Anteprima Gironi Divini 2023: una riflessione sul vino abruzzese

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Una maratona durata cinque giorni, in lungo e largo per l’Abruzzo, alla ricerca dei vini più rappresentativi e coinvolgenti dell’anno. 75 cantine incontrate per un totale di circa 300 vini degustati: giornate intense, in cui critici, buyers e produttori si sono confrontati, hanno ragionato insieme su stili e tendenze, hanno espresso giudizi di merito sulle espressioni vinicole delle quattro province. Come direttore tecnico dell’evento Gironi Divini 2023, mi toccherà ora l’arduo compito di chiudere il cerchio, sintetizzando questa grande mole di assaggi – che completa, in realtà, un lavoro di ricognizione che dura 365 giorni l’anno – in una lista di “finalisti”, che saranno giudicati dal pubblico durante le Finali del 17-18-19 agosto a Tagliacozzo (AQ). In quell’occasione, i migliori 10 vini per ogni tipologia (nelle categorie “Trebbiani”, “Pecorini”, “Bianchi Minori”, “Rosati”, “Rossi Giovani”, “Rossi Maturi”) saranno sottoposti in assaggio alla cieca a una giuria “popolare” composta da 40 persone, che aggiungerà il valore edonistico a quello tecnico uscito fuori in questa anteprima (per partecipare, tutte le info saranno nei prossimi giorni sul sito ufficiale gironidivini.it).

Proviamo comunque a fare una prima sintesi. Sul fronte dei vini bianchi, indipendentemente dal territorio sotto analisi, si fa fatica a riconoscere stili di riferimento ben definiti. Trebbiani, Pecorini, vini da vitigni minori…alcuni ricchi ed opulenti, altri affilati ed acidi, affinati nei contenitori più disparati, secondo tecniche di cantina più o meno interventiste: spesso è più il “manico” del produttore ad emergere, che un’espressione chiara del vitigno o della territorialità. Dopo tanti anni di “oblio” (nomi storici a parte ovviamente), sembra che i viticoltori abruzzesi abbiano ricominciato ad esplorare seriamente le potenzialità del “povero” Trebbiano d’Abruzzo: la sua capacità di dare vini snelli e longevi, di grande beva, più “sussurrati” che urlati, lo rende più attuale che mai. Gli abruzzesi non sono stupidi e lo hanno capito. Per quanto riguarda l’altro grande autoctono bianco, il pecorino continua a crescere in qualità media, ora che tutti in regione lo hanno effettivamente piantato e lo lavorano con maggior consapevolezza; ma dal mare alla montagna le interpretazioni stilistiche sono davvero varie e difficili da classificare.

Passando ai rosati, un tema di discussione prevedibile è stato quello sullo stile e identità del Cerasuolo d’Abruzzo: al di là del valore assoluto dei singoli vini, ad emergere chiaro è stato l’attaccamento dei produttori abruzzesi ad un’interpretazione classica, nel colore e nella “sostanza” gustativa, del loro vino rosato. Si parla tanto di “derive provenzali” in regione, riferendosi a quelle interpretazioni più chiare e scariche, che tanto successo hanno nei mercati internazionali: i numeri di questa ricognizione hanno detto che su oltre 70 Cerasuoli provati, solo 3 o 4 si ispiravano alla Provenza (qualcuno ha parlato di “rosé da piscina”), laddove i restanti erano tutti molto inquadrati nel modello di rosato ricco di colore e sapore, a cui le produzioni classiche abruzzesi ci hanno abituato. Probabilmente, il tema del colore riguarda giocoforza solo chi fa grandi numeri, perché tutti gli altri, i “piccoli”, sembrano non curarsene (e generalmente hanno già esaurito le loro vendite dell’anno!). Volendo trovare un limite, molti rosati sono sembrati troppo “inquadrati”, ovvero molto simili tra loro, in un processo di omologazione verso l’alto che regala comunque bevute divertenti e piacevoli.

Sui rossi, ci sono state molte belle espressioni di gioventù, con Montepulciano d’Abruzzo golosi, schietti, “abbordabili”, che confermano il tentativo di alleggerimento in corso, figlio inevitabile di un cambio di clima e di consumi. Da segnalare alcune etichette artigianali davvero sorprendenti, dalla beva incredibile, che potrebbero essere le avvisaglie di una nuova via del rosso regionale, davvero intrigante. La plasticità e versatilità del vitigno si presta a queste interpretazioni e staremo a vedere se resteranno solo tentativi isolati. Certo, le emozioni vere si confermano con le grandi riserve da invecchiamento, dove il grande rosso abruzzese mostra le sue indiscutibili doti di evoluzione e longevità. L’impressione è che a soffrire di più siano oggi quelle interpretazioni di “mezzo”, ancora ancorate a un modello di Montepulciano che non ha la leggiadria delle versioni giovani, ma nemmeno il tempo (spesso dettato dal mercato) per tirar fuori quel carattere e quelle evoluzioni che possono renderlo eccellente. Vini un po’ “statici” e ingessati, insomma, con durezze e tenori alcolici che mal si sposano con le tendenze di bevuta attuali.

Per chiudere con un accenno alle sottozone esaminate più da vicino, si conferma la vocazione di Casauria come terra di grandi vini rossi, potenti e longevi. Una continuità qualitativa che si è riscontrata anche nell’adiacente sottozona dei Vestini, specie per la parte più interna della provincia pescarese, che è naturale prosecuzione del medesimo territorio. I vini delle due sottozone sono apparsi molto simili fra loro, anche per interpretazione stilistica. Un “grip” diverso e una piacevolezza complessiva più uniforme, si sono riscontrati invece nelle Colline Teramane, che stanno probabilmente mettendo a frutto i 20 anni di esperienza della loro Docg (e i tanti stimoli e critiche ricevuti): il piacevole equilibrio dei rosati e la freschezza di alcune versioni giovanili di rosso hanno fatto la differenza, laddove sulle grandi riserve da invecchiamento Casauria e Vestini riescono invece facilmente a colmare il divario. Dalle montagne interne aquilane e dalla Valle Peligna, come sempre, sono emerse delle chicche di assoluto valore, figlie di un territorio fantastico, che ha l’unica pecca di produrre pochissimi vini: terre di rosati fantastici e di vini, sia bianchi che rossi, di grande carattere e territorialità. La più difficile da inquadrare resta ovviamente la provincia di Chieti, con tante megaproduzioni di massa, ma anche con tentativi coraggiosi di sfuggire all’omologazione dei grandi numeri. Alcune cooperative stanno facendo comunque un lavoro molto interessante, magari attingendo all’enorme patrimonio viticolo dei loro soci per portare sul mercato delle selezioni eccellenti sotto tutti i punti di vista.

Alcune cose molto intriganti sono infine emerse da piccolissimi produttori artigianali, rappresentanti di un movimento “underground” davvero molto vivace, che senza la preoccupazione di dover omologarsi ad alcuna tipologia di sorta, hanno realizzato bottiglie divertenti, fresche e di grande coinvolgimento. Monovitigni o blend originali, autoctoni o vitigni stranieri, talvolta imprevedibili, fermentazioni spontanee, macerazioni più o meno lunghe…difficile condensare in poche righe il fermento di queste giovani produzioni, capaci di tirar fuori vini sorprendenti, ma anche versioni “scapigliate” che finiscono per apparire banali, strizzando l’occhio più ad un fenomeno di marketing che a un vero progetto vitivinicolo. La fantasia, di certo

Franco Santini

Franco Santini (santini@acquabuona.it), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!

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