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I vini del mese e le libere parole. Ottobre 2020

Dal Carso al lago di Garda, dal Chianti al monte Amiata, su su fino ai colli tortonesi e alle Langhe. Per respirare. Ottobre d’altronde ha incrinato speranze, restituendoci un bello schiaffo in faccia. Ottobre ci ha decisamente svegliati.

Le occasioni di convivialità, in tempi di (corona)virus nuovamente galoppante, tendono e tenderanno giocoforza a diradarsi. Possiamo cercare di resistere, quello sì, contro gli obblighi delle ristrettezze, delle clausure e delle stanze quotidiane. Resistere è un dovere.

E, proprio per questo, mai come adesso che è autunno -nei calendari e negli accadimenti- abbiamo bisogno di libere parole. Mai come adesso conta il parlarci.

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Carso Vitovska 2016 – Skerk

Sarà solo un caso se gli approdi più felici nell’ambito della genìa dei bianchi “macerati” li ho incontrati nel Carso triestino? E’ una impressione solo mia oppure c’è una ragione di ordine superiore in grado di traghettarli sulle rotte della compiutezza, quelle che non sacrificano niente sull’altare del metodo, disegnando confini nuovi a nuove possibilità?

Prendi la Vitovska, per esempio, che è Carso fin nel midollo. Di lei ho amato pressoché tutte le declinazioni sul tema, persino certe radicali trasposizioni dei fratelli Vodopivec, il cui carattere esplosivo a volte mi è parso in grado di poter bypassare le maglie strette della densità, delle bucciosità e del tannino, per svelare nuovi orizzonti.

O l’eleganza austera e finanche sorvegliata dello stile Edi Kante, anima inquieta e battitore libero alla costante ricerca del limite.

O il sapore puro innervato di mare nelle versioni intonate di Beniamino Zidarich, vignaiolo col cuore.

O l’appagante amalgama di frutto e sapidità nelle Vitosvska prodotte dal giovane Matej Skerlj.

Oppure lei, la Vitovska di Sandi Skerk, le cui peculiarità si misurano nella freschezza e nello straordinario calibro della macerazione, nell’accecante nitore che illumina a giorno tutte le sfumature del mondo; lì dove la matrice territoriale – potente, leggibile, chiara – si esalta in una vivace punteggiatura aromatica e in un sorso che restituisce agilità e sapore, senza alcun cliché a tarparne la trama.

Come in questo 2016, nel quale il succo e la spontaneità ne sentenziano l’originalità. Che è poi anche archetipo di territorio.

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San Martino della Battaglia 2001 – Citari 2

Lo ammetto, è stato il profondo repulisti di una cantina colpevolmente ancora troppo affollata che mi ha condotto alla riesumazione di questa bottiglia qua. Non altro. Appena emersa agli occhi, l’ho ricambiata con lo sguardo della commiserazione. Cazzarola, persino un San Martino della Battaglia DOC conservavo! E per farne cosa, poi?

Facendo mente locale, mi sono ricordato di alcuni dettagli: di quando il produttore, perfetto sconosciuto, me lo aveva donato una sera di tanti anni fa (duemiladue? duemilatre?) nel corso di un press tour organizzato in Valtènesi, su quella corolla di colline moreniche che fiancheggiano le sponde meridionali del lago di Garda, fra Desenzano e Peschiera, in cui mi sono pure divertito.

Ne rammento il volto, e la premura gentile. E ricordo pure che erano in due, padre e figlio. Si muovevano assieme, si proponevano assieme. Come in un tandem. E ho anche pensato che il nome dell’azienda, Citari 2, volesse sottintendere proprio quello.

Certo i nomi…. San Martino della Battaglia non evoca di sicuro un distretto vitivinicolo, casomai il Risorgimento. Ti proietta all’unità d’Italia, e alle battaglie campali che videro quel territorio a protagonista. E’ un nome che guarda al passato. Ma è dove tutto ha avuto inizio.

A margine, è ancor oggi – forse – la più piccola Doc italiana, pensa te, che nelle elaborazioni in bianco ha alla base il tocai, aripensa te!

Citari 2 invece possiede la freddezza didascalica di un indirizzo. Un nome asessuato, algido, tuttalpiù concreto.

Ora, il San Martino della Battaglia 2001 di Citari 2 è probabilmente il più bel bianco assaggiato quest’anno. Finissimo, vivo, struggente. La meraviglia non ha parole. Come un grande Borgogna ma più fluido e affusolato. Di grano, fiori bianchi, mentuccia, mandorla, nobile fumé. Perfettamente accordato, adeguatamente teso, riflessivo, appagante.

I casi sono due: o sono irrimediabilmente “andato” oppure il vino non smette di sorprendermi fino all’innamoramento, e va bene così. Propendo per ambedue le cose.

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Barbera d’Alba 2015 – Bartolo Mascarello

Nessun tratto vistoso nei dintorni, casomai la misura leggera di un acquerello. Con la dolcezza del frutto di barbera che avanza e si ritrae come una marea gentile, che non forza gli argini ma li rispetta.

E’ la sobrietà, ecco, la proverbiale sobrietà “mascarelliana”, che cerca nell’essenziale la sua ragion d’essere, e lì la trova.

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Chianti Classico 2013 – Castell’in Villa

E’ fortemente raccomandato di starsene con i propri cari“. Parola di DPCM.

E io oggi l’ho preso alla lettera

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Montecucco Rosso Sacromonte 2006 – Castello di Potentino

Se ogni luogo emana una sua energia, Potentino è come un enorme magnete che risucchia tutto al punto da non uscirne più. Mi manca, Potentino. La prima volta che lo vidi mi chiesi come facesse ad esistere un posto così, in mezzo al niente e al centro di tutto. Era “come se dopo tanto amore vi fosse ancora cielo”, per dire.

Luogo ideale per raccogliere i pensieri e caricarsi di nuove energie, di Potentino mi sono sempre piaciute l’atmosfera, i vini e le persone. Lascia stare che ti troverai di fronte a una evidenza architettonica “maravigliosa”, già castello nell’anno Mille; lascia stare che potrai farvi la conoscenza di una straordinaria castellana, oliandola e vignaiola, che di nome fa Charlotte Horton. Il bello è che il castello di Potentino è un crocevia di gente che approda lì da tutto il mondo per poter condividere la vita di campagna, per dare e ricevere, meditare e lavorare. Potentino è dove si rimuovono incrostazioni e il tempo scorre lento. Lì il silenzio è d’oro, i vini complici, le amicizie canterine.

E a proposito di amicizie, Charlotte un giorno mi presentò una sua amica inglese, Emily Young, apprezzata artista. Fu bello perché finimmo con il parlare della mia Versilia, da che veniva a scegliere i blocchi di marmo per le sue opere in un deposito di Pietrasanta. Mi regalò un libro fotografico delle sue creazioni.

Quando era ragazzina, negli anni Sessanta, una band gli dedicò una canzone, pensa te. Era guidata da uno strampalato e bellissimo ragazzo di nome Syd Barrett. Si conobbero all’UFO club di Londra, dove lui era solito esibirsi con il suo gruppo suonando una chitarra elettrica ricoperta di specchi. La canzone ispirata a lei, ricavata da un sogno, si intitolò “See Emily plays” e divenne il primo trampolino di lancio verso il successo. Era il 1967 e loro scelsero di chiamarsi Pink Floyd.

Io stasera riavvolgo il tempo ascoltando “The Piper at the Gates of Dawn”, che non ascoltavo da ere geologiche, e bevendo Sacromonte 2006, il sangiovese del Castello di Potentino a cui l’annata ha portato in dote un quid di veracità e materia in più, aldilà della proverbiale attitudine alle sfumature. Lui è vivo e ancora spinge, possiede il calore dell’abbraccio, la sua fragranza richiama cose buone, come quelle che nascono dall’affetto.

Sì, da Potentino in poi le penne hanno ritrovato parole da scrivere.

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Piantonaia 2004 – Podere Poggio Scalette

Non sto a chiedermi il perché. Perché a Poggio Scalette, sulle alture incantate di Ruffoli, in Chianti Classico, si decise di piantare merlot.

I detrattori e i puristi potrebbero pensare a uno sgarro perpetrato nei confronti di un amore conclamato e di lunga data per il sangiovese, fino ad allora frequentatore esclusivo di quelle colline. Un Merlot nel regno del sangiovese, pensa te. Come se non bastasse, un nome con la desinenza in -aia (Piantonaia). Apriti cielo!

Fatto sta che io, di quel Merlot lì, conservo ricordi lontani. Anche perché neanche a volerlo avrei potuto acquistarlo, se non recandomi in un posto solo. E quel posto si chiama Enoteca Pinchiorri, a Firenze, non propriamente la Lidl. Sì, fu Giorgio Pinchiorri a proporsi per ottenerne l’esclusiva, probabilmente folgorato dai primi assaggi, e così fu. Non so se tale esclusiva duri ancora oggi, ma non importa.

Vittorio e Jurij Fiore, padre e figlio, rispettivamente fondatore e continuatore della specie a Poggio Scalette, mi fecero dono di questa bottiglia una volta che salii a Ruffoli in pellegrinaggio ascetico, ant’anni fa.

Ieri, la scoperta di una malefica falla nel tappo, di una lacrima come di sangue scuro a segnare il dorso della bottiglia e a invadere l’etichetta, ha fatto scattare l’allarme. Il tappo ormai impregnato si è sbriciolato docilmente sotto l’azione perforante del cavatappi. E allora vai con lo scaraffaggio d’emergenza e il filtraggio a maglie fitte. Mancava soltanto la respirazione bocca a bocca. Poi il miracolo.

Voglio pensare che sia ascrivibile a quella terra di sabbie e limo, e a quel microclima d’altura, tutta questa meraviglia. Il vino ha ricevuto in dote la sobrietà, la misura, la discrezione, che sono altra cosa dalla possanza e dallo sciabordìo di materia. Un merlot trasfigurato distante anni luce dalla banalità, senza un’ombra ossidativa nei paraggi. Solo pura sensualità. E un esprit bordolese di quelli seri, contro tutto e tutti.

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Colli Tortonesi Barbera Vighét 2004 – Valli Unite

Se c’è una storia che ho invidiato per il coraggio, la visione, l’idealità, e che merita di essere raccontata, ebbene è quella delle Valli Unite. Che è poi la storia di tre ragazzi di estrazione contadina con la voglia di sovvertire il mondo, che ebbero la sensibilità e l’ardire di prendere e portare a casa ciò che di buono e di bello, oltre alla rabbia, gli avevano regalato gli anni Settanta, per trasformarlo in una piccola comunità autosufficiente con l’obiettivo di prendersi cura della propria terra.

Scelsero di vivere quella esperienza come risposta concreta allo spopolamento massiccio delle campagne, contro una prassi agricola mortificata dalla massificazione, contro il sistema di produzione capitalistico, come nuovo spazio affrancato di socialità consapevole, come gesto politico, per ritrovarsi.

Fondarono una comune con alla base l’allevamento e la vigna. A distanza di oltre 40 anni da quella utopia contadina sono ancora lì: una piccola comunità di 30 persone organizzata in senso cooperativistico, con millanta attività in essere e un territorio che rivive.

Conobbi la storia delle Valli Unite una ventina di anni fa, ai tempi in cui scrivevo per Luigi Veronelli, quando sulla rivista EV comparve un bellissimo articolo loro dedicato. Poco più tardi apparve all’orizzonte questa bottiglia; la scovai alla Locanda Mariella, sui monti sparsi della Cisa. Ho sempre pensato che non vi fosse altro posto al mondo in cui poterla rintracciare, se non quello.

La Barbera Vighét 2004 è oggi un tripudio di dolcezza e selvatichezza, schiettezza e velluto. Unisce potenza e introspezione in un tratto vitale da cui emergono una dichiarata pulsazione minerale e un sentore di ferro, a richiamarne la forza, a rammentarne il radicamento.

E’ un virgulto che emoziona, ecco cos’è, come la storia che ho invidiato.

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Immagine di copertina “Il Convivio: Picasso e i suoi personaggi”  – Renato Guttuso, 1973

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