseppe Verdi era un laudator temporis acti? Decisamente no: era, anzi, un uomo che non temeva di scandalizzare e sperimentare per seguire i suoi ideali, un uomo pronto a mettere in scena “un gobbo che canta”, una prostituta, un potente stupratore, una congiura di palazzo con omicidio in scena” (…) “È questo un conservatore ancorato al passato? No, è l’uomo onesto, intelligente e concreto che, quando una riforma dei programmi di conservatorio propone di limitare lo studio della polifonia e del contrappunto, fa un ragionevolissimo discorso sull’importanza della conoscenza, della tecnica, della storia, sulla consapevolezza del passato per poter progredire.”

Ecco il punto, la consapevolezza del passato per poter progredire. In questo senso le vecchie bottiglie non sono sempre un reperto archeologico inerte, ma nei casi più virtuosi emanano ancora deboli bagliori di luce, capaci di indicare delle possibilità a chi fa vino adesso.
E a chi il vino lo beve, ovviamente.

In occasione dei cinquant’anni e sessant’anni di due cari amici, separati da un decennio esatto, mi sono procurato due bottiglie storiche, un 1971 e un 1961. Festeggiare un compleanno stappando un vino della stessa età è una scelta sempre più diffusa tra appassionati e non.

A suo tempo Paolo Badaracco, storico venditore di rarità enologiche – a Melano, Canton Ticino -, fece la sua fortuna offrendo decine di migliaia di bottiglie di pressoché ogni vendemmia dalla metà dell’Ottocento in poi. Proprio per offrire la scelta del vino del proprio millesimo a chi poteva permetterselo; e comunque una tipologia minore di un’annata minore era spesso abbordabile da tutti.

Su questa falsariga le vendite all’asta di flaconi vecchi e vecchissimi sta conoscendo un successo crescente anche da noi in Italia, dopo aver consolidato decenni ovvero secoli di voga nei paesi anglosassoni (segnatamente in Gran Bretagna, patria di famigerati necrofili del vino).

I due vini venivano dalla stessa zona e dalla stessa azienda, uno l’antenato dell’altro: il 1971 era un Castel de Monte Riserva Il Falcone Rivera, il 1961 un Castel del Monte Rosso Rivera. Rossi pugliesi, dunque.

Il 1971 si è presentato da subito all’olfatto sui toni autunnali del sopra/centro/sottobosco: terra umida cosparsa di foglie secche, funghi (commestibili), bacche selvatiche cadute e disidratate; con a rinforzo più toniche note di prugna secca e tabacco (Latakia e Virginia, con un 23% di Cavendish). Al palato ha confermato un’evoluzione spinta, i sapori ossidativi di noce erano sul punto di dominare completamente le residuali pulsazioni del frutto (in versione candita). Il corpo era in ogni caso pieno e ricco di tannini. Un vino nel complesso anzianotto, ma ancora in grado di accennare un balletto sul posto.

Il 1961, controintuitivamente, si è rivelato più pimpante e vitale del disceso: frutto più vivo e fresco, maglia tannica più compatta, una succosità e una progressione da rosso più giovane di almeno un ventennio. Il tutto con la struttura non certo del vinello “d’annata”, “da bere entro un paio d’anni dalla vendemmia”, come recitavano i testi dell’epoca.

Qual è la lezione per l’oggi? Nelle parole di Giovanni Bietti (I vini naturali, tre voll., 2010), che ho raccolto a voce qualche settimana fa sul soggetto, “l’uva di Troia è una delle più grandi non soltanto del sud, ma di tutta l’Italia. Probabilmente la migliore del meridione, insieme all’aglianico, per la produzione di rossi d’autore, capaci di una longevità straordinaria”. Una sentenza forse un po’ tranchant, sulla quale però concordo. Non sono un ampelografo e ignoro se l’uva di Troia, detta anche nero di Troia, venga coltivata al di fuori dei confini pugliesi. Resta per me un’evidenza che le sue potenzialità non siano state ancora del tutto esplorate.

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