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Il vino dell’Appia Antica

L’Appia Antica è una delle strade più belle del mondo, lo sanno tutti. Monumenti scenografici, catacombe paleocristiane, parchi archeologici immersi nel verde. Ma anche l’Appia Antica ha i suoi limiti. Secondo molti storici il suo problema principale è la i, che le impedisce di essere palindroma. È anche pressoché impossibile percorrerla in bici: le fughe tra i lastroni di basalto della sua pavimentazione plurimillenaria arrivano ormai a venti, trenta centimetri, e costituiscono un’insidia pericolosissima per ciclisti anche molto cauti.

Nonostante questi difetti, è difficile immaginare un posto più suggestivo per coltivare la vite e produrre vino. Mentre stai potando, venti secoli di storia ti circondano; mentre vendemmi, il mausoleo di Gallieno – uno degli ultimi imperatori di Roma – ti osserva dall’alto.

In questo contesto irripetibile altrove Giuseppe Brannetti e la figlia Silvia producono nella Riserva della Cascina vini degni del massimo interesse da parte dell’enofilo avveduto. Ho scritto per rispetto dell’ordine generazionale Giuseppe Brannetti e la figlia, ma avrei dovuto più correttamente scrivere Silvia Brannetti e il padre Giuseppe: la vera anima della produzione è infatti la giovane Silvia, che passa 400 giorni all’anno nei vigneti (non pochi per un’area cittadina: ben 24 ettari) e in cantina.

Qui come da copione dovrebbe partire il perché e il percome, uve/sistema di allevamento/come si fanno le fermentazioni e piripì e piripà. Non ne ho nessuna voglia e passerei direttamente al commento sui vini; per fortuna mi viene in soccorso Silvia, che ripercorre la storia aziendale:

Riserva della Cascina è il nome del nostro terreno sulle antiche mappe catastali dell’area. La nostra azienda c’è da tanti anni, dal 1946, è nata con mio nonno Giovanni, un personaggio da film, burbero e instancabile, ma è solo dal 1999 che imbottigliamo, ha iniziato mio padre Giuseppe. La nostra è un’azienda di famiglia: mio padre lavora soprattutto in vigna, io soprattutto in cantina e mia madre Daniela nel punto vendita. Facciamo biologico da sempre: mio nonno non usava concimi chimici o diserbanti. Quindi non è stata una scelta commerciale, ma naturale, di rispetto della terra. La cantina la curo io da 5 anni.

“Mio padre nel 2015 ha avuto un incidente molto brutto in vendemmia, si è praticamente maciullato una gamba, quindi la cantina è passata a me, e io ora non la mollo più! Non sono enologa, mi sono laureata in matematica e poi ho capito che volevo provare con l’azienda. Mi sono appassionata a poco a poco. Devo dire che da quando gestisco la cantina sono molto più soddisfatta del lavoro perché ci metto tutta la mia volontà e passione. Il vigneto è a Roma, sulla Via Appia Antica, un posto bellissimo nella campagna romana con i monumenti romani antichi intorno. Però siamo nel Parco dell’Appia Antica, quindi pieni di vincoli archeologici e paesaggistici. Ma questo non ci ferma, cerchiamo sempre di migliorarci nella forma e nella sostanza.”

Assolti gli adempimenti narrativi, ecco qualche considerazione sulle bottiglie. Con una premessa: mentre i bianchi aziendali sembrano aver raggiunto un’ottima focalizzazione formale e soprattutto una personalità ben definita, i rossi – comunque di sicuro validi – sono ancora in cerca di un carattere più preciso. Come del resto riconosce Silvia per prima.

Il Bianco IX Miglio, da uve varie tradizionali, ha bella spinta misurata dall’accelerometro palatale, in una silhouette nitida, senza slabbrature. Molto buona la sua tenuta, peraltro: il 2016 degustato è ancora bello vitale.

La Malvasia Puntinata Gallieno è il punto di forza della gamma: salina e minerale, minerale e salina (se non basta la ripetizione agli infastiditi del termine, lo scandisco meglio: mi-ne-ra-le), ha progressione gustativa sorprendente. Il timbro aromatico svela un sapiente lavoro sui lieviti. Anche in questo caso si parla di un bianco dalle spalle larghe: il 2017 in assaggio è un pupo. Me lo immagino a dieci anni, e me lo immagino di molto bene.

Più caratteriale il Domina, da uve grechetto in massima parte: intenso nel colore, appena venato di note speziate all’olfatto (passa un po’ di tempo in barrique), si muove molto bene, ma in maniera forse un po’ meno felina rispetto agli altri bianchi. Perfetto comunque a tavola, in abbinamento a qualsiasi piatto (tranne il ghiro in umido).

Nota finale per il leggero ma non sciocco rosato La Via delle Rose, da uve sangiovese, che dice Silvia ha un grande successo in Francia (chissà perché).

 

Crediti fotografici dell’azienda

 

 

 

 

 

 

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