Pianeta Barolo. Barolo 2006: Serralunga
Di
ALBA (CN) – Terza puntata di una panoramica fortemente desiderata, dalla gestazione lunga ma dai propositi bellicosi: il punto sulle nuove annate in commercio di Barolo. All’ambizioso obiettivo hanno contribuito immancabilmente gli assaggi albesi di Nebbiolo Prima e i reiterati assaggi estivi (periodo giugno-luglio-agosto), attenti e minuziosi, che mi hanno consentito non soltanto di “ripassare” i vini già incontrati ad Alba, ma di integrare opportunamente le mancanze sia nell’ambito delle proposte dei produttori presenti a Nebbiolo Prima, sia nell’ambito di quelle dei produttori mancanti.
Così, dopo i Barolo di Barolo e Novello (leggi qui) e quelli di Castiglion Falletto (arileggi qui), oggi vi racconto i Barolo di Serralunga. Intanto, in estrema ed ingenerosa sintesi, possiamo ben dire che l’annata 2006 abbia offerto risultati confortanti sotto il profilo strutturale, consacrando questa sottozona fra quelle a miglior rendimento della denominazione tutta: saldezza, carattere, profondità tannica, presumibile potenziale di longevità sono doti che difficilmente difettano qui a Serralunga, e appaiono ben esaltate dal millesimo in gioco, anche se l’armonia e le sfaccettature dei Barolo di Castiglione Falletto, lo confesso, mi mancano un po’. Qua e là, dalla fitta schiera, sono spuntati certi ”vinoni” nei quali estrazione ed alcol fanno la voce grossa, lasciando presupporre scenari evolutivi poco inclini all’equilibrio. Ecco, per scarsezza di immedesimazione, di questi vini qua ho preferito non parlare. Ma è altrettanto vero che “abitano” dalle parti di Serralunga alcune delle vette assolute assaggiate quest’anno. E nell’aggiungere che sono in uscita belle cosine estratte anche da vendemmie meno recenti (qualche Riserva 2004 degna di tal nome e una Riserva 2002 non propriamente derelitta, come capirete), mi vien da rimirare a bocce ferme il fiume di parole che ho scritto, accorgendomi che lo spazio dedicato a Serralunga tende ad assumere -una volta ancora- le sembianze di un tomo dalla lunghezza imbarazzante! Il che quantomeno la dice lunga sull’importanza di questo territorio. Ma altresì mi suggerisce di ringraziare in anticipo ogni singolo lettore che si vorrà cimentare con le ingenue note di degustazione che seguono. Perché ha una pazienza tendente all’infinito. E una pazienza tendente all’infinito non può che essere benedetta.
Quella che segue perciò è una selezione delle etichette a mio modesto avviso più significative del fitto parterre. Al solito, la sequenza con cui si succederanno queste notucole, lo comprenderete presto, è legata alla ferrea logica dell’anagrafica e non al grado di compiacimento o di immedesimazione dell’autore. Per questi ultimi, come sempre, mi affiderò alle parole (ma anche ai silenzi).
ASCHERI
La famiglia Ascheri si sta muovendo con disinvoltura lungo le molteplici direttrici del vino albese, complici i diversi nuclei produttivi sparsi fra La Morra-Verduno, Bra e, per l’appunto, Serralunga, e complice soprattutto una escalation di risultati degna di tal nome. Apprezzabile quindi la qualità di base, conclamata la perizia tecnica, ma quando si “tocca” il Barolo queste doti appaiono fin quasi complementari alla naturale forza espressiva che, stagione dopo stagione, si sta rivelando vanto e conferma di questi vini. E dopo aver ceduto più volte -ma senza pentimento- al fascino sdilinquente del verdunese Barolo Vigna dei Pola (leggi annate 2004 e 2005), quest’anno i due vini provenienti da Serralunga mi hanno corteggiato a lungo, grazie al felice contrasto gustativo, al ritmo e alla sapidità tannica, in grado di tradurre con dovizia di particolari i “suggerimenti” di un cru più avvezzo alla finezza che non alla potenza come il Sorano. Maggiore complessità al momento per il Barolo Sorano 2006 (€ 25/29), un vino tonico, sottile, reattivo e sapidissimo, modulato da intriganti ritorni salmastri e iodati e che si farà ricordare a lungo. Più rilassato ed accomodante il Barolo Sorano Coste & Bricco (€ 32/37), che sfoggia un tratto gustativo elegante e un finale saporito dalla timbrica minerale.
BATASIOLO
Del Corda della Briccolina ho il ricordo di vendemmie memorabili. Stavamo ancora negli anni ’80. Erano le prime bottiglie importanti stappate in compagnia, grazie a funamboliche collette o alle gesta sante di una cantina amica. Vino ambizioso e di razza questo qua, lo so bene, a cui la famiglia Dogliani ha affidato da sempre il ruolo di prim’attore per costruirsi una nomea prestigiosa. Ci sono stati altri investimenti, investimenti che hanno interessato aree di indiscutibile vocazione barolesca (il Boscareto di Serralunga e il Cerequio di La Morra). Batasiolo oggi, nel suo complesso, a numeri non scherza e di vigneti ne conta tanti. Dopo un periodo di tentennamenti la strada sembra decisamente in ripresa. Non mancano gli stimoli e non mancano i risultati. Risultati che quest’anno registrano la brillantissima affermazione del Barolo Cerequio 2006, di cui parlerò naturalmente nel capitolo La Morra, e un buon conseguimento, appunto, con il Barolo Corda della Briccolina 2006 (€ 48/56), un rosso dall’ottima materia prima, caloroso, sapido e solare, solo ancora imbrigliato dal rovere e da una “confezione” che tende a farlo “muovere” poco nel bicchiere. Eppure mi ispirano gli umori di violetta, che preludono ad aperture tutte nuove.
BROVIA
Della invidiabile stagione della famiglia Brovia ho già raccontato qui (leggi). Mancava giustappunto il “tassello” Serralunga per chiudere il cerchio. E che cerchio! Incredibile il Barolo Ca’ Mia 2006 (€ 45/50). In lui tutta l’austera eleganza del cru Brea, riscoperto alla bellezza “en pureté” proprio dai Brovia qualche anno orsono. E’ questo un rosso che letteralmente “si nutre” di rarefazioni. Una profonda timbrica marnosa e minerale convive armoniosamente con un palato teso, profilatissimo, saldo e nervoso, a decretare uno sviluppo senza forzature, arioso e coinvolgente. I ritorni sono agrumati, la persistenza importante. Ed io insieme a lui sto bene.
CA’ ROME’
Devo dire che anche le “divagazioni” in materia barolesca di questa piccola cantina familiare di Barbaresco non mi dispiacciono affatto. Così come il loro artefice, Romano Marengo, vignaiolo schietto e verace. Certo è che la produzione della casa approda spesso e volentieri oltreoceano e non risulta così facilmente rintracciabile in patria. Peccato, perché i vini meriterebbero ascolto e reperibilità migliori anche qua da noi. Nitidi e ben caratterizzati, dal gusto pervasivo ed infiltrante, quest’anno possono contare su un Barolo Rapet 2006 (€ 38/44) -le cui uve provengono dal vigneto Cerretta- teso, vibrante e dai tannini salati, che fa del dinamismo la sua carta vincente e declina in una versione più stilizzata del solito l’elegante prestanza del celebre cru.
GIACOMO CONTERNO
Giacomo Conterno, apriti cielo! Tutte le volte, immancabilmente, ad arrovellarmi su quali potrebbero essere le parole più adatte da comprimere nello spazio angusto di una “scheducola”. Troppo ingombrante il peso della storia, ché quasi ogni parola te la ricaccia nei confini dell’ovvio. Così, anche stavolta, non ho dubbi che esistano parole migliori. Comunque è vero, siamo ai vertici. Siamo oltre le categorizzazioni. Quali portavoce esemplari dello stile classico, i Barolo prodotti prima da Giacomo, poi dal figlio Giovanni, infine – e siamo all’oggi – dal nipote Roberto, hanno disegnato e ancora disegnano rotte indelebili, ponendosi a pietre di paragone con le quali prima o poi qui in Langa tutti si trovano a “fare i conti”, soprattutto se si intendono misurare distanze, approdi ed ambizioni. Non è un caso se i vignaioli tutti, indipendentemente dallo stile perseguito, si tolgono il cappello di fronte al mito. Quest’anno poi, la “provocazione” di uscire con una autentica scommessa: Monfortino 2002! Come volevasi dimostrare, l’eccezione che conferma la regola, estratta da un’annata generalmente dipinta come acida, fredda, piovosa e insidiosa.
Lo ritrovo oggi alla resa dei conti, ‘sto Barolo Riserva Monfortino 2002 (€ 208/240). Lo assaggio e lo riassaggio. E così registro: portamento altezzoso, austero e nobilmente riservato ai profumi, che ti centellina prendendosi tutto il suo tempo. Fare intransigente e senza orpelli. Arcigno e asserragliato nella sua inarrivabile (ai più) roccaforte tannica, è vino consapevole di poter dischiudere negli anni il suo enorme potenziale. E infatti non perde un grammo della sua stoffa. Non un accenno di diluizione, non un tentennamento, non una smagliatura nelle trame. L’annata gli fa un baffo! Il grande Fabio Rizzari, fromboliere della parola (e musicologo nient’affatto pentito), con sintesi mirabile individua nella “voce baritonale” dei tannini la classe innata di questa versione: una voce di abissale profondità. Sì, è un vino possente, intenso, grintoso, ancora parzialmente imploso. E’ un vino senza smancerie ad effetto, questo è, capace fin d’ora di farti capire cosa significa possedere una “seconda bocca”, ciò che misuri per intero in quell’allungo prodigioso dall’impronta fortemente minerale, che punta dritto al futuro.
Gli fa eco un più che buono Barolo Cascina Francia 2006 (€ 95/100), sfumato e delicato, dal tatto in odor di velluto e dal tannino fitto, veracemente saporito, finanche perentorio. Quanto a temperamento e a capacità seduttiva non è secondo a nessuno, e non fa mistero di candidarsi fra i vini langaroli che contano, anche se il confronto tutto casalingo con il Monfortino stavolta appare chiaro appannaggio di quest’ultimo. Non così scontato direi, da quando non di rado istinto e godibilità mi hanno portato addirittura a preferire la proverbiale, lirica leggiadria del Francia.
FONTANAFREDDA
A proposito di “case madri” langarole, Fontanafredda non ha certo bisogno di presentazioni, ne converrete. D’altronde, la storia del vino piemontese (e non solo del vino) è passata di qua. Per quanto mi riguarda, fu uno dei primissimi nomi di “derivazione” vinicola pronunciati da bambino, subito dopo la parola Chianti; una primogenitura questa a cui per forza di cose devo portare rispetto. Sì perché di Fontanafredda erano le uniche bottiglie di Barolo della cantina di mio padre, quelle con l’etichetta color ferro, grigia e severa, che in molti ricorderanno (a cui si aggiunsero poi esemplari sparsi di Barolo della collezione di Renato Ratti, quelli che riportavano in etichetta soldatini d’altri tempi). Erano i centellinati regali di fine anno con i quali l’agenzia Monte dei Paschi di Siena del mio paese cercava di riannodare la fiducia sempre più incerta dei piccoli risparmiatori di montagna, regali sulla cui esclusività peraltro avevi poco da vantarti, ché tutte le famiglie dei dintorni almeno una bottiglia di Barolo Fontanafredda nelle loro dispense ce l’avevano!
E’ trascorso tanto tempo da allora. Le colline di Fontanafredda però, ieri come allora, sono bellezza pura. Quando passo da lì mi incantano sempre. Nel frattempo, ultimamente, so che l’azienda ha subìto una rivisitazione negli assetti societari. Insieme ai riassetti stimoli ed ambizioni tutte nuove. Le ambizioni quest’anno portano il nome della nuova etichetta ammiraglia, l’atteso Barolo Riserva Casa E. di Mirafiore 2004 (€ 50/57), che sbaraglia di buona lena la concorrenza interna (per la verità non così ispirata, sia pur figlia dell’annata 2006) grazie ad una prestazione energica, sicura del fatto suo. “Scuro” e umorale, selvoso e non privo di qualche cupezza vegetale, dimostra una impalcatura tannica di rango e un tratto austero che con l’aria si fa coinvolgente. Stile calibratamente moderno qui per un vino determinato che ha voglia di esprimersi. Chiede solo tempo, e il tempo gli andrà concesso.
GABUTTI – FRANCO BOASSO
Difficile dimenticare l’umiltà e gli occhi azzurro mare di Franco Boasso, contadino d’altri tempi. Così come è difficile restare indifferenti di fronte ai suoi Barolo. Incuranti delle mode, schietti e selettivi, a volte persino indisciplinati “grammaticalmente”, sono vini nei quali non dimora l’ovvietà e che chiedono soltanto un ascolto attento. Le uve qui ci provengono dall’amato Gabutti o dal celebre Margheria. E hai detto niente. Quest’anno, alla timbrica affumicata del Gabutti 2006 ho preferito però la finezza del Barolo Margheria 2006 (€ 26/30), a mio parere dotato di una freschezza (dai risvolti agrumati), una tensione e una scioltezza superiori. Bella la purezza del frutto, bella la nonchalance, bella la silhouette, in piena aderenza con le qualità intrinseche del cru.
ETTORE GERMANO
E’ un talento esigente quello di Sergio Germano, continuamente solleticato da una curiosità “invasiva”, figlia legittima della sensibilità e della intelligenza. Ciò che lo ha portato, e ancor lo porta, a misurarsi con tipologie differenti e cru differenti in un vortice virtuoso di conoscenze e sperimentazioni da non concedersi soste. Quel che è certo è che il percorso stilistico che va delineandosi può permettersi oggi approdi importanti. Da qui ci arrivano per esempio due bianchi incantevoli (Binél e Herzu, provenienti dall’Alta Langa di Ciglié), a cui si affiancano una scommessa con le bolle (un Alta Langa Brut che farà parlare di sé) e una singolare Nas-cetta (dall’omonimo vitigno autoctono). Da qui ci arrivano i valori sicuri nebbioleschi, espressione di cru storici di famiglia come Prapò e Cerretta e, più recentemente, del Lazzarito. Come se non bastasse, la stagione è una di quelle da incorniciare. A partire da un Barolo Cerretta 2006 (€38/43) finalmente liberato dagli impacci e ispirato come non mai, che rompe con la dominazione “prapoesca” delle ultime vendemmie presentandosi fresco, sostenuto, “librato”, irresistibile, tutto grinta e sapidità. L’estrazione tannica è perfetta, il finale lungo ed appagante, la personalità eclatante e compiuta.
Come sempre orgoglioso del suo portamento austero, gli risponde un Barolo Prapò 2006 (€ 38/43) ancora in fase di carburazione: sanguigno, avvolgente, volumico e caratteriale, è dotato di un tannino bellamente rugoso e di uno sviluppo serrato ed intransigente. Ottimissimo infine il Barolo Riserva Lazzarito 2004 (€ 53/60), compendio mirabile di energia e pienezza. Terra, goudron e liquirizia in puro Serralunga style. Per godere da qui al futuro.
BRUNO GIACOSA
Leggendaria figura di uomo del vino, Bruno Giacosa abita i piani alti dell’universo orbe terraqueo dei produttori che contano. I suoi vini gli approdi imprescindibili per chiunque intenda avvicinarsi per davvero all’essenza del nebbiolo. Non di rado, di fronte alla struggente rappresentazione della maestosità nebbiolesca di cui si fanno artefici, termini come razza, nobiltà ed aristocrazia tendono a sprecarsi. In tale contesto, ne convengo, sono termini quasi mai fuori luogo. E poi è inutile girarci attorno, qui hai una purezza e una naturalezza espressiva che fanno la differenza.
Prendi il Barolo Riserva Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba 2004 (€130-140) per esempio: il quadro aromatico è “giacosiano” per antonomasia: candore di frutto rosso del bosco, delicata vena eterea, preziosismi speziati, terrosi e floreali a contorno…insomma, un componimento aggraziato, “aereo”, pervasivo e seducente. In bocca il succo e il sapore della classicità, la ruggine e il ferro, l’umore del tartufo, l’invidiabile contrasto, la freschezza. Insomma, un vino istintivo e complesso allo stesso tempo. Che scuote e (in)segna.
BRUNA GRIMALDI
Ci troviamo alla Badarina, appendice meridionale della galassia viticola di Serralunga. Un cru non propriamente sulla bocca di tutti ma dalle cui migliori esposizioni nascono spesso e volentieri vini di carnosa consistenza, assolutamente consigliabili. La Cascina Francia d’altronde è a un passo, qualcosa vorrà pur dire. Qui opera Bruna Grimaldi, cantina familiare “partita” nel secondo dopoguerra con un piccolo corpo vitato a Grinzane Cavour e successivamente estesasi a Diano e a Serralunga. Oggi Bruna e il marito Franco Fiorino, complici oculate vinificazioni all’insegna di una ragionata modernità, producono vini impeccabili sul piano formale, non di rado dotati di un carattere apprezzabile. In questo viatico si inserisce senz’altro il Barolo Badarina Vigna Regnola 2006 (€ 28/32), un vino succoso, pieno, seducente, teso e profondo, con riflessi di torba e minerale, che si fa ricordare.
MASSOLINO VIGNA RIONDA
Difficile non affezionarsi alla famiglia Massolino. Intanto perché non c’è dotto œnophile o turista più o meno per caso, critico enologico o semplice viaggiatore di Langa, per il quale la “parola” Massolino -in “gergo enoico”- non sia sinonimo di serietà, professionalità e autenticità. Puoi assistere a diatribe anche violente sui più disparati argomenti vinosi, su quanto siano veri quei vini là e quanto furbi quegli altri, ma tutto s’acquieta d’incanto se si tira in ballo il nome Massolino. Un nome pacificatore, finalmente! Bene, per una volta mi accodo volentieri alla pletora di lodi. Sono d’accordo. La storia d’altronde parla chiaro. I vigneti pure, ché quasi parlano anche loro. E i vini non di rado hanno messo a segno prestazioni altisonanti di chiaro imprinting “serralunghiano”.
Da una quindicina d’anni a questa parte sotto la guida dei fratelli Franco e Roberto Massolino, questa cantina propone oggi una linea produttiva che sposa efficacemente equilibrio espositivo e perizia tecnica. La vocazione di certi cru (Margheria, Parafada e Vigna Rionda) fa il resto. E anche se l’annata 2005 mi aveva incantato di più, devo dire che il Barolo Parafada 2006 (€ 40/46) riesce a conciliare bene la cifra stilistica della casa (precisione, levigatezza, cura dei particolari) con l’appartenenza territoriale (energia e tannini sodi). Un vino dall’esprit moderno questo qua, ma mai fuori misura: il frutto integro e ben maturo, il garbato lato fumé, l’intensità gustativa e la freschezza nel registro balsamico…. tutti aspetti che concorrono a un bel conseguimento. Mancano oggi, ovviamente, quelle sfumature alle quali provvederà il tempo.
E se il Barolo Margheria 2006, pur indubbiamente curato, risulta meno sfaccettato del solito, i 5 assaggi differenti effettuati fra aprile ed agosto su altrettante bottiglie di Barolo Riserva Vigna Rionda 2004 (€ 50/57), da sempre uno dei vini della mia “immedesimazione”, mi han fatto tribolare: una malefica aleatorietà fra bottiglia e bottiglia per una percezione in bilico fra meraviglia ed astrusità. Ne tento una lettura mediata, che mi parla di austerità e mineralità, di un profilo aromatico gradevolmente fruttato, di uno sviluppo contrastato e di un finale asciutto, flemmatico, poco concessivo, che si lascia dietro sottili tracce vegetali e più intriganti risvolti sapidi.
PALLADINO
Palladino ha una storia significativa alle spalle e una sensibilità interpretativa tutta da scoprire (e consigliare). Pur generalmente mutuati (ma non sempre) da una vinificazione “attualizzata” (legni piccoli), i Barolo della casa godono di buone infusioni di carattere e sono soliti tratteggiare brillantemente le suggestioni tipiche dei vigneti di provenienza (leggi freschezza e una certa spigolosità tannica), vigneti che rispondono al nome di Broglio e San Bernardo, cru disposti nel versante orientale del crinale di Serralunga, subito dopo il centro abitato. In questa tornata di assaggi sono stati riuniti in un azzeccatissimo Barolo Serralunga 2006 (€ 30/34), un vino davvero saporito, fiero, roccioso, austero e speziato. Sicuramente più “in palla” del Barolo Parafada 2005 (balsamico e ammiccante nel frutto, materico e polposo nella trama).
PIRA LUIGI
Il giovane Giampaolo Pira non ha mai fatto mistero di perseguire uno stile tutto “voerziano” nella gestazione dei suoi preziosi nebbiolo: il risultato ci parla di vini pieni, estrattivi, materici, dalla sontuosa presenza scenica, a volte magari in debito di dettaglio ed articolazione, altre volte più ispirati nel trasmettere certe vibrazioni sapido-minerali, e con le vibrazioni i pertugi. Il parco vigneti di certo parla da solo: Margheria, Marenca e Vigna Rionda, nientepopodimenoche. Pur ammettendo qualche difficoltà personale nel rintracciarvi i giusti “grimaldelli” emozionali, quest’anno ricordo con piacere il Barolo Marenca 2006 (€ 45/50), un vino voluttuoso, granitico, alcolico, fiero e tenace, imbrigliato ma non troppo, ricco e sostanzioso.
GUIDO PORRO
Bella mano, non c’è che dire, quella di Guido Porro, un vignaiolo stranamente poco ricordato nelle “stanze dei bottoni”, o comunque non conosciuto per quanto meriterebbe. Le direttrici stilistiche? Presto detto: naturalezza, sobrietà, classicità e senso della misura. Hai detto niente! E infatti in compagnia di vini come Lazzairasco e Santa Caterina, le cui uve ci provengono dalla appendice meridionale del cru Lazzarito, hai di che godere. Il Barolo Lazzairasco 2006 (€24/28) ha un colore brillante con le sue belle trasparenze, un naso sentimentale e struggente, un sorso sostenuto e bello, con i tannini che si sciolgono in bocca e si fanno sale. Il Barolo Santa Caterina 2006 (€24/28) ha un palato un pelo più rugoso, una timbrica terrosa affascinante, un naso limpido e “aereo” dalle confortanti desinenze nebbiolesche.
GIOVANNI ROSSO
Dal talentuoso ed estroverso Davide Rosso, grazie ad una agronomia curata e a vinificazioni attente e rispettose, ci arrivano vini intensi, ben dotati e pure personali. Davvero un buon viatico per onorare al meglio i preziosi terroir d’origine, che vedono nel Cerretta il vigneto storico per eccellenza, recentemente affiancato dai primi imbottigliamenti del cru La Serra. Diversi però sono gli appezzamenti in gioco, che concorrono peraltro a delineare un interessantissimo Barolo Serralunga. All’orizzonte si profilano nel frattempo le nuove scommesse Sorano e Meriame, di cui sentiremo riparlare. Quest’anno, sia pur assaggiato a stretto ridosso dell’imbottigliamento, il Barolo Cerretta 2006 (€ 32/37) mi ha riservato polpa saporita, tonicità, progressione, buona freschezza di fondo. E un finale solcato da intriganti note di pepe e di erbe aromatiche. Il Barolo La Serra 2006 invece è un vino materico, fitto, tannico e intransigente. Chiede tempo. Il Barolo Serralunga 2006 (€ 29/33) infine deve ingentilirsi nel disegno ma dimostra buon vigore e buon frutto, tono sapido e tannini vivaci, solo un po’ asciuganti.
SCHIAVENZA
Sobrietà, classicità, grinta tannica: i vini di Luciano Pira si distinguono nel panorama barolesco che conta. Austeri, terrosi e spigolosi in tenera età, sono vini senza orpelli dal fascino antico, decisi e caratteriali, finanche orgogliosi di esserlo. Tre per adesso i vigneti in gioco: Broglio, Prapò e Cerretta, dai quali Luciano in certe annate estrae anche le Riserve. Quest’anno, su tutti, svetta un pregevole Barolo Prapò 2006 (€ 26/30): intenso, ferroso, deciso e minerale, dalla grande progressione gustativa, è questo un Barolone profondo, balsamico, sapido e diffusivo, che non ti molla e che ha già staccato il biglietto per il futuro. Il Barolo Broglio 2006 (€ 26/30) è un vino volitivo e grintoso, fiero dei suoi richiami salmastrosi, chinati, rabarbarosi, iodati. Umorale e granitico, deve solo sciogliersi nell’eloquio. Il Barolo Bricco Cerretta 2006 (€ 30/35) è invece un vino alcolico, potente, (s)quadrato, non troppo articolato nello sviluppo ma dotato di un finale più fresco e slanciato del previsto. Fra le Riserve ho apprezzato il Barolo Riserva Prapò 2004 (€ 36/40), per la compattezza ed il portamento flemmatico, l’impatto profondo dei suoi tannini, il corpo pieno. E per gli umori purissimi di terra e caffè.
Nota a margine (ma mica tanto): pochi mesi orsono la famiglia Pira è stata colpita da un lutto incredibile, di quelli che riguardano le generazioni nuove e che minano il futuro. A Luciano e alla moglie Maura non so dare conforto. Non mi resta che augurare loro tutta la forza che occorre per resistere e continuare. Il figlio Umberto, ne son certo, questo gli chiede da lassù.
La foto iniziale è tratta dal sito brunogiacosa.it


