Vini di Abbazia: a Fossanova nel Lazio degustazioni a braccetto con la storia

0
1055

 

I monaci sono stati fino al XVIII secolo i “padri della vigna”. Furono loro a proteggere i vigneti dalle distruzioni barbariche del Medioevo, ad avviare i primi studi ampelografici, la selezioni dei cloni, e a trasmettere, grazie alla conoscenza della parola scritta, il sapere accumulato nei secoli sulle forme di coltivazione e vinificazione. Il lavoro sul vino era considerato così prezioso da nominare un “praepositus“, cioè un monaco in alto grado, “preposto” ufficialmente dell’incarico della cura della vigna. Cistercensi e Benedettini sono stati, nei secoli, gli ordini più conosciuti ed attivi: per loro, il vino fu elemento remunerativo sia per lo spirito che per il corpo.

Se vi capita di fare un salto nel Lazio del sud, una tappa fortemente raccomandata è nel comune laziale di Priverno, in provincia di Latina, dove si trova il più antico esempio d’arte gotico-cistercense in Italia: l’Abbazia di Fossanova. Un complesso monumentale, un luogo senza tempo di bellezza straordinaria, circondato da un borgo fatto di stradine, ciottoli, piccoli negozietti artigianali, che regalano un’atmosfera speciale agli abitanti e turisti. I monaci cistercensi che la fondarono nel 1208 provenivano dal monastero di Citeaux in Francia: un luogo mitologico per gli amanti del vino, perché lì nacque il blasonato vino di Borgogna. Da questo legame, nasce l’idea di ospitare a Fossanova una manifestazione che racconti il contributo dei religiosi alla storia del vino.

“Vini d’Abbazia” è giunta alla seconda edizione quest’anno ed ha visto la partecipazione di oltre 30 cantine da tutta Italia, la cui produzione vinicola è in qualche modo legata al mondo e alla cultura monastica. L’edizione 2023, tenutasi ad inizio giugno, ha visto la partecipazione anche di alcune importanti abbazie francesi legate all’Associazione Les Vins D’Abbayes, che svolge una analoga manifestazione a Parigi. All’interno del suggestivo chiostro, sono stati posizionati i banchi di assaggio, dove appassionati e curiosi hanno potuto degustare decine di etichette, interamente realizzate all’interno di abbazie e monasteri ancora attivi, oppure legate storicamente a questi luoghi di preghiera e lavoro. Ad arricchire il programma, alcune interessanti degustazioni guidate, che hanno permesso ai più curiosi di approfondire la conoscenza con i vini proposti, in un contesto di bellezza straordinaria.

Di “Vini di Abbazia” ho apprezzato innanzi tutto l’idea. Ricordare (anche attraverso convegni di illustri relatori, uno su tutti, Carlin Petrini di Slow Food) il ruolo che le abbazie hanno avuto non solo nella produzione del vino, ma anche nella preservazione di vitigni che altrimenti sarebbero andati perduti, è cosa intelligente e che che può far presa su un vasto pubblico. Farlo, poi, in un luogo ricco di storia e di fascino, contribuisce a dare quel tocco di magia che fa la differenza: l’Abbazia di Fossanova, con le sue sale interne ed il chiostro, regalano un’atmosfera unica, in cui si è più disposti a perdonare anche qualche “incertezza” stilistica di alcuni vini proposti.

A tal proposito, le etichette eccellenti comunque non sono mancate. Penso, tanto per fare un nome che non ha bisogno di pubblicità, ai bianchi rigorosi e cristallini dell’Abbazia di Novacella, in Alto Adige: un luogo in cui si produce vino dal 1142, da vigneti in altura compresi tra i 600 e i 900 metri sul livello del mare, in una cantina dotata oggi delle più moderne tecnologie. Vini bianchi tipici della Valle Isarco, come il Sylvaner, il Müller Thurgau, il Kerner, il Gewürztraminer, che colpiscono per il loro inconfondibile ventaglio aromatico e per la grande sapidità minerale. Oppure, sempre per citare un nome stranoto, all’Abbazia di Rosazzo di Livio Felluga, un elegante e profondo vino bianco friulano a base di uve malvasia, pinot bianco, sauvignon, ribolla e friulano, finissimo interprete del suo territorio: elegante e complesso, pluripremiato dalla critica, capace di rivaleggiare con i migliori bianchi internazionali.
Ma non c’erano solo nomi blasonati. Ho scoperto, ad esempio, che a Vitorchiano, nell’alto Lazio, esiste un monastero di monache Trappiste (una variante più “rigorosa” dell’Ordine Cistercense) composto da una settantina di donne, di tutte le età e provenienze, che, tra preghiere e rituali, hanno deciso di dedicarsi anche alla produzione di vini sinceri e piacevolmente rustici, ottenuti dalle uve tipiche di quel territorio. Oppure che nella Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, sulle colline senesi, i monaci benedettini distribuiscono il loro tempo tra opus dei, lectio divina e lavoro manuale: applicano un processo produttivo di agricoltura integrata, a basso impatto ambientale, coltivando cereali, legumi, tartufi e, ovviamente, vino. La cantina storica risale al 1300, ed era punto di raccolta non solo delle uve abbaziali, ma anche di quelle prodotte dai contadini della zona. Oggi, la gamma dei vini nasce sia da autoctoni toscani che da vitigni internazionali, e sono acquistabili online…perché anche le abbazie sanno essere al passo coi tempi!

Insomma, “Vini di Abbazia” mi è sembrato davvero un evento interessante. L’invito sincero è di fare un salto dalle parti di Fossanova il prossimo anno, per degustare tante etichette originali e godere dell’atmosfera unica che quel luogo sa regalare. Magari approfittando per fare un giro in zona, lungo l’itinerario della “Strada del Vino della Provincia di Latina”. Istituita da pochi anni, è la più lunga d’Italia nel suo genere: parte dai Monti Lepini e si snoda lungo un itinerario ricco di esperienze enologiche, specialità gastronomiche ed un’infinita offerta turistica. La città di Cori, da sempre caratterizzata dalla presenza di storiche cantine, è il punto di partenza per conoscere il territorio pontino. L’itinerario prosegue ad ovest, attraversando Cisterna di Latina, patria indiscussa dei kiwi, fino ad arrivare a due delle principali città del territorio laziale, Aprilia ed il capoluogo di provincia, Latina, famosa per la carne di bufala. Più a sud e dirigendoci verso il mare, le altre tappe di questa Strada offrono un clima mite ed apprezzato, con le note località marittime di Sabaudia – che vanta un’interessante produzione laziale di mozzarella di bufala – e San Felice Circeo, col suo selvaggio promontorio e le frequentatissime calette, fino ad arrivare nella città d’arte di Terracina e finire con shopping e passeggiata tra i vicoli dell’affascinante Sperlonga. Cosa bere? Il nero buono ed il bellone sono due riferimenti: vini da antichi vitigni autoctoni, su cui i produttori locali hanno scommesso e che rappresentano una parte di Lazio nascosto che pochi conoscono. Una chicca divertente è il moscato di terracina, vino di grande aromaticità e piacevolezza. Non mancano, infine, vini da vitigni internazionali, che in quelle pianure fertili hanno trovato un buon acclimatamento.

Franco Santini

Franco Santini (santini@acquabuona.it), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here