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L’ora del silenzio

Sono in buona compagnia nel considerare superata la forma della degustazione classica, quella del stappa/versa/annusa/assaggia/annota. Tale forma, detta altrimenti “guidarola” o “in catena di montaggio”, è stata uno strumento barbaro ma tutto sommato valido in epoche preistoriche. Un utensile rozzamente intagliato, buono per affrontare batterie di Barolo o branchi di animali selvatici ostili.
Oggi grazie al cielo si diffondono i palati più coltivati e tale tecnica mostra tutti i suoi limiti concettuali e pratici.

In altre parole non si possono più invocare le solite attenuanti generiche – “non esiste metodo meno invasivo per degustare centinaia di vini della stessa tipologia”, “un professionista sa mantenere la concentrazione”, fino all’imbarazzante “un palato allenato riesce a degustare oltre cento vini al giorno senza problemi” -. Occorre vedere la cruda verità per quella che è: una degustazione classica nasconde, molto più che rivela, le qualità di un vino.

Trovo parimenti obsoleta la parte di assaggi proposta negli incontri vinici serali, vale a dire nelle mille occasioni annuali che vengono proposte in terra italiana, da Vipiteno a Gela: “Jacopo Sprint e i suoi rossi da uve metallizzate”, “quattro serate di introduzione all’introduzione della degustazione”, “l’affascinante zonazione del territorio del Chianti Nobile”, “il rigore di Francesca Claudia Briganti nell’estrarre i tannini un polifenolo alla volta”.

Generalizzo biecamente. Ma novantanove volte su cento la faccenda si svolge così:

Parte prima – Introduzione del tema
“il territorio del Barbaresco di Montalcino si può suddividere” eccetera
“i terreni derivano in massima parte dallo sfrangimento testicolare tortoniano” eccetera

“la climatologia tutte le feste si porta via” eccetera
“ma veniamo a parlare di Jacopo Sprint, produttore intransigente che considera la biodinamica una tecnica troppo industriale e furbesca. Egli va oltre, vinificando solo uve che metallizza con un procedimento alchemico del 1215” eccetera

Parte seconda – Degustazione con eventuali domande del pubblico
Jacopo Sprint, affiancato e spalleggiato dal noto e intransigente critico Nicola Arigliano, comincia a sgranare il rosario delle analogie: “in questo mio Vanadio 2020 sentite per cominciare una nota di fiore d’acacia, cui si sovrappone un netto sentore di zenzero, poi erbe di campo, Erika, Inge, lavanda” eccetera

“Oooh” (una voce fra gli astanti) “come fa a ottenere questa intensità aromatica e questo gusto così chiaro di cadmio?”; risposta: “con le uve metallizzate si ottiene un’infinità di sfumature metalliche, dal cadmio al titanio. In più, se il vino dovesse sapere di tappo, ci può sempre dipingere il baule dello scooter”.

A questo schema rimasticato propongo di contrapporre l’ora del silenzio di leroyesca memoria, realizzando un apposito Gustatorium, cioè un Auditorium del gusto. Conto sul contributo della Regione Lazio e sui fondi privati del mio dentista di fiducia, in zona Fleming a Roma.

Il progetto è semplice: saletta da venti/trenta posti (ché più umani queste iniziative virtuose e serie non raccolgono; mentre “una serata con Jacopo Sprint e le sue scoregge polifenoliche metallizzate” fa accorrere parecchie decine di fan entusiasti). Si mettono in cartellone diciamo tre vini. Si stappa una bottiglia, si versa il vino, ci si immerge nell’ascolto e si resta zitti per un arco di tempo congruo, diciamo mezz’ora. Poi si passa alla seconda bottiglia, infine alla terza.
Sono permessi gli applausi tra una bottiglia e l’altra.

One Comment

  • Vocativo ha detto:

    Sarebbe situazionismo al contrario, ma di eguale efficacia (per circa tre persone, ahinoi).

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