Il Nepente di Oliena: una Sardegna “altra” che alza la testa

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Nepente è un termine coniato da D’Annunzio: vuol dire “senza tristezza”, “senza pentimento”, stati d’animo che sicuramente sono stati lontani da me nella due giorni romana che la testata giornalistica Vinodabere ha voluto dedicare ai vini della Sardegna. La Guida ai Migliori Vini della Sardegna, giunta alla sesta edizione, pubblicata online tra agosto e settembre 2023, è ormai seguitissima e questo evento ne ha rappresentato la naturale concretizzazione. Oltre ai consueti banchi di assaggio, ho trovato davvero interessanti gli incontri di approfondimento (perdonatemi se non faccio il figo scrivendo masterclass) da cui ho tratto spunto per questo articolo, in cui vi parlo di una delle denominazioni vinicole meno conosciute dell’isola.

Foto di Lino Cianciotto

Quella che va sotto il nome di Cannonau di Sardegna Doc sottozona Oliena o Nepente di Oliena è un piccolo areale produttivo rimasto finora un po’ ai margini del processo di crescita (qualitativa e, di conseguenza, mediatica) che ormai da qualche anno sta interessando il mondo del vino sardo. Siamo nel nuorese, nella parte centro-orientale dell’isola, una zona di grande interesse storico e turistico, con luoghi come il villaggio nuragico di Tiscali o il monumento naturale Su Golugone, la più importante e visitata sorgente della regione.

L’uva regina è il cannonau, declinata con stili e tecniche diverse, in un territorio che, come in gran parte della Sardegna, si mantiene ancora autentico e selvaggio. Il simbolo dell’areale è il Monte Corrasi, conosciuto anche come Supramonte di Oliena, un massiccio granitico che ovviamente ne determina il clima. Il fiume Cedrino fa invece da “separatore” tra le due principali tipologie di suoli della sottozona: calcareo-argilloso sulla riva destra, negli appezzamenti più vicini al monte, da disfacimento granitico a sinistra.

A Oliena, da tradizione, non esisteva il rosso: il vino era “nigheddu”, nero, caratterizzato da grandissima estrazione, grado alcolico marcato e colore impenetrabile. Oggi il profilo stilistico sta (vivaddio) anche qui mutando verso modelli più leggiadri, equilibrati, freschi, capaci di regalare una beva quotidiana pienamente soddisfacente, senza troppe sovrastrutture.

Ne costituisce un perfetto esempio il primo vino, il Cannonau Nepente di Oliena Vosté 2022 di Iolei: trasparente e brillante nel calice, didattico nei suoi profumi freschi di frutta e macchia mediterranea, di buona struttura anche se non particolarmente complesso, è un vino godibile e divertente da bere.

Il secondo vino – il Nepente di Oliena Galu 2022 dell’azienda Salis – prosegue sulla stessa linea: sottile e nervoso, ma sempre chiaramente mediterraneo e varietale, con una bevibilità trascinante.

Il terzo vino – lo ZioBi 2020 di Biscu – torna su un’interpretazione di stampo più tradizionale, con qualche spigolatura qua e là, più marmellatoso e “radicoso”, sicuramente anche per la maggiore evoluzione: il sorso è tuttavia ampio, lungo, con una tattilità marcata e un finale dove il frutto è già molto maturo.

Si prosegue con un vino di Gostolai, forse il nome più noto dell’areale: il Riserva Sos Usos 2020 ha un carattere forte, a mio avviso con qualche eccesso di rusticità, pur conservando una buona profondità di beva.

Il Mannoi 2021 della piccolissima azienda Guthiddai (non è che gli altri siano dei giganti, eh!…parliamo di microaziende familiari) ha un volume al palato e una struttura importante: carnoso, “morbidoso” ma sicuramente ben fatto, in grado di esibire con garbo i suoi 15 gradi abbondanti.

Tocca poi a Bastiano Pugioni, il presidente dell’associazione Ascos, che oggi riunisce otto produttori della sottozona: la sua azienda si chiama Rujo Sardo e ha proposto il Pupusu 2020. Il vino, sincero e fortemente speziato, ha un sorso marcato da sensazioni amaricanti, più genziana e pepe nero che frutta rossa, per capirci.

L’ultimo vino è della cooperativa dei Vignaioli di Oliena (una delle due della zona, l’altra, più grande, è la Cantina di Oliena) e si chiama S’Incontru 2019: proviene da assemblaggi di uve da vigne in terreni diversi ed ha un sorso carnoso, ricco, deciso, supportato da un’acidità di fondo che gli dona il necessario dinamismo.

Al termine di questa breve ma interessante ricognizione, l’idea è quella di “un’altra” Sardegna che vuole emergere, attraverso un percorso di consapevolezza e di miglioramento della tecnica produttiva, che tante zone vinicole hanno intrapreso prima di loro.

La sensazione è che ci sia ancora lavoro da fare, ma che la materia prima non manchi, potendo attingere a un grande vitigno autoctono, il cannonau, e a quel patrimonio di identità e riconoscibilità che è la grande ricchezza della vitivinicoltura del nostro Paese. Starà, come sempre, agli interpreti della zona intraprendere il giusto percorso di crescita. Quello visto a Roma, all’evento di Vinodabere, è stato un primo passo incoraggiante…

Franco Santini

Franco Santini (santini@acquabuona.it), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!

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