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Ai compilatori di note di degustazione

Alla stregua del celebre percorso di riabilitazione imposto ad Alex DeLarge per redimerlo dalla violenza (Arancia meccanica, il film), a volte mi vien da pensare che per certi compilatori di note di degustazione, in special modo quelli avvezzi ad affibbiare il fatidico voto “salvacapreecavoli” ai vini, non ci starebbe affatto male un corso forzato di scrittura, con l’assoluto divieto però di poter assegnare un voto che è uno almeno fino alla completa redenzione.

Per riabituarsi a quella cosa che oggi viene sempre più irrisa, ma che fino a prova contraria si chiamerebbe ancora SCRITTURA (o narrazione);
per costringerli a far sì che quelle tre o quattro righe riacquisiscano una parvenza di senso, magari compiuto. Soprattutto, affinché imparino a penetrare con i concetti e con le parole dentro a un vino e alle sue intimità, e te lo facciano capire, a te che leggi.
Restare in superficie non basta, è solo superficie.

Di quella scrittura lì, distratta, approssimativa, inconcludente e di fatto sottomessa ai diktat di un punteggio ( vadassé roboante) che dovrebbe schiarirti ciò che nei fatti (nelle parole) resta confuso, non so più che farmene.
Ah beninteso, affinché non si creino fraintendimenti: nell’ipotetico corso di riabilitazione io mi propongo volentieri per fare l’allievo. 🙂

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2 Comments

  • giovanni capelli ha detto:

    Apprezzo soprattutto le ultime due righe, perchè è vero che la scrittura è importante ma non è richiesto sia scrittore chi descrive il mondo del vino cercando il tono alto se non la poesia, certo la sobrietà non può essere requisito dell’enogiornalismo ma a volte si esagera.

  • Fernando Pardini ha detto:

    Comprendo Giovanni, ma più che una questione di tono ( alto, evocativo, sobrio, lineare, asciutto), su cui è doveroso giocare a seconda dei casi, io sto notando una generalizzata fallanza riguardo al significato di saper mettere insieme due o tre righe sintatticamente giustificabili, senza per questo essere per forza dei Pirandello.
    In spazi angusti, come una nota di degustazione, ancor di più il peso delle parole, per come scorrono e per quello che dicono, è importante. Spesso mi trovo di fronte a una fraseologia claudicante, abborracciata, a tratti forzata ma soprattutto superificiale, sottomessa di fatto alla disciplina del voto, aspetto su cui far focalizzare le attenzioni del lettore ormai poco paziente. Più spazio e più respiro a una narrazione “in profondità”, ecco quello di cui ho desiderio io. E grazie dell’intervento.

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