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Cascina Nirasca e il gioiello dell’Alta Valle Arroscia: l’Ormeasco di Pornassio

Con questo articolo inizia la sua collaborazione con L’AcquaBuona Andrea Li Calzi, brillante e infaticabile reporter del vino, insignito del premio giornalistico del Roero 2021

La Liguria è caratterizzata a 360 gradi da una doppia anima. Modi monetina, mostra due facce diverse ma quando la si fa volteggiare per aria il risultato è che appare sempre quella più inflazionata e commerciale, soprattutto nell’immaginario collettivo. La vicinanza strategica con città quali Milano e Torino l’hanno resa celebre già da oltre mezzo secolo, è sempre stata richiestissima in termini di turismo per via dei 350 chilometri di costa che vanno dalle Cinque Terre (Sp) a Ventimiglia (Im); è nota per le bellezze paesaggistiche e inoltre la straordinaria vicinanza tra vette prealpine e acque il più delle volte cristalline che caratterizzano il Mar Ligure la rendono ancor più inimitabile.

Anche i prodotti gastronomici sono conosciuti, impossibile non ricordare il famoso olio extravergine d’oliva, ingrediente principale, assieme al basilico, dell’altrettanto noto pesto, una delle salse più consumate al mondo. Da molti anni ormai anche la viticoltura occupa una posizione di rilievo nell’economia della regione. Indubbiamente i vitigni a bacca bianca sono i protagonisti di queste colline, spesso impervie e caratterizzate dai cosiddetti muretti a secco, Patrimonio Unesco dal 2018, veri e proprio angoli di terra strappati alla montagna per via della caparbietà dell’uomo. E’ doveroso ricordare che la Liguria è una regione molto lunga ma estremamente stretta, dunque lo spazio è da considerarsi quasi sempre un lusso. Ogni centimetro va sfruttato e l’ingegno della gente di quei luoghi ha permesso, attraverso i muretti a secco, di allevare, o coltivare, varie piante che possano assicurare sostentamento alle famiglie di viticoltori e contadini.

E’ sempre stato così, la necessità talvolta è l’unica vera chiave di (s)volta, come del resto anche in altre zone d’Italia: mi sovviene Carema, al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, o la Valtellina, Capri, Ischia… Tuttavia la Liguria non è soltanto turismo di massa e speculazione edilizia, olio extravergine e vino bianco (lo stesso che vien venduto a ritmi forsennati nei ristoranti della costa e servito ghiacciato tra una paranza di pesce e un tuffo in mare), ma è anche e soprattutto entroterra, borghi medievali, stupende vallate incontaminate, non ultimo per importanza il vino rosso.

Riguardo quest’ultimo tema, due i cavalli di razza: Rossese di Dolceacqua e Ormeasco di Pornassio. Del primo ho iniziato a parlare 8 anni fa e con sommo piacere devo constatare che da allora questo piccolo gioiello a bacca rossa ligure ha vissuto una vera e propria rinascita a carattere mediatico e commerciale, del secondo invece non se ne parla mai abbastanza, o peggio non se ne parla proprio, e a tal riguardo spero che questo mio articolo serva da sprone a tutto il territorio di Pornassio, perché a mio avviso l’ormeasco è un vitigno straordinario tanto quanto il rossese, ma urge una presa di posizione da parte dei suoi (pochi) artefici.

Uno tra questi è senza dubbio Marco Temesio, titolare assieme a Gabriele Maglio di Cascina Nirasca, una realtà vitivinicola nata nel 2003 con sede a Pieve di Teco (Im),  in Alta Valle Arroscia. Ho incontrato Marco lo scorso luglio ed è stata una giornata in linea con il carattere dell’estate 2021, ovvero tanta instabilità meteorologica: pioggia, sole, vento, di nuovo pioggia. Per fortuna anche focaccia, paesaggi, formaggelle, chiacchiere, risate e buon vino.

Fatte le dovute presentazioni Marco inizia il suo racconto: “Furono probabilmente i primi mercanti greci ad introdurre e diffondere la vite nella nostra regione, insegnando alle tribù Liguri anche le tecniche di produzione, che poi gli abitanti diffusero nelle regioni limitrofe. Infatti, in Liguria, la coltura razionale della vite si deve ai Focesi, nel VI secolo a.C., che fondarono diverse città sulle rive del Mediterraneo, fra cui Marsiglia. La coltivazione della vite in Liguria è segnata dal paziente lavoro dell’uomo che nel corso del tempo ha contribuito a modificare la struttura del territorio, opera difficile a causa dei terreni impervi: su terrazze, piccole fasce di terreno, che possono trovarsi in collina, vicino al mare o nell’entroterra, scavate nel fianco della montagna e sostenute da muretti di pietra a secco.

Un altro elemento fondamentale della viticoltura ligure è il clima, e lo si può constatare anche da semplici turisti perché in questa regione, salvo rari casi, non esiste mai la giornata di pieno sole o di sola pioggia. Lo stesso varia notevolmente a seconda delle zone: lungo le coste risulta piuttosto mite, mentre c’è un clima tipico di montagna sul fronte padano. I venti sono importanti, ad essi si deve la mitezza del clima, oltre alla naturale protezione della catena alpino-appenninica e all’azione mitigatrice del mar Ligure. La siccità è indubbiamente il nemico pubblico numero uno, le precipitazioni sono poco frequenti ma abbondanti. Ciò che la Liguria è in grado di vantare rispetto ad altre regioni è l’incredibile contrasto tra mare e montagna: due lunghe “parallele” che scorrono vicinissime tra loro in grado di determinare corretta ventilazione, condizioni atmosferiche ideali – solo per citare un esempio, quest’anno la provincia di Imperia è stata premiata da una nota testata giornalistica italiana quale provincia con il clima migliore d’Italia -, luminosità preziosa per la coltivazione della vite, ma anche di ulivi e fiori.

Lascio nuovamente la parola a Marco per presentare la sua cantina: “Cascina Nirasca dal 2003 produce vini Doc della Liguria di Ponente; 4,5 ettari di vigneto di proprietà supportati da una cantina attrezzata a Pieve Di Teco, una consulenza avviata di recente con l’enologo ligure Alex Berriolo, grande passione per la viticultura e amore per il territorio. Di recente anche mio figlio Nicolò sta imparando i segreti del mestiere. Essendo una attività prettamente familiare, il controllo di tutta la filiera produttiva, ovvero vigneti, vinificazione, confezionamento, qualità, sono nelle nostre mani, elementi importantissimi che stanno alla base di un’azienda vitivinicola moderna.”

E’ tempo di parlare di Ormeasco di Pornassio, da me ribattezzato gioiello a bacca rossa dell’Alta Valle Arroscia. Questa vallata prende il nome dal torrente omonimo, lungo circa 36 km, che scorre tra le province di Imperia e Savona; la zona è nota perché culla di una tra le varietà di aglio più pregiate d’Italia, l’Aglio di Vessalico, utilizzato per la preparazione del celebre pesto alla genovese. I vigneti di Cascina Nirasca, per quanto concerne il vitigno ormeasco, son ubicati nei comuni di Pornassio, Acquetico, Nirasca e Armo, in provincia di Imperia, con altitudini variabili tra i 450 e i 650 metri sul livello del mare.

Terrazzati in maniera a dir poco spettacolare, sono un tutt’uno con la macchia mediterranea e con una miriade di erbe aromatiche che crescono spontanee anche ai bordi delle strade. A seconda dei comuni e dei versanti il terreno è misto: una matrice di marna bianca con placche di argilla rossa e sabbia su incursioni di calcare e gesso. La leggenda narra che fu la comunità benedettina a selezionare i cloni dell’attuale vitigno ormeasco, strettamente imparentato con l’uva dolcetto; il costante rapporto con i centri della comunità Pavese agevolò il compito, perché a quei tempi era una delle  uve maggiormente coltivate nel succitato territorio lombardo.

Nel corso degli anni questo vitigno si è adattato perfettamente al territorio della Valle Arroscia, ha acquisito caratteri specifici e difficilmente assimilabili, a livello sensoriale, all’uva dolcetto, coltivata ancor oggi soprattutto in Piemonte. Il particolare microclima della media e alta collina ligure è unico, non solo per i vitigni a bacca a bianca ma anche e soprattutto per quelli a bacca nera. La relativa vicinanza del mare, la vegetazione circostante e la presenza imponente delle Prealpi Liguri concorrono a creare un pedoclima favorevole e particolarmente idoneo alla coltivazione della vite. Gli anni di esperienza, uniti a una grande coscienza critica che contraddistingue il carattere di Marco Temesio, hanno portato il nostro protagonista ad occuparsi quasi esclusivamente di vini in rossi in una terra di bianchi.

Coraggio, determinazione, spirito di sacrificio e attaccamento alle tradizioni sono armi necessarie per poter intraprendere una sfida tanto ambiziosa, ma il tempo ha dato ragione al nostro protagonista. Oggigiorno eleganza, freschezza, profondità gustativa sono le caratteristiche più richieste dai mercati nazionali e internazionali e l’Ormeasco di Pornassio possiede tutte queste caratteristiche, oltre a una buona capacità d’affinamento. La cantina completa la gamma di vini con le due classiche uve a bacca bianca della riviera di ponente: vermentino, allevato in due comuni della provincia d’Imperia, Costarainera e San Lorenzo al Mare, tra i 120 e 240 metri sul livello del mare, e il fuoriclasse pigato, con vigne a Salea, frazione di Albenga, tra le più storiche aree viticole della provincia di Savona.

Riviera Ligure di Ponente Pigato 2020

Filari ben esposti e costantemente baciati dal sole, il pigato, a Salea di Albenga, affonda le proprie radici in un terreno marnoso e ferruginoso che risente dell’influsso delle calde brezze marine, talvolta rinfrescate dalle correnti fresche che arrivano dalla Prealpi Liguri, in particolare quelle della zona di Ranzo nella Bassa Valle Arroscia. Fermentazione e affinamento in acciaio, protocollo piuttosto classico. Paglierino chiaro, riflessi vivaci, tonalità elegante, consistenza. Parte in sordina per poi acquisire complessità dopo opportuna ossigenazione: limone, melone bianco d’inverno e ginestra su uno sfondo nettamente iodato puntellato da tante erbe aromatiche, tra cui salvia e maggiorana. In bocca gode di estrema sinergia tra parti sapide e acide, al momento in netto vantaggio le prime rispetto alle seconde; a mio avviso è ancora molto giovane. Tuttavia il vino scivola in bocca con estrema disinvoltura e si fa apprezzare per assenza d’alcol percepito.

Ormeasco di Pornassio Sciac – trà 2020

Altra particolarità di queste colline è proprio lo Sciac – trà, da non confondere con lo Sciacchetrà delle Cinque Terre (Sp). Sciac-trà, in dialetto ligure ”pigia e svina”, è un’antica tecnica usata per produrre, da vitigni nobili come l’ormeasco, un vino rosato in grado di rapire i sensi grazie a profumi ammalianti e alla estrema piacevolezza di beva. Il 2020 di Cascina Nirasca non fa eccezione, rosa cerasuolo con riflessi rame-buccia di cipolla, profuma di arancia sanguinella, fragolina di bosco, pepe rosa, con eleganti incursioni di sabbia bagnata, il tutto avvolto da una coltre floreale di rara eleganza. Tanta freschezza al palato e una lunga scia sapida dai rimandi fruttati/speziati, netta prevalenza di succo e polpa, assenza totale d’alcol percepito e un curioso finale salmastro che si presta magnificamente alla tavola imbandita.

Ormeasco di Pornassio 2020

Veniamo al primo dei due protagonisti di Cascina Nirasca, l’Ormeasco di Pornassio nella sua versione “classica”, vinificata in acciaio. Non amo la parola “base”, perché non identifica per niente questa bottiglia né tantomeno l’impegno dei nostri protagonisti a produrla. Lo si evince già dal colore, un rubino squillante che evidenzia sfumature porpora a bordo bicchiere. Il naso è un profluvio di fiori freschi quali violetta, geranio selvatico, lieve macchia mediterranea presto rinfrescata da una netta vena agrumata e un ritorno vivace di frutti rossi leggermente spremuti; chiude un ricordo di mandorla tostata e terriccio bagnato. In bocca il tannino è ancora vivace ma di grana fine, è un vino succoso, slanciato, dotato di un centro bocca intenso che sviluppa profondità dopo la deglutizione. Ciò che apprezzo maggiormente, e che a mio avviso rappresenta una sorta di minimo comun denominatore nei vini di Cascina Nirasca, è la totale assenza di alcol percepito nonostante la gamma di vini vada dai 12.5 % Vol. ai 13.5 % Vol.

Ormeasco di Pornassio Superiore 2019

Nella versione Superiore affina un anno in botti di rovere da 20 hl., più ulteriori 2 mesi in bottiglia prima della vendita. Tonalità lievemente meno carica della versione “classica”, un rubino caldo, vivace e di media trasparenza, si muove lento all’interno del calice disegnando archetti fitti e regolari. Annata che ha rivelato un po’ in tutt’Italia importanti doti aromatiche, in questo caso la spezia domina la prima parte dell’analisi olfattiva: pepe nero, noce moscata, immancabile macchia mediterranea – soprattutto ginepro – conquistano subito il naso, senza per nulla appesantirlo, le sfumature sono gentili, ariose, per nulla penetranti. Dopo lenta ossigenazione emerge il frutto croccante, spigliato, sa di ciliegia e lampone ma anche mandorla tostata e toni boschivi, balsamici, eucalipto e terriccio umido, lieve salamoia. Evolve magistralmente a distanza di ore, ingentilendo sempre più i suoi lineamenti. In bocca è seta che gioca a imitare la stoffa, la sapidità è sempre l’elemento distintivo dei vini di quest’azienda, in questo caso la stessa è allineata perfettamente a una freschezza invidiabile che lo rende “pericolosissimo” a tavola.

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Contributi fotografici di Danila Atzeni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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