Castello di Neive e i suoi Barbaresco. La costruzione di un amore

Di • 18 Gen 2017 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
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santo-stefano-al-tramontoIl vigneto Santo Stefano ti presenta il conto già al solo affacciarsi dal balcone dei Gallina, aprendosi alla vista nella contundente interezza di un morbido abbraccio collinare. Non lo copri con uno sguardo solo, chiede più sguardi, e il suo profilo ha l’ardire di condensare in sé maestosità e rispetto. Nella luce limpida e radente di un tramonto dicembrino poi, è proprio un bel vedere: al suo interno le viti di nebbiolo, naturalmente, quelle che maggiormente ne vanno celebrando la nomea, ma anche i ceppi di barbera. Nel fondovalle il noccioleto, che alimenta una delle produzioni più sublimi della zona. Il vigneto Santo Stefano è pura essenza di Langa, ecco cos’è. La sua presenza ti è di conforto.

santo-stefano_etiIl Barbaresco Santo Stefano (da qualche vendemmia Albesani Santo Stefano) è il vino che proviene da lì. Non vi è alcun dubbio, oggi, di quale Barbaresco Santo Stefano stiamo parlando, dal momento in cui Bruno Giacosa non si serve più di quelle uve. Stiamo parlando del Castello di Neive, proprietario en monopòle di questo vigneto da oltre cinquant’anni. In realtà, di Santo Stefano, ne contiamo due: Barbaresco annata e Riserva. Ecco, i Barbaresco Santo Stefano, annata e Riserva, sono pura essenza di Langa. La loro compagnia un privilegio.

cantina-del-castello_scorciE pensare che a Giacomo Stupino, fresco fresco di acquisizione dello storico Castello di Neive – correva l’anno 1964-, quando decise di acquistare la Cascina Santo Stefano furono in tanti a suggerirgli di lasciar perdere e di propendere invece per la Cascina Nuova dei Gallina, pur’essa in vendita, dal momento in cui Gallina veniva considerato il cru più reputato dell’intero distretto neivese. Ora, sarà perché il geometra Giacomo conosceva il suo territorio palmo a palmo per questioni, se non altro, professionali, però ritengo che non ci sia stato soltanto “l’occhio del geometra” alla base di una scelta apparentemente bizzarra quale quella di acquistare un pezzo di collina con una vegetazione in gerbido e piena di rovi anziché il (già) mitizzato Gallina. C’erano sicuramente altre considerazioni, più intime, più motivate, che solo l’innata umiltà della famiglia Stupino è riuscita a non tramutarle in vanto. Sia come sia, la scelta si rivelò quanto mai provvidenziale per il futuro di questa realtà. I vecchi, d’altronde, lo sapevano bene che quel fronte collinare, esposto a sud sud-ovest, era quello in cui per primo si scioglieva la neve. Frutto di un reimpianto oculato, effettuato sul campo a partire da viti selvatiche, il Santo Stefano di Neive che conosciamo oggi è uno dei monopòle più carismatici di Langa, dai cui declivi pendenti prendono vita Barbaresco dalla grande “capacità di racconto” e una Barbera che parla il linguaggio dell’autenticità.

barbaresco_bottiglieSì perché, gira che ti rigira, non c’è niente da fare, quando mi capita di assaggiare il Barbaresco Santo Stefano (annata o Riserva fate voi) ho come un sussulto che mi trapassa da dentro a fuori, o viceversa. Troppo evidenti infatti la nobiltà e lo spessore del Nebbiolo d’autore. Che ai profumi già ti confonde in un gioco di rimandi speziati, silvestri, balsamici e floreali a cui difficilmente sai opporre resistenza, per poi colpirti dritto al cuore grazie al portamento, al passo signorile e a quella aulica classicità apparentabili a lui e a lui soltanto. Una nobiltà d’animo e una dimensione strutturale sicuramente paragonabili a quelle dei migliori cru di Barolo, con un controcanto profondo e “baritonale”, nella stratificata dotazione tannica, che da un lato è lì a fissarne il tono di voce, dall’altro a lasciarne chiaramente lampeggiare l’invidiabile potenziale di longevità, assieme a un cuore di marna blu.

Sono quelle che sembrano qualità innate. E a ben vedere non vi è esempio più calzante, in Langa, di corrispondenza euritmica vino-terroir. Se non che, queste invidiabili doti non possono far altro che richiamarci al dovere di fare nomi e cognomi, dal momento in cui il fattore umano, checchennedicano gli astrologi, ha la sua bella fetta di responsabilità (e di onori).

italo-stupino_1E così Italo Stupino, figlio di Giacomo, assieme al fratello proprietario del Castello di Neive, lo innalzo senza tentennamenti ad autentico personaggio di Langa. Lo spirito d’osservazione, la tenacia e la perseveranza nell’immaginare applicati al vino dei sani quanto plasmabili princìpi materialisti, mutuati probabilmente dal pregresso tecnico-scientifico della sua formazione professionale, non ne scalfiscono di certo il lato caratteriale suo più evidente, che lo proietta di diritto fra gli uomini del vino più simpatici dell’orbe terraqueo, a cui non appartengono prosopopea e alterigia. L’indole conviviale, l’umiltà, la generosità d’animo e la naturale predisposizione all’ascolto e alla condivisione disegnano i contorni di una personalità sensibile e curiosa, di forte temperamento giovanile nonostante le sue primavere. Delizioso compagno della tavola, difficile fare a meno di lui nelle occasioni ludiche e pagane di un convivio ben motivato!

claudio-roggeroPoi c’è Claudio Roggero, l’enologo interno e l’attuale direttore tecnico dell’ambaradan. Nato e cresciuto professionalmente lì, quei vini sono figli suoi e della sua sensibilità interpretativa. Sì, d’accordo, la proprietà si avvale di preziose competenze esterne, soprattutto per la parte agronomica, ma Claudio quei vini li vive ogni giorno, li accudisce e li governa. Non possono non essere che i suoi. La sincera attitudine per la cura del particolare, così come una innata tensione sperimentale mai banalizzata da scelte scontate, si saldano con il carattere bonario e la curiosità intellettuale, concretizzando una speciale commistione di professionalità e gentilezza che trova pochi paragoni. Ad Italo Stupino lo lega ovviamente il lavoro, ma senti che c’è di più: un senso di profondo rispetto. Oltre che una altrettanto travolgente predisposizione ad onorare senza indugi la tavola imbandita!

italo-e-claudio-al-basarinA quel vigneto e a quegli estri restano appesi il privilegio e la distinzione. Fors’anche, chissà, per via di una storia importante ed evocativa che ha legato il nome del Castello alle prime sperimentazioni volte all’ottenimento di Nebbiolo secchi. Fu grazie alle intuizioni di un certo Louis Oudart, celebre (ma anche scaltro) enologo e commerciante d’Oltralpe che nella seconda metà dell’Ottocento elaborò proprio qui, nelle antiche cantine del castello, il vino denominato “Neive”, nebbiolo in purezza tirato a secco, che tanto scalpore destò visto che la storia aveva sancito fino ad allora, per il vitigno nebbiolo, solo e soltanto versioni dolci. Era l’inizio del futuro.

basarin_1E a proposito di futuro, va dato atto che non di solo Santo Stefano si alimenta la proposta “alta” della casa. Il Barbaresco “annata” è la quintessenza del Nebbiolo di sponda neivese. I contributi dei vari vigneti concorrenti non ne sminuiscono il portato di eleganza, fragranza e tipicità, stimolate qui da uno sviluppo più agile e spigliato, anche se meno profondo, rispetto al Santo Stefano. Mentre il Barbaresco Gallina, a cui la proprietà è approdata da qualche vendemmia in qua, si muove su trame delicate e su un disegno stilizzato ma prodigo di sottigliezze, teso ad esaltare il lato più tenero e struggente del celebrato cru.

Contributi fotografici, nell’ordine: il vigneto Santo Stefano al tramonto di dicembre; etichetta Barbaresco; scorcio delle cantine del Castello di Neive; bottiglie di Barbaresco; Italo Stupino; Claudio Roggero; Italo e Claudio al Basarin; un costone del vigneto Basarin

 

 

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