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I vini del mese e le libere parole. Settembre 2019

Jura, Roussillon e Barberino Val d’Elsa per i bianchi; Montalcino, La Morra e Panzano per i rossi.

Oppure mettiamola in questo modo: Labet, Gauby, Monsanto; Le Chiuse, Sassetti Livio Pertimali, Marcarini e Rampolla.

Ecco, in compagnia di vini così ho capito perché a settembre ha fatto sempre sole.

E il troppo sole – si sa –  scatena le libere parole.

 

Côtes du Jura Chardonnay Bajocien 2013 – Domaine Labet

Non pensavo si potesse osare tanto. Non pensavo si potesse arrivare così lontano, a sfidare l’irraggiungibile. E invece è accaduto, una sera, di fronte al mare, a ben vedere il luogo migliore per propiziare questa nuova congiunzione astrale: entrambi, vino e mare, apparentemente senza confini.

Mosso da un incredibile anelito di purezza, Bajocien Les Juvéniles 2013 di Domaine Labet non è semplicemente uno dei più grandi bianchi dello Jura, non è semplicemente uno dei più grandi Chardonnay di sempre, ma è uno dei più, e basta.

Con Bajocien ’13 l’asticella del coinvolgimento emozionale si sposta inevitabilmente più in alto, fin quasi a non vederla più. La parola definitivo si fa cumsustanziale.
Durissimo ritornare giù.

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Côtes Catalanes Coume Gineste 2012 – Domaine Gauby

A rincorrerle tutte, le cose di cui sa, ti ci perdi. Meglio rinunciarci.
Fai prima a dire che dentro Coume Gineste (2012) di Domaine Gauby c’è il prima e il dopo, l’oriente e l’occidente, il bianco e il nero, il reale e il trascendente.
Cazzarola, mille colori e mille voci in un bicchiere solo. Una vertigine, più che un vino!

Impressionante per come la materia si traveste fino ad abbracciare la consistenza di una nuvola, e impressionante per il modo in cui si infonde quella enorme, e ribadisco enorme, mineralità.

Un vino contundente, raro e prezioso come quegli amici che amano la condivisione (ogni riferimento a Claudio Corrieri è puramente voluto).

 

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Fabrizio Bianchi Chardonnay 2006 – Castello di Monsanto

Stappare un vino del genere non appartiene (più) alla categoria dei gesti eroici. Casomai è l’occasione buona per attirarti gli strali degli oenophiles più smaliziati, che potrebbero commentare l’atto balzano arricciando delusi il sopracciglio dell’indifferenza. Quasi si trattasse di un’azione di retroguardia, o di un inutile amarcord.

Che volete, un vino del genere si porta sulle spalle la nomea dequalificata dello “sciardonné barriccato”, per di più temerariamente prodotto al difuori dei sacri confini di Borgogna. Dove credi di andare? ti incalzerebbero quelli di prima alzando anche il secondo, di sopracciglio.

Di più, a suo modo testimonia l’imbastardimento di un territorio a lunga tradizione vitivinicola come il Chianti a suon di vitigni internazionali, e di questo si lamenterebbero anche i puristi e gli etnografi.

E ancora, come se non bastasse, il tappo (sì il tappo), con quella ferita nerastra e ormai rappresa nella parte esposta all’aria, non faceva altro che prefigurare il peggio.

Da parte mia posso solo dirvi che ci ho messo una curiosità sincera, per accostarmi a questo Fabrizio Bianchi Chardonnay 2006 di Castello di Monsanto.

Da parte sua invece posso solo dirvi che le congiure altrui mica lo hanno scalfito. E neanche quelle del tempo, che anzi ne hanno elevato l’armonia, il garbo, il disegno, il respiro e il temperamento.

Restare a bocca aperta a noi ha giovato, agevolando la meccanica reiterata della beva.

Ché poi, rispondere coi fatti, o che bello sarà!?

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Brunello di Montalcino 2013 – Le Chiuse

Qualcuno, in presumibile delirio alcolico, potrebbe persino domandarsi se esistano vini con l’eco. Io più sobriamente dico sì.

Prendi lui, ad esempio: lui canta da baritono, e il concetto di profondità nel suo caso troverebbe adeguata corrispondenza solo nelle parole incrociate, dove temerari enigmisti hanno osato rispolverare il termine arcaico “imo”, che mi ha fatto sempre interrogare sulle infinite possibilità di una lingua complessa come la nostra, ma che dinnanzi a un vino così rende perfettamente l’idea.

Il fatto è che il Brunello di Montalcino 2013 de Le Chiuse è un vino la cui voce è un rimbombo, che arriva fino al midollo per poi ritornare su. Non ti lascia in pace, ti stimola, ti racconta, ti ammonisce, ti scuote, ti eccita.

E quando un vino ti apre il suo cuore come fa lui, fra incanto e visceralità, è impossibile resistergli.

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Barolo Brunate 2013 – Poderi Marcarini

Non so se sono strano io, ma resto convinto che una delle espressioni più pure e caratteriali del vino d’autore langarolo dimori nel Barolo Brunate dei Poderi Marcarini di La Morra. E non da adesso, naturalmente.

Le accelerazioni, i cambi di ritmo, le pieghe di sapore e i sospiri di autenticità che covano sotto la scorza di questo vino concepito nel registro classico, restano per me ineludibili tasselli di un effettivo privilegio.

Prendi il 2013, ad esempio: nitore, profondità, saldezza, tensione, freschezza,,,, e quella inflessione caratteriale così nobilmente austera che è un po’ la sua cifra, o meglio, la cifra di quel cru.

Difficile azzardare epiteti fino a spingersi a una idea di paradigma, troppi gli ostacoli e i distinguo, ma se proprio la dovessi buttar là il paradigma del Barolo sta racchiuso in questo mio bicchiere, assieme al ferro, alla viola, alla liquirizia, e a quel grumo di sensazioni non dette che riempiono di senso le parole che non ho.

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Brunello di Montalcino Riserva 2012 – Sassetti Livio Pertimali

Livio, dall’alto delle sue ottantasette primavere, squadra ancora con dedizione da apprendista la sua vigna di Pertimali. Livio scrive poesie, poesie in rima, le cui parole e il cui sentimento combaciano alla perfezione con il suo volto e la sua fisicità. Fra ironia e incanto celebrano la vita, con la campagna che c’è lì.

Nel frattempo il figlio Lorenzo fa vino, e lo fa maledettamente bene. D’altronde ha idee chiare in testa. Ed io mi ritrovo, una volta ancora, in compagnia del loro Brunello Riserva 2012, che è un vino coerente con questa storia qua, dal momento che è la vita in lui a cantare.

Impressionante nitidezza, invidiabile capacità di dettaglio e struggente candore, nel segno dell’autenticità la più autentica. Imperdibile, e ogni volta che lo bevo penso un po’ a Soldera.

 

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Sammarco 2012 – Castello dei Rampolla

Un virgulto, dove l’energia scorre sia dentro che fuori. La sua intensità non lascia scampo, e quel finale lunghissimo e salato testimonia la resa incondizionata dell’uomo di fronte alle ragioni del territorio. E’ quando le cose, da un certo punto in là, non le puoi più governare, che alla bellezza ci pensa lui.

Per quanto mi riguarda invece, è come se fossi di nuovo lì, sul poggio mozzafiato di Santa Lucia in Faulle, assieme a mio padre e a una 127 rossa, in una delle nostre innumerevoli domeniche chiantigiane.
Mio padre che indica col dito e mi dice: “ricordatelo, quella è la casa di Alceo di Napoli Rampolla”, ed io che non dimentico.

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Nella immagine di copertina: “Postumi di sbornia”, di Toulouse Lautrec

 

 

 

 

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