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Diari d’Oltrepò. “Il vino è una cosa seria”. Ovvero, la resistenza dei vignaioli pensanti/3

Per le precedenti puntate LEGGI QUI e QUI

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TENUTA FRECCIAROSSA

Qui è dove l’approccio artigianale sposa il cesello, e tutto -ma proprio tutto- declina un’idea di bellezza naturalmente esplicita, senza ritocchi né forzature. Lo fanno quelle dolci pieghe di collina, nei dintorni di Casteggio, lo fa la geometria esatta e consolatoria del vigneto che ne veste i fianchi, lo fa -con nobile sobrietà- l’articolazione architettonica della tenuta, lo fanno le persone.

Frecciarossa, intesa come azienda agricola, quest’anno compie cent’anni. Le primogeniture stanno di casa: per un certo modo di inquadrare il vino ed esaltarne le intrinseche qualità, per aver precorso i tempi quanto a consapevolezza tecnica e umano “sentire”.

Qui si è creduto fortemente nel Pinot Nero, per esempio, e da tempi non sospetti, da quando cioè Giorgio Odero, figlio del fondatore Mario, il commerciante genovese che acquisì l’ottocentesca Tenuta Frecciarossa nel 1919, da lì a poco non se ne andò in Francia per studiare enologia ed importare così un po’ di quei metodi “nuovi” nell’amato Oltrepò, esperienza da cui ne è discesa un’attitudine rivoluzionaria per il tempo: partorire vini IMBOTTIGLIATI, una rarità!

Poi la storia si tinge di rosa con l’entrata in gioco di Margherita, figlia di Giorgio, la quale con tenacia ha dato un volto attualizzato all’azienda. Sì, proprio lei, ancora oggi al timone ma da qualche anno affiancata dalla figlia Valeria Radici Odero, di fatto la nuova frontwoman, dal cui entusiasmo e dalla cui dedizione alla causa passano oggi decisioni importanti: la filosofia green, la filiera completa. La cura e l’attenzione ai dettagli, d’altronde, lasciano ben trasparire una sensibilità femminile.

A Frecciarossa si respira aria da château, e non solo per i nomi franciosi con cui si era soliti nominare le etichette. Il fatto è che la storia nobile dell’Oltrepò è passata da qui, che ci troviamo sì in Lombardia ma che sembra di essere un po’ anche in Francia. Non sorprenda perciò se questo pregresso e queste suggestioni si riflettono in una proposta curatissima e tutto men che leziosa, dove la consapevolezza tecnica si unisce ad una connaturata vocazione territoriale in grado di vestire di eleganza i Pinot Nero della casa, che spaziano dal metodo classico alla vinificazione in bianco, dal rosso d’annata al pinonuar di prospettiva.

Non restano indietro i vini tipici ricavati da vitigni locali -croatina, barbera e uva rara-, che trovano oggi un pregevole compendio nella nuova etichetta chiamata Annamari, capace di proiettare il temperamento sanguigno dei vini oltrepadani su traiettorie più finemente composte, lì dove rispetto delle proporzioni e saldezza materica si fondono per esplorare il territorio con una misura tutta nuova.

 

O.P. Extra Brut Pinot Nero I Moschettieri 2016

Tenui cromatismi annunciano un Brut stilizzato, che pur non avvantaggiandosi dell’articolazione e della profondità degli esemplari migliori della specie conserva una golosità appetitosa e diretta, e questo lui ti dà.

O.P. Extra Brut Pinot Nero Frecciarosé 2016

Passo decisamente più elegante qui, che si colora di sottigliezze e di un intrigante dettato aromatico, di frutto e fiore. C’è continuità, e una laminata consistenza tattile che va ad amplificarne la sensualità.

O.P. Pinot Nero Sillery 2018 (Pinot Nero vinificato in bianco)

Un bianco carta così erano anni che non lo vedevo. Precede di fatto un sussurro, un soffuso “non dire”, da cui emergono il nervo viperino dell’acidità e una delicata suggestione floreale. Qui non c’è spazio per le asserzioni, casomai è un gusto silente a conquistarti alla distanza, se solo ti metti ad ascoltare.

O.P. Pinot Nero Margherita 2018 (rosato)

Decisamente brillante e ben scandito, possiede grip, progressione, sapore e una gustosa scia floreale. E per un Rosato è manna santa.

O.P. Riesling Gli Orti 2016

Lo spettro aromatico, di per sé portato al dettaglio, si incrina per via di certi sbuffi trielinici, e così qualcosa in lui va a perdersi e a disunirsi. In bocca è cremoso, denotando carattere più che freschezza. Un po’ rigido e caldo nel finale, a dire il vero, dopo che ne avrai apprezzato l’andamento placido e confortevole.

O.P. Pinot Nero Carillo 2018

Delizioso, con l’impronta varietale felicemente dispiegata, si offre puro e carezzevole, nitido e bilanciato, supportato da una bevibilità straordinaria.

O.P. Pinot Nero Giorgio Odero 2014 (dalla vigna del Pino)

La foglia, il sottobosco, gli effluvi balsamici, la complessità. Segnato da un tratto evolutivo crepuscolare ma maledettamente affascinante, rivela un buon impasto di voci e una bella timbrica d’assieme, checchennedica il pizzico di alcol in sovrappiù.

O.P. Pinot Nero Giorgio Odero 2015 (dalla vigna del Pino)

Più integro, fresco, impettito e vibrante rispetto al ’14, con il suo profilo saldo, sapido e speziato non ha timore di affrontare il tempo, e la parola futuro qui ti vien facile.

O.P. Uva Rara 2016

Possiede il turgore di un vin de pays: sanguigno, procace, generoso, speziato, col tannino scalpitante. Senza dubbio territoriale, senza dubbio “gastronomico”.

O.P. Rosso Riserva Annamari 2017 (croatina, barbera, uva rara. In uscita dal novembre 2019)

Perfettamente a fuoco, non sfocia nella rustica veemenza del tipico rosso d’Oltrepò ma va ad acquisire una compostezza rara quanto inusuale. Una dote tannica finissima lascia lampeggiare un futuro all’altezza e nuovi orizzonti espressivi. Davvero buono.

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BRUNO VERDI

Paolo Verdi ha semplicemente rivoluzionato una storia familiare iniziata tre generazioni fa, e che già aveva visto il progressivo passaggio da fattoria promiscua ad azienda di commercializzazione vini. Ora, cavalcare professionalmente la commercializzazione dei vini in una terra come l’Oltrepò, come ha fatto il padre Bruno, significa per esempio dotarsi di infrastrutture importanti per stoccarvi “roba”, tanta “roba”: vasche di cemento, fermentini, botti, damigiane, tutto, perché da queste parti il vino scorre -e scorreva- a fiumi.

Oggi questi passaggi di tempo, con le antiche attitudini di un mestiere in continuo cambiamento, recano traccia di sé nell’edificio multipiano in cui ha sede la cantina, a Vergonberra, frazione di Canneto Pavese, una sorta di dedalo che niente lascia all’immaginazione: solo concretezza, dove ogni più piccolo anfratto serve a contenere qualcosa.

Ecco, Paolo Verdi ha “semplicemente” mutato prospettiva: produrre vini ricavati dalle proprie uve, ovvero porre al centro del discorso il vigneto, che può contare oggi su diversi siti privilegiati disposti sulle dorsali collinari di Canneto Pavese, Castana e Broni, tutti con spiccata propensione scenografica. Ah, sono passati più di trent’anni da quella decisione.

Paolo, come persona, ispira meticolosità e tradisce un carattere solo all’apparenza introspettivo. Sembra che il ragionamento sia sempre in circolo. E pure l’umiltà. In lui vedi il sano accanimento del vignaiolo che nulla lascia al caso. Questa perizia trova adeguata corrispondenza in una proposta enoica tanto variegata quanto priva di bemolle, abitata da Spumanti Brut ben disegnati e da uno dei Riesling più regolari e completi dell’Oltrepò, per approdare poi a rossi strutturati e territoriali nei quali non vanno disperse la potenza alcolica, il temperamento, la grinta tannica e il rigoglio di frutto, cuciti assieme però da trame premurose. E’ il caso per esempio del Rosso Riserva Cavariola, etichetta di culto della produzione “verdiana”, che alla giovanile riottosità del tratto – fibroso e materico –  risponde nel tempo sfoggiando una visceralità profonda, dote quest’ultima che non lascia mai indifferenti e che apre decisamente alla distinzione.

Ah, da poco il figlio di Paolo, fresco di diploma, è entrato a pieno titolo nel vortice produttivo: il futuro dei Verdi, viticoltori a Canneto Pavese, è assicurato.

O.P. Metodo Classico Vergonberra Dosage Zero 2014 (pinot nero 70%, chardonnay 30% – 50 mesi sui lieviti)

Leggerezza non significa semplicità. Tutto qui porta un segno sfumato, aereo, garbato. Il vino respira, la suggestione floreale ne affina il tratto, e lui è dinamico, sapido, dritto.

O.P. Riesling Vigna Costa 2017 (riesling renano, dalla vigna omonima)

Di questo bianco mi piace la misura con cui tutto si tiene, perché non dispone dell’acidità “portante” di un vino della Mosella, e la connaturata prestanza oltrepadana potrebbe giocargli un brutto scherzo quanto a dinamica e capacità di dettaglio. Eppure lui c’è, puntuale, ben rifinito, con un profilo morbido e confortevole da mettere sul piatto dei ragionamenti.

O.P. Buttafuoco 2018 (croatina in prevalenza, poi barbera e uva rara)

Concepito come rosso d’annata, esprime in modo luminosamente chiaro tutta la golosità del vino che poggia le sue ragioni su una sana dimensione varietale: è elegante, nitido, succoso, dettagliato. E’ la meglio gioventù, quando l’immediatezza si veste di senso.

O.P. Barbera Campo del Marrone 2017 e 2015 (da vigna singola)

Le insidie di una annata siccitosa come la 2017 si riflettono in quel timbro surmaturo, che inevitabilmente tende a rendere più impacciato lo sviluppo gustativo. Non così per la 2015, che a fronte di una imperiosa presenza scenica e di un tenore alcolico sostenuto conserva una reattività in grado di spingere il cuore oltre l’ostacolo, per guadagnare l’approdo di una pienezza senza troppi impacci.

O.P. Rosso Riserva Cavariola 2015 ( da uve croatina in prevalenza, poi barbera, uva rara e ughetta di Canneto raccolte e vinificate assieme; da vigna omonima, lì dove un tempo nacque il primo Sangue di Giuda)

Curiose note aromatiche di erbe e spezie, e poi saldezza, grinta, contrasti, giovanile nervosismo. Sbuffa e spinge ostentando austerità e vigore, la chiusura richiama alla mente grafite e liquirizia, il territorio pulsa.

Nota a margine: Cavariola 2001, assaggiato a tavola, si offre ovviamente in modo più disteso, sfoggiando tutta la profondità di cui è capace il sottobosco, mentre gli umori di fondo, la grinta e l’indole seriosa gli fanno assumere le sembianze di un Sangiovese di sponda montalcinese. Pensa te!

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SCUROPASSO

Quello che segue è un ritratto impressionista, nato dalla conoscenza di una sera in un contesto conviviale. Eppure Fabio Marazzi tradisce fin dal primo approccio una passione incontenibile verso il proprio lavoro, e per questo si fa ben ricordare. Assieme alla passione, c’è l’orgoglio di poter lavorare con la propria famiglia, moglie e figlia, sincere ispiratrici di una svolta ecocompatibile, a perpetuare una storia nata una cinquantina d’anni fa grazie a suo padre, dalla quale hanno preso vita tante meritorie basi spumante per le grandi casate vinicole oltrepadane, ma non solo.

Di Fabio mi resta la simpatia a pelle, anche se non ho ancora il polso della sua produzione. E’ bastato però un solo vino per farmi capire che forse mi sono perso qualche cosa, perché Roccapietra Zero 2013, Oltrepò Pavese Pinot Nero Metodo Classico Pas Dosé, con i suoi 50 mesi trascorsi sui lieviti scuote i sensi e fa drizzare le papille. C’è una freschezza “nordica” ad arieggiarne la trama e a fondersi però con l’indole mediterranea, propiziando un cortocircuito felice in cui grana tattile, frutto, solarità acquisiscono toni più sfumati, mossi da una energia vibratile e interiorizzata che lascia emergere sapore vivo, senza ridondanza alcuna, rendendo l’idea di un vino di cuore più che di testa.

Sono passato varie volte da Rocca de’ Giorgi, lì dove il paesaggio si fa evocazione. Mancare l’appuntamento con la Cantina Scuropasso potrebbe avere a che fare con gli errori dello spirito. Non resta che il ritorno, per rimediare a una svista.

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BISI

Claudio Bisi è un vignaiolo molto stimato, anche e soprattutto dai suoi colleghi, che vedono in lui un rossista di rango, quindi un riferimento. Claudio è anche simpatico, ciarliero, preparato: la sua compagnia è piacevolezza.

Dalla nutrita compagine di etichette emergono alcuni tratti salienti: da un lato la volontà di esplorare tipologie diverse di vino, aspetto accomunante di tanta produzione oltrepadana, in questo caso con una predilezione per i vini rossi, in particolare la Barbera, spesso costretta alla comprimarietà ma di fatto uno dei vitigni di più affettuosa storicità per il territorio.

L’eclettismo produttivo va di pari passo con quello stilistico-interpretativo, che si muove fra metodi ancestrali e vinificazioni in acciaio, fino all’uso del rovere piccolo e nuovo nelle selezioni più ambiziose, figlie di una agronomia selettiva tesa ad ottenere uve a pieno grado di maturazione.

Ed è così che alle trame un po’ “obbligate” ed ingombranti della Barbera Roncolongo, sicuramente potente e primattrice ma che non fa del dinamismo la sua arma migliore, risponde la sorprendente Barbera Senza Aiuto, nata così come mamma l’ha fatta, senza aggiungere o togliere niente a ciò che la natura ha voluto per lei in quell’annata.

Senza Aiuto 2015 possiede sulla carta tutte quelle doti che farebbero propendere alla staticità: peso strutturale, calor’alcolico, rigoglio di frutto, ingombro materico. Eppure….. eppure presenta una facilità di “tracannamento” incredibile, e una pienezza colma di senso. Un vino grosso ma leggero, pensa te, e uno dei più grandi rossi d’Oltrepò mai incontrati fin qui.

Ah, tutti i vini di Claudio sono marcati IGT, nessun vino cioè ricade in una DOC, suppongo per scelta. Un ulteriore, piccolo segnale di indipendenza da parte di un vignaiolo assolutamente pensante.

 

Foto di gruppo in un interno (da sx a dx): Paolo Verdi con il figlio, Valeria Radici Odero (Frecciarossa), Lorenzo Coli (mio sodale), il sottoscritto, Andrea Picchioni, Fabio Marazzi ( Scuropasso), Claudio Bisi

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