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Paneretta e il ’78

Quell’anno lì, l’anno dell’etichetta, al liceo mio c’era l’autogestione. Un corso verteva sulle nuove frontiere della matematica, pensa te. In massa ci dirottammo su quello di musica.

Lì non c’erano pifferi da suonare né solfeggi da imparare. Gli “insegnanti” indirizzarono prepotentemente le lezioni sulla forza catartica dell’hard rock, e l’aula divenne ben presto una discoteca elettrica intasata dai watt. A me piaceva la west coast, e avevo scoperto alla radio che esisteva una musica chiamata blues. Ero tagliato fuori. Era come se amassi guardare al passato, e non stava.

Da quell’anno lì non avrei più seguito con l’assiduità di un tempo mio padre e mia madre nelle loro gite chiantigiane domenicali.
Gli preferii la chitarra, nei cui avviluppi letteralmente sprofondai. La casa tutta per me, ore e ore a ferirmi i polpastrelli su corde sempre troppo dure. D’altronde padroneggiavo già bene “The needle and the damage done“, in certi ambienti un autentico lasciapassare per ottenere considerazione e rispetto, ed io quelli cercavo.

Mio padre invece girava il Chianti per amore. Il paesaggio lo rincuorava. I vini anche. Questo cercava lui.
Riesumo oggi una delle sue prede del tempo: Paneretta Chianti Classico 1978.
La sua compagnia mi rincuora. I ricordi anche. Questo cerco io.

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