Incredibile ma azero

1
1270

Sere fa a cena da amici, ci sono amici di amici che non conosco. Questi ultimi si dichiarano amanti del vino e recano una bottiglia stagnolata, di forma regolare. Nello scivoloso gioco del riconoscimento alla cieca escludo quindi con facilità il Lancers Rosé (che forse negli anni ha cambiato flacone, non saprei), il Verdicchio/anfora, il Gattinara Travaglini e i rari ma purtuttavia ancora reperibili Chianti nel vecchio fiasco impagliato.

Il vino è un rosso. Molto concentrato nel colore, si offre un po’ eterodosso all’olfatto, tra note lievemente selvatiche di pelliccia di martora e rimandi al ciocco di legna da ardere, e difatti già abbondantemente arsa. È decisamente boisé, di un boisé piuttosto naif, tipo Cabernet del Nuovo Mondo anni Ottanta. Al palato si conferma, a quanto mi sembra, un Cabernet o un Merlot per gli evidenti riflessi aromatici verdognoli. I tannini sono fittissimi e intimidatori. Una tenue scia conclusiva di fico candito segnala una quota di zuccheri residui. Su tutto, un velo affumicato tra lo speck e – di nuovo – il camino spento (spento da due ore e dieci, due ore e un quarto).

Po’ esse tutto e po’ esse gnente”, mi verrebbe da commentare citando il portantino di Un sacco bello. Per sport, azzardo un “rosso del Nuovo Mondo, forse australiano”. Come se conoscessi i vini australiani, dei quali non so una sega nulla. Sono rimasto ai pregiudizi di una ventina d’anni fa, al massimo posso aver orecchiato che nel frattempo lo stile di molti produttori si è dirozzato e che adesso si trovano parecchie bottiglie “eleganti”, e chiusa lì.

“No, non è australiano”. Uhmm… neozelandese? sudafricano?
“No”. In stato confusionale mi butto a casaccio su California, Argentina, Cile. None, niente da fare.

Insomma, per non allungare il brodo, la provenienza era inindovinabile, almeno per le mie risorse enografiche: si trattava di un vino dell’Azerbaigian. Incredibile, ma azero. Destagnolata, l’etichetta recitava: Cabernet Sauvignon Ripassato (sic), red dry (sic) wine 2016, Savalan.

Mi sono sentito meno asinino, sebbene il fatto di ignorare che l’Azerbaigian vanti una tradizione vitivinicola millenaria non costituisca un motivo di particolare vanto professionale.
Di morali (plurale di morale) della storia non ce ne sono, se non una: negli assaggi a bottiglia coperta è meglio fare deduzioni corrette sbagliando, anziché indovinare per culo facendo deduzioni ad membrum.
Ancora meglio, certo, fare deduzioni corrette e indovinare, ma è merce rara, lo vedo fare solo al Castagno, al Gentili e a pochissimi altri.

Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

Previous articleFerraris: passato, presente e futuro nelle terre del Ruchè
Next articleI rossi, i rossi, i rossi…. o i bianchi? Una selezione (al vertice) di bianchi toscani
Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

1 COMMENT

  1. … O meglio ancora, non fare deduzioni: assaggiare, discutere, ricordare. Tanto, il vino Azero nella vita ti ricapiterà Azero volte.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here