Porto e non solo: i vini della Valle del Douro

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2049

E’ questo il momento dell’anno in cui si raccolgono i cocci delle esperienze di un’annata enoica, mettendo insieme le note più o meno accurate che, a parte un’impressione generale necessariamente approssimata, sono tutto ciò che rimane delle tante (troppe?) degustazioni frequentate. Faticosamente tento di districare ciò che veramente conta, ovvero quelle occasioni che effettivamente hanno arricchito la mia personalità di degustatore e di amante del vino. In altre parole, estrapolo ciò che credo di aver imparato per l’anno in corso.

Non mi stupisce che anche per questa mia seconda volta uno degli eventi più gratificanti sia stato Douro Primeira Prova, ovvero lanteprima dei vini le cui vigne si trovano nella Valle del Douro. Porto quindi, ma non solo.

Premetto che la validità dell’esperienza non è inficiata dal mio amore incondizionato per queste contrade. La sola vista dei terrazzamenti che scoscendono sul fiume mi rimette a punto l’anima, somministrandomi quella dose di bellezza che mi fa affrontare il mondo e gli scazzi quotidiani. Per mia fortuna, ciò accade ogni qualvolta contemplo un paesaggio vitato, ma la maestà del Douro moltiplica la sensazione rigenerante al massimo grado.

Dal punto di vista degli assaggi, si conferma la precedente impressione di una voluttuosa presenza di frutto nei rossi, tanto più godibile grazie alla goduriosa dolcezza della trama tannica, favorita dalla presenza di vigne vecchie sapientemente sfruttate in termini di estrazione, nonché di assemblaggi, anzi “vinaggi”, di più vitigni che danno luogo a un equilibrio tutt’altro che banale, innervando morbidezza e maturità con freschezza e saporosità, e rendendo la beva sorprendentemente slanciata. Fermo restando che quei produttori (ve n’è più d’uno) che sperimentano vinificazioni in purezza di certe varietà riscoperte con spirito pionieristico stanno conseguendo risultati quanto mai caratterizzati e degni del massimo interesse.

In questo contesto, che resta comunque positivo, non tutto è oro quel che luccica. Il global warming è arrivato anche nella valle del Douro, in un areale cioè il cui clima è descritto dai locali come “nove mesi d’inverno e tre mesi d’inferno”. Trattasi di una zona in cui le alte temperature durante la fase di maturazione sono il pane quotidiano, e la ricerca della concentrazione è il traguardo imprescindibile per tipologie di vino che sono state pensate e create per dare il meglio di sé dopo decenni; eppure, in certe annate, l’aumento delle somme termiche ha ingolosito alcuni produttori (sottolineo: non tutti!) nella ricerca della dimensione tannica, con qualche baldanzoso eccesso estrattivo che ha comportato inevitabilmente una presenza di legno un po’ smodata, che ha irrigidito il sorso a scapito di quella magica “leggerezza nella pienezza” che tanto fascino apporta ai rossi da tavola del Douro.

Anche per quanto attiene le tipologie fortificate, addirittura mi sono sentito dire da un’azienda blasonata che in un’annata particolarmente “carica” è sorto il dubbio se uscire con il prestigioso (e remunerativo) Porto Vintage per timore di non poter abbinare la necessaria finezza alla concentrazione e alla potenza.

A parziale compenso di queste perplessità, la più sparuta pattuglia dei bianchi ha mostrato segni di progresso, con assaggi dai profumi più netti e, inaspettatamente, di bella vivacità acida e salina, segno che i vigneti sono stati piantati nei posti adatti, e segno dell’abilità dei produttori nello sfruttare i caratteri varietali dei vitigni autoctoni a disposizione.

In estrema sintesi dunque possiamo dire che i Porto, nelle varie tipologie, si confermano affidabili, potenti ma equilibrati, sicuramente approcciabili con fiducia anche da chi ritiene i vini dolci e/o liquorosi stucchevoli tout court.

I rossi da tavola ripropongono la purezza adamantina del frutto, il velluto tattile, la capacità di esprimere volume e maturità senza pesantezze di sorta, con sfumature che valorizzano i singoli terroir e le rispettive caratteristiche varietali. E questo sia pur con qualche distinguo, per tutti quei casi -non maggioritari- in cui si registra un eccesso di presenza del legno, attribuibile o ad eccessi di estrazione e/o a difficoltà di gestione delle distorsioni climatiche in termini di eccesso di calore durante le fasi di maturazione, aspetto che lascia qualche preoccupazione per il futuro.

Infine, lodevole risveglio dei bianchi, che iniziano a superare quel livello di mera godibilità legato alla immediatezza del frutto.

GLI ASSAGGI

ROSSI

Douro Primeira Prova è una manifestazione dedicata soprattutto alla promozione dei vini da tavola del Douro. Ho ritenuto opportuno pertanto riportare le mie impressioni su alcune referenze fra quelle che più mi hanno colpito, senza per questo dimenticare il mio amatissimo Porto.

Quinta do Gaivosa, Anfiteatrum 2020: naso quasi da vino dolce naturale, di confettura di more e cioccolato, che si ripropone con coerenza al sorso. Il tannino fitto fodera il palato ma il volume non è eccessivo; l’acidità è integrata nel corpo del vino, lo distende e lo alleggerisce; il finale è lungo e dolce senza stuccare; grande la beva, ma anche bei margini di evoluzione.

Casa Ferreirinha, Vinha Grande Red 2020 (Touriga Nacional, Touriga Francesa da cima Corgo, Tinta Roriz (Tempranillo)): naso accattivante di bella intensità, confettura di fragola, ciliegia e frutto nero, con un tocco di spezia dolce. Il palato vanta buona sapidità e bella presa tannica, polpa e volume, ma non si siede sulle morbidezze: l’acidità lo equilibra, la dolcezza di frutto si allunga, il legno lo marca un poco ma molto meno che in altri assaggi. La sua migliore caratteristica è l’equilibrio, a fronte di una pienezza certa. Potrà certamente distendersi ulteriormente.

Quinta do Vallado, Touriga Nacional (100%) 2019, 16 mesi di legno: il colore di incredibile profondità prelude a un olfatto intenso di viola e tabacco scuro e a una bocca saporita, di bel grip tannico, profonda e persistente. Il finale fa salivare e si apre a coda di pavone su eleganti richiami floreali e note di legno. E’ la conferma della grandezza della Touriga Nacional, che non abbisogna di vitigni migliorativi (o presunti tali) per accontentare tutti i palati.

Quinta do Vale Meao Douro Red 2019 VV (Touriga Nacional 55%, Touriga Francesa 35%, altro): piacevole intensità di mirtillo e mora, cola, viola e ciclamino; bocca fitta nel tannino, dolce nel frutto, lunga, profonda e balsamica, con il legno che fa capolino a rendergli una coda leggermente amaricante. Ma il futuro è luminoso, e questa ingerenza dovrebbe potersi riassorbire.

Anche le tipologie meno ambiziose possono regalare grandi soddisfazioni. Quinta Vale Dona Maria, Douro Red 2020: solo acciaio, ma uve di sopraffina e calibrata maturità, con dolcezza accattivante al naso, che si reitera perfettamente in un sorso calibratissimo, con una trama tannica di classe superiore: fresco, di beva, lungo e saporito. E’ un vino semplice, se vogliamo, ma possiede le migliori caratteristiche del Douro, ovvero il peso estrattivo sposato all’equilibrio. E presuppone pure una grande mano enologica, qui impiegata per gli scopi più lodevoli. Commovente il prezzo di 10€!!

PORTO

Quinta do Noval, Porto Vintage 2019: naso potente, esplosione di confettura di mora e mirtillo, con richiami ai fiori appassiti, anche se dà l’impressione di aver bisogno di tempo per distendersi ulteriormente. Palato foderato da un tannino pervasivo ma non invadente; saporito, largo ma al momento contratto, l’alcool sostiene il sorso senza appesantire, l’acidità è integrata.

Quinta do Crasto, Porto Vintage 2019. Naso intenso ed espressivo di confettura di fragola e mora, anche pepato, semmai in difetto di sfumature; ma la bocca è una seta, intensa, profonda, sapida, in grado di rilanciare allungandosi a dismisura; è talmente facile da bere che sembra più sottile di quanto in realtà non sia.

Poeira, Porto LBV 2016: bel naso (specie vista la categoria) di frutti neri in confettura, con l’aggiunta di pepe e tabacco scuro, oltre ad un poco di caramello e un leggero tono affumicato. Bocca corrispondente, sapida, larga ma anche lunga, foderata da un tannino calibrato e vellutato. L’alcol si sente, ma l’acidità aiuta.

Ramos Pinto, Porto Vintage Quinta di Ervamoira 2020: descriverne i riconoscimenti aromatici sarebbe riduttivo, poiché passano in secondo piano rispetto alla  reale compiutezza, al rilevante allungo fruttato, alla perfetta integrazione dell’alcol. E’ un Porto che si beve come un vino da tavola, senza per questo abdicare alle sue caratteristiche di pienezza.

Poeira, Tons de Douro Branco 2021, Inox (Verdelho, Rabigato, Viosinho, Moscatel de Douro): il Moscatel prevale in un naso piacevole dagli evidenti toni di biancospino; il sorso è agrumato, morbido, largo, persistente anche se non molto articolato. E comunque accattivante, con finale di fiori di limone e scorza di limone candita.

BIANCHI

Ramos Pinto, Douro Branco 2020 (il 15% della massa fermenta in legno e ci rimane fino a 6 mesi): olfatto di media intensità ma ben aperto su toni floreali, di ananas, pesca e pera; bocca dotata di buona spinta acida e allungo; buona la corrispondenza aromatica, un po’ in difetto la profondità: semplice ma piacevole.

Wine and Soul, Douro Branco Vinha do Altar 2021 (Gouveio, Viosinho e Rabigato): nitido, di buona intensità floreale, con pera e pesca in sottofondo; in bocca è avvolgente, di discreta sapidità e acidità adeguata a garantire l’equilibrio. Sufficientemente lungo, leggermente amaricante, difetta un poco di profondità.

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FACCE DA DOURO

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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