Risolto il mistero del nebbiolo?

Di • 3 nov 2011 • Rubrica: Attualità e idee 6 commenti
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Nebbiolo Grapes: un bellissimo evento per la conoscenza del nebbiolo non solo italiano. Tuttavia, al di là della bontà del re dei vini, l’evento di Stresa è stato per me una folgorazione intrisa di storia, cultura, geologia e molto altro ancora. Forse la soluzione di un problema finora insoluto.

La storia ha inizio con il primo intervento del Convegno che precede la sontuosa manifestazione. La professoressa Anna Schneider del CNR di Torino illustra la dislocazione delle aree di produzione del vitigno nebbiolo a ridosso delle Alpi. Analizza le varie sottospecie e le caratteristiche salienti. Cita inoltre i primi documenti storici che al nebbiolo fanno riferimento, alcuni risalenti al tredicesimo secolo. Fin qui tutto molto istruttivo e stimolante. Poi, però, passa al confronto tra le diverse varietà del vitigno e la vite selvatica autoctona che ancora cresce in alcune località dell’alto Piemonte. Niente da fare: nessuna somiglianza. Il nebbiolo non è uva autoctona.

Accidenti: un colpo per me. Passo la sera a pensare e mi stupisco non poco che un Paese in cui il nebbiolo raggiunge vertici superbi, inavvicinabili per qualsiasi altra zona del Globo, non sia la sua ovvia Patria. Perché, inoltre, non se ne parla prima del 1200? Possibile che questo vitigno così meraviglioso in terra italica non abbia lasciato segni nella cultura e nella storia precedente. Possibile che i romani e ancor prima i Celti (grandi amanti del vino e abitatori delle zone pedemontane alpine) non lo conoscessero? Mi sembra ben difficile che il suo arrivo sia datato poco prima del 1200, periodo di scarso interesse vinicolo (era appena finito l’incubo del Mille).

Non devo tardare molto per avere risposte ai miei dubbi. Il primo assaggio del giorno dopo è illuminante per due ragioni. Innanzitutto per l’eleganza sfumata e succosa degli splendidi ghemme degli Antichi Vigneti di Cantalupo, vero baluardo storico e qualitativo della denominazione, e, poi, per la straordinaria simpatia e conoscenza storica di Alberto Arlunno, il “condottiero” dell’Azienda. Ci mettiamo a chiacchierare e mi viene del tutto ovvio esprimere i dubbi del giorno prima. Un sorriso di Alberto e gran parte delle risposte scorrono semplici e veloci. Mi ricorda la prima testimonianza del ghemme, risalente a una iscrizione romana sulla lapide di Vibia Earina, liberta di Vibio Crispo, senatore romano ai tempi di Tiberio, che è la prova archeologica della coltivazione della vite fin dai tempi dei Romani. Essi possedevano in queste terre delle vere e proprie vigne modello che coltivavano seguendo regole stabilite in tutte le fasi di produzione, dall’impianto delle viti alla vinificazione. La località, quella appunto che oggi conosciamo, era chiamata pagus Agamium, da cui il nome Ghemme.

Mi cita Plinio il Vecchio e tutto diventa chiaro. Basta leggere alcuni brani della sua Naturalis Historia. Egli la definisce come vite “che sopporta il calore e matura alle piogge d’autunno” e ancora “che si nutre di nebbia”. Non solo Plinio però: anche lo storico Columella nel I sec. d.C., nel De Re Rustica, descrive “i grappoli di uva nera che danno vino da località fredde”.

Non nebbiolo, ma “spinea” o “spionia” andava ricercata nella storia più antica per risalire all’origine del grande vitigno. Spanna è il nome della varietà di nebbiolo che cresce nell’Alto Piemonte e il suo legame con spinea o spionia è intuitivo. Poi il discorso si allarga all’etimologia del nome e al suo possibile collegamento con “prunus spinosa”, il pruno selvatico, i cui frutti, come la spanna, presentano in superficie quella nebbiolina (pruina) di cui le susine sembrano nutrirsi. Ed è facile finire alla varietà ossolana del nebbiolo, il prunent, da pruno, ovviamente. Il suo forte sapore montano, tannico, allappante ben si associa alle sensazioni della prugna selvatica.

E’ stato bello parlare con Alberto. Bello e istruttivo. Mi dispiace quasi proseguire con la degustazione degli altri vini che mi attendono. La giornata passa piacevolmente regalandomi sensazioni ed emozioni sempre diverse e coinvolgenti: il nebbiolo o spanna o spinea o spionia che sia, è sempre il “numero uno”.

A sera torno in albergo e chissà perché (anzi lo so benissimo) mi metto al PC e cerco notizie sugli scambi commerciali tra gli Etruschi e i Celti. Alberto, con un sorriso, mi aveva quasi sussurrato il nome di un’antica città etrusca prima che ci lasciassimo: “Spina”. Quasi un suggerimento, uno spunto da approfondire. Sapevo già che i Celti si erano stabiliti nelle zone pedemontane dell’Italia del Nord e che era una popolazione che amava profondamente il vino. E gli etruschi conoscevano perfettamente l’arte di produrlo… Trovo varie informazioni. Sono emozionato come un bambino davanti a un giocattolo nuovo. L’indomani torno da Alberto e gli riferisco quello che ho trovato. Si riprende a chiacchierare tra fantasia e realtà.

Con l’inizio dell’età del Ferro, e in particolare dopo l’VIII secolo a.C., un clima più asciutto, un progressivo consistente miglioramento della temperatura nelle stagioni intermedie e l’attenuazione del freddo nella stagione invernale, agevolarono la diffusione della viticoltura anche in Italia settentrionale (è sempre utile sapere la storia del pianeta “Terra”). Il miglioramento delle tecniche di coltivazione e l’introduzione di vitigni non locali verso nord è concordemente assegnato, sia da fonti storiche che da dati archeologici, agli Etruschi. Essi esportarono verso l’Europa centro-settentrionale i loro prodotti artigianali e agricoli (il vino in particolare). In questo modo i Celti cominciarono ad apprezzarlo e, a seguito di una fase migratoria, scesero in Italia, occupando inizialmente le propaggini delle Alpi. All’inizio, prima dell’invasione, le relazioni tra Etruschi e Celti restarono buone, costanti e proficue. I Celti iniziarono -o continuarono- la produzione locale del vino, sicuramente già portato in quelle zone dagli Etruschi.

Uno dei centri etruschi più importanti per lo smistamento dei prodotti che venivano dall’Oriente era proprio la grande città vicina alla foce del Po: Spina. Lì probabilmente era arrivata quella vite che amava i climi caldi d’estate e quelli freddi d’inverno e che maturava perfettamente con la nebbia d’autunno. E da lì era partita, magari lungo il grande fiume navigabile, verso le zone prealpine, dove le condizioni climatiche erano perfette per la sua diffusione e dove -soprattutto- non mancava la nebbia, lodata da Plinio. Forse perfino superiori a quelle della terra di origine.

Il nebbiolo o spinea o spionia, originatisi probabilmente nel Caucaso, come molti altri vitigni, era giunto finalmente alla sua vera casa. Non sappiamo se laggiù, dov’era nata, vi era la “nostra” nebbia, ma fatemi credere che così non fosse. Alberto ed io ci troviamo a pensare che forse il nebbiolo è più sensibile al clima che non al terreno. Lo troviamo sulle sabbie marine indurite, sulle rocce sgretolate delle morene, sul granito quasi compatto dei dirupi. In tutti i casi però è circondato da alte montagne, in vista della pianura e -soprattutto- “nutrito dalla nebbia”. Il suolo gioca invece sulle sfumature aromatiche, sulla trama tannica, sulla distribuzione polifenolica. Un capolavoro sempre e comunque, con cui la Natura si è divertita, donandogli caratteristiche sempre diverse, anche a distanza di pochi metri.

Spina e spinea: il passo è breve. Non sappiamo se è nato prima l’uovo o la gallina, ossia se è Spina ad aver dato il nome alla Spanna o (meno probabilmente) il viceversa. Sappiamo soltanto che ci siamo divertiti a pensare, a godere della storia del vino, forse anche a scoprire la verità. Spesso la fantasia aiuta la logica e la realtà.

Questo è il vino, cari amici! Non le solite violette appassite e i sempre più stantii e ripetitivi piccoli frutti rossi…

Antichi Vigneti di Cantalupo

Via M. Buonarroti, 5
28074 Ghemme (NO)
Tel. 0163/840041
Email: info@cantalupo.net
www.cantalupo.net/ita/main.htm

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6 commenti »

  1. Grazie enzo per i tuoi preziosi spunti.
    Un caro saluto

  2. Grazier a te Roberto! Finalmente ce l’abbiamo fatta e spero proprio che sia solo l’inizio. Comunque sono bastati solo pochi minuti per capire quella certa persona… Tu sei simpaticissimo, ovviamente!!!! E quindi…. Mi capisci, vero?

  3. Bell’articolo. Peccato che è sia impossibile stabilire con certezza se un vitigno moderno derivi da un vitigno antico.
    Se può essere utile legga qui.
    Elai O.P.
    elai.culturadelvino@libero.it

    Sofismi vinosi
    Lettera aperta del 25 marzo 2010

    Apprendiamo che una famosa azienda vinicola siciliana, in collaborazione con importanti studiosi del vino, sta tentando il recupero di un’uva che deriverebbe dal Mamertino, uva la cui presenza nel periodo romano nell’isola è testimoniata da numerose fonti storiche e dal ritrovamento di alcuni vinaccioli fossili.

    Unire la produzione enologica del nostro paese a testimonianze storiche e archeologiche è lodevole, per carità, ma sarebbe ora di smetterla di lanciarsi in ipotesi di consonanza di uve e vitigni antichi con quelli moderni, perché è un’operazione che rischia di ridursi a puro sofismo culturale nel tentativo di dimostrare l’indimostrabile a soli scopi commerciali. Hanno già pronto lo slogan associando il Mamertino a Giulio Cesare!

    Ciò che si può dire con certezza è che il vino che beviamo da fine ‘800 fino ai giorni nostri, cioè da quando esiste una base scientifica di enologia, è molto diverso da quello che si beveva un tempo; oggi il vino è con netta prevalenza secco, un tempo si preferivano i vini dolci e per molto tempo il vino non veniva consumato puro ma allungato con acqua o altro. In antico probabilmente i primi vini erano dolci perché, nelle condizioni igieniche e inconsapevoli nelle quali si operava, non si riusciva a trasformare in alcool tutto lo zucchero dell’uva.

    Dichiarare l’identità di vini e/o vitigni prodotti e coltivati ai giorni nostri con quelli dell’antichità, non regge né da un punto di vista archeologico, né da un punto di vista ampelografico. Come può confermare qualunque archeologo serio l’unica cosa che possono testimoniare i vinaccioli fossili rinvenuti in diversi luoghi è solo che lì si coltivava la vite senza nemmeno la possibilità di distinzione tra vite selvatica e domestica. Da un punto di vista ampelografico è molto difficile sapere se un uva antica possa corrispondere a quella attuale situata in un certo luogo (es.: se il Falerno sia l’Aglianico in Campania, se l’uva Retica sia la Corvina della Valpolicella, se il Pucinum sia il Refosco friulano) dati i profondi cambiamenti avvenuti nei secoli dove, almeno in tre occasioni, la superficie vitata dell’Europa è stata quasi completamente decimata e poi reimpiantata; la prima da parte delle orde barbariche alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la seconda dalla piccola glaciazione che vide il suo apice nei primi anni del 1700, la terza a fine 1800 ad opera di filossera, peronospora e oidio.

    Alla luce di quanto detto teniamoci l’incontestabile ed enorme patrimonio di testimonianze che indicano il vino come prodotto storicamente legato alle tradizioni e alla civiltà del nostro paese; è un tesoro inestimabile che non ha bisogno di bugie perché ne venga riconosciuta l’importanza.

  4. caro Elai,
    la studiosa del CNR parlava di confronto tra DNA e sembrava perfettamente sicura sul fatto che non potevano esserci relazioni. So che per altre situazioni questo tipo di analisi ha avuto ragione… Attenzione a non confondere l’evoluzione di un qualcosa con le caratteristiche più profonde e inamovibili, come appunto il DNA… E nemmeno c’entra assolutamente il come si fa un vino. Qui si parla di vitigno…
    In ogni modo, qui non si parla di bugie, ma di fantasie dettate dall’amore per il vino. Il nebbiolo non ha certo bisogno di questo. Peccato, non penso abbia capito la vera essenza dell’articolo, mix di storia, cultura, amicizia, fantasia e realtà… E una buona dose della vecchia e quasi del tutto dimenticata ironia…

  5. Ciao Enzo..grazie per avermi fatto rivivere l’atmosfera e le suggestioni dei giorni scorsi a Stresa…Tu hai veramente colto ormai l’ESSENZA del VINO…hai provato più volte a “raccontare” (mai a “spiegare”..) le profonde emozioni e il fascino che ci può regalare “il vino”….
    ……peccato per chi ancora non riesce a cogliere tale sublime frutto..
    Danilo

  6. grazie Danilo,
    comunque mai disperare… basta uno ogni cento ed è già un successo!

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