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Taccuino francese/4: weekend alsaziano

Sabato 5 settembre

Arrivo a Colmar in tarda mattinata. Il meteo è mercuriale, la città fascinosa, anche se più turistica di come me la ricordavo, come un po’ tutto questo angolo fatato d’Alsazia, con le influenze, anzi impronte, tedesche (siamo al confine con la Germania e tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la regione è passata di mano quattro volte, diventando francese solo alla fine della Seconda guerra mondiale) ancora vive nelle case con i tetti aguzzi, nelle facciate a graticcio delle abitazioni (le maison à colombages), nei filari di riesling, nei nomi dei villaggi, molti dei quali (Bergheim, Eguisheim, Ingersheim, Turckheim, Sigolsheim, Wintzenheim, ecc.) contengono la parola Heim (in tedesco, “casa”, “domicilio”, “residenza”), e dei cru (Altenberg, Brand, Eichberg, Fusterntum, Goldert, Kastelberg, Kirchberg, Schlossberg, Schoenenburg, Rangen, Spiegel, ecc.).

Colmar ha dato i natali a Frédéric Auguste Bartholdi, l’autore della Statua della Libertà, la cui casa, oggi museo a lui dedicato, è visibile al numero 30 di rue des Marchands, parzialmente pedonale e tra le più caratteristiche della città vecchia.

Flashback. Nel 1988 esce Frantic di Roman Polanski (l’anno dopo il regista, al tempo cinquantaseienne, avrebbe sposato la co-protagonista del film, l’allora ventitreenne Emmanuelle Seigner, ma questa è un’altra storia). Ricordo ancora la scena in cui il dottor Walker (Harrison Ford), un americano a Parigi per un congresso di medicina che cerca disperatamente di salvare la moglie rapita, si risveglia dopo una colluttazione, guardando dall’oblò di una chiatta la Statua della Libertà. Dopo l’iniziale stupore, scopre, e noi con lui, di essere ancora a Parigi. Quella che Harrison Ford vede nel film è la copia in scala ridotta che si trova sul Pont de Grenelle all’Île aux Cygnes, poco lontano dalla Tour Eiffel (al progetto della statua collaborò anche Gustave Eiffel) e in un primo tempo rivolta proprio a lei, salvo poi essere orientata nella direzione di New York verso la sorella maggiore.

Quante Statue delle Libertà ci sono a Parigi? Altre quattro: una al Jardin du Luxembourg, una all’interno del Musée d’Orsay, due (una interna e una esterna) al Musée des Arts et Métiers. E in Francia? A quanto pare più di una trentina, trentasei per la precisione. La più importante è posta all’ingresso nord di Colmar: una replica alta 12 metri inaugurata il 4 luglio 2004 per commemorare il centesimo anniversario della morte del suo autore.

Nel pomeriggio sono al Domaine Weinbach della famiglia Faller a Kaysersberg. È delimitato dal perimetro del Clos des Capucins, sette ettari di vigneti e rose su suoli limoso-calcarei chiusi dai muri di un antico convento cappuccino (le prime vigne sono state messe a dimora in questo luogo nel IX secolo, la prima cantina costruita dai frati nel 1612; l’“etimo” non mente: in tedesco Weinbach è, alla lettera, “ruscello del vino”). Di fronte si erge la magnificenza del Grand Cru Schlossberg, arrampicato su un rilievo montano dei Vosgi, nel comune di Kientzheim, lungo 80 ettari esposti a sud con pendenze molto pronunciate e terreni in granito. Qui i Faller hanno ben 15 ettari, la maggior parte dei quali piantati a riesling, dei 28 di cui si compone la proprietà, dal 2008 coltivati secondo agricoltura biodinamica (iniziata con i primi otto ettari nel 1998).

Assaggio in compagnia di Eddy, fratello di Théo, attuali conduttori e figli di Catherine, la quale, impegnata con altri ospiti, fa ogni tanto capolino in sala. La tenuta, acquistata dai fratelli Faller nel 1898, fu rilanciata dal nipote Théo, personaggio politico di primo piano, strenuo propugnatore del vino di qualità, tra i promotori dell’AOC Alsace. Dopo la sua morte nel 1979, ne ha raccolto il lascito la moglie Colette, mentre più tardi la figlia Laurence, sorella di Catherine, comincia a praticare vinificazioni meno morbide ed esuberanti, privilegiando quella finezza aromatica e gustativa che è il tratto distintivo dei grandi bianchi firmati da questo celebre domaine.

Sfilano sul tavolo una ventina di bottiglie.

Il Sylvaner 2019 ha frutto fresco al naso e polposo al palato, con quota naturale di glicerine, buon sapore, finale di pera e pesca. Il Pinot Blanc 2019 è piacevole, fresco, tonico. Il Muscat 2019, con lieve passaggio sulle bucce, ha invitanti input aromatici (rosa, litchi, pesca), palato succoso, contrastato, intenso, fresco, persistente.

Les Vignes du Prêcheur 2019, nuova, articolata cuvée dal terroir di Rorschwihr (riesling in percentuale maggioritaria più pinot gris, auxerrois, muscat, sylvaner), è polposo, tonico, con eleganti sapori di muschio e incisivo sottofondo minerale.

Il Riesling Cuvée Théo 2019, dalle vigne più giovani, è ovviamente embrionale, ma ha un palato assai promettente per le note di fiori ed erbe, la freschezza minerale, il finale asciutto, intenso.

Il Riesling Cuvée Colette 2018, dalle uve della parte bassa dello Schlossberg, ha sentori pietrosi e una prima formazione idrocarburica, con un palato succoso, vibrante, incisivo, saporito, che alterna note di menta e minerali a centro bocca e accenni di cherosene nel finale.

Il Riesling Grand Cru Schlossberg 2018, dalle rese bassissime (18/25 ettolitri per ettaro), ha freschezza d’acciaio, lama di agrume, erbe e minerali, con una bocca polposa, integra, tonica, sapida, ancora embrionale.

Eddy apre un’annata più vecchia per vedere l’evoluzione e il Riesling Grand Cru Schlossberg 2005 esplode: colore paglierino dorato brillante, naso stagliato sull’idrocarburo, palato pieno di succo, erbe officinali e côté balsamico-mentolato, avvolgente e asciutto, con lunghissimo finale a base di minerali nobili e zesta di agrume candito.

Poi un intermezzo a base di pinot nero. Il Pinot nero 2018, da terreni calcarei, è godibile e sfizioso (lampone e mirtilli, pepe e carattere, tonico e speziato), mentre il Pinot Noir Altenbourg 2017 ha lo stesso afflato fruttato (mirtilli, more) e analoga speziatura, con un palato più caldo e strutturato. Si riprende con i bianchi.

Il Pinot Gris Clos des Capucins 2019 ha 5 grammi di zucchero residuo e un palato intenso, morbido, quasi grasso, potente. Altrettanto generoso e morbido-tardivo, ma più minerale e dinamico il Pinot Gris Cuvée Sainte Catherine 2018, proveniente dalla parte più bassa dello Schlossberg. Il più completo e invitante tra i Pinot Gris è la Cuvée Laurence 2018, 14 grammi di zucchero residuo per un portamento morbido, tardivo, generoso, con finale più minerale e delineato.

Il MF Ø Macération Furstentum Ø Intrant 2019 (gewurztraminer e pinot gris da una parcella marnoso-calcarea acquisita nel 2019 e in conversione al biodinamico, non filtrato e vinificato senza solfiti) segna invece l’incursione nel campo dei vini “orange” (tre settimane sulle bucce e otto mesi sulle fecce in serbatoi d’acciaio): colore arancio intenso, profumi di buccia di arancia, campo di fiori, gelsomino, sambuco, riduzioni minerali, palato pieno, intenso, aromatico, molto stilistico ma non privo di carattere (ecco la rosa trasfigurata del gewurztraminer, che in Alsazia si scrive senza la dieresi sulla “u”), bel tannino incisivo, finale asciutto, secco.

Il Gewurztraminer Cuveé Laurence 2018, dai terreni calcarei della parte bassa della collina Altenbourg, vendemmiato a fine settembre, 25 grammi di zuccheri, ha colore paglierino brillante, un bel naso di carattere aromatico (note esotiche e floreali), palato succoso, morbido, tardivo, invitante.

Il Gewurztraminer Altenbourg 2019 ha un naso di classe (la pesca, la rosa, le note affumicate), con bocca morbida, equilibrata, godibile, esotica, e un finale di bella nonchalance, con nocciolo di pesca e zuccheri in asse.

Il Gewurztraminer Grand Cru Furstentum 2019, dai terreni più alti della collina (350 metri), ha veste paglierino brillante ed esibisce la pienezza della pesca e l’élite olfattiva del gewurztraminer. Palato morbido, grasso, permeante senza essere stucchevole, adagiato senza svenevolezze.

Di grande purezza il Gewurztraminer Grand Cru Mambourg Vendange Tardive 2017, limpido al colore, esotico-speziato-floreale ai profumi, dal palato denso, succoso, felpato, tropicale (ananas), lungo e sinuoso, ampio e modulato.

Rimanendo al magico mondo delle vendemmie tardive, il Pinot Gris Vendange Tardive 2017 ha impeccabile tratto olfattivo con frutta esotica e camomilla, e un palato dal frutto invitante (mango, pesca), dallo zucchero puro, dalla gentile carezza tattile, dal finale ariosamente aromatico.

Dal canto suo, il Pinot Gris Sélection de grains nobles 2017 ha colore paglierino brillante, un olfatto di squisita botrite esotica e sentori speziati, un palato denso, esotico, grasso, intenso, puro, contrastato, dolce, persistente: una scala gustativa ascendente.

Il Riesling Schlossberg Sélection de grains nobles 2017, infine, è una quintessenza: paglierino brillante e olfatto aristocratico, elegante, penetrante, di muffa nobile balsamica e mentolata, con lo zucchero filato del riesling e una messe di agrumi canditi. Il palato ha purezza e contrasto, con una dolcezza armonica e modulata, uno sviluppo composto e raffinato, una persistenza densa e lunghissima. Solo 200 litri prodotti.

Domenica 6 settembre

Capoluogo dell’Haut-Rhin, centro industriale e commerciale, luogo romantico (la Petite Venise nel vecchio quartiere medievale di Kratenau attraversata dal placido corso del Lauch, anche navigabile), Colmar è anche una città d’arte. La gotica St-Martin sorge sulla place de la Cathédrale, è circondata da antichi edifici, colpisce per le sue dimensioni e rappresenta al meglio la koinè architettonica del tempo.

L’elegante Dominicains, la chiesa dei Domenicani fondata dall’imperatore Rodolfo d’Asburgo nel 1283, è un’altra gemma del gotico, ha belle vetrate trecentesche e ospita uno delle più importanti opere della pittura tedesca del Rinascimento: la Vergine del roseto di Martin Schongauer, che nacque a Colmar e vi trascorse gran parte della sua vita. Nella tavola, datata 1473, figura un chardonneret, un cardellino, così chiamato perché si nutre di chardon, di cardi. C’è qualche legame etimologico con lo chardonnay?

Poco distante da qui (il centro storico di Colmar si vede in una giornata), la maison des Têtes è un edificio del 1608 curioso e caratteristico: sulla facciata sono scolpite 106 piccole teste in pietra.

Il gioiello della città è il Musée d’Unterlinden. Ricavato nel duecentesco convento dei Domenicani di Unterlinden (accanto al bel chiostro in arenaria rosa dei Vosgi si apre la cave du vigneron con torchi del Seicento ed enormi botti alsaziane del XVIII secolo), ospita una collezione di pregio, che spazia dalle antichità romane e merovinge all’arte alsaziana e alto-renana medievale, dalle meravigliose sculture delle cattedrali gotiche ai pittori moderni (Monet, Renoir, Braque, Léger, Picasso), dalla prima natura morta francese che raffigura bottiglie e libri (ca. 1525) ai dipinti di Holbein il Vecchio e Lucas Cranach il Vecchio, dalle opere dello stesso Schongauer a uno dei capolavori della storia della pittura: il polittico di Issenheim del tedesco Matthias Grünewald.

Ubicato dal 1832 nel coro del convento e suddiviso in più parti, fu eseguito dal 1512 al 1516 per l’altare maggiore della chiesa del monastero di Sant’Antonio dell’omonimo villaggio alsaziano. È un grandioso complesso composto da quattro ante mobili dipinte su ambedue le facciate, di due sportelli fissi e una predella a una sola facciata. A sportelli chiusi, il polittico mostra il San Sebastiano, la Crocifissione e il Sant’Antonio, mentre nella predella c’è il Compianto sul Cristo morto.

Aprendo gli sportelli, si rivelano l’Annunciazione, l’Allegoria della natività e la Resurrezione. Il terzo strato è chiuso dai Santi Eremiti Antonio e Paolo e dalle Tentazioni di Sant’Antonio. Capolavoro di luci fredde, colori abbaglianti e fosche rappresentazioni espressioniste, il polittico trova i propri apici drammatici nella straziante Crocifissione, con il corpo di Cristo martoriato (le mani e i piedi assumono forme tormentate per il dolore provocato dai chiodi) e quasi “epilettico”, cui fa da pendant il sottostante Compianto, e nelle Tentazioni di Sant’Antonio, ardita e folgorante rappresentazione figurativa dove i mostri non sono più visioni staccate dal soggetto, e perciò dominate dallo sguardo, ma esseri che lo aggrediscono fisicamente, operando un’invasione del piano di realtà.

A causa del restauro dell’opera, non era visibile la Crocifissione. La predella del Compianto, ultimata nel restauro, testimonia una resa cromatica fin troppo accesa, quasi “spinta”, che sottrae spazio alle mezze tinte, alle sfumature, a favore di una maggiore “spettacolarità”, o spettacolarizzazione, del dipinto. È una tendenza che il restauro contemporaneo porta con sé da ormai qualche decennio (celebre a riguardo il contestato restauro degli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina, i cui colori troppo manieristici e “gridati” rendono senz’altro gli episodi più visibili da terra, sacrificando però i dettagli del chiaroscuro e del modellato) ed è un atto irreversibile.

È un po’ la differenza che sussiste, mi si passi il paragone, tra i film in pellicola e quelli in digitale. Questi ultimi sono molto più luminosi, ma anche più uniformi e asettici. Sono file, non supporti fisici che fanno sentire la loro presenza (anche con graffi, salti, come accade con la proiezione di una pellicola). Anche qui è una questione di resa: nel digitale è troppo limpida, troppo perfetta, troppo hi-tech. L’alta definizione appiattisce le sfumature, i chiaroscuri, le imperfezioni. Le pennellate troppo sgargianti sottraggono spazio al mistero.

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