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Fruttato, pària delle genti del vino

Il vitigno vermentino nero è stato riscoprito – che è ancora più forte di riscoperto – qualche decennio fa in Toscana, nell’area dell’alta costa che confina e sconfina in Liguria. Sulle prime si era pensato a una qualche familiarità con il vermentino bianco, per via di alcune somiglianze strutturali esterne, ma successive analisi genetiche hanno escluso qualsiasi collegamento tra le due varietà.
Si tratta dunque di un’uva originale. Esseri umani più informati di me (ci vuole poco) la descrivono in generale come poco tannica e allo stesso tempo abbastanza ricca in acidità. Oggi è coltivata esclusivamente “nel territorio ricadente sotto le denominazioni Candia dei Colli Apuani e Colli di Luni”, stando all’enografia tradizionale.

Ho ricostruito questo quadro stringato dopo aver bevuto un rosso che mi è garbato in misura particolare, il Vermentino Nero 2021 del Podere Lavandaro. Sulla carta pochi tannini e molta acidità, dunque. Il suo tratto principale non mi è parso tuttavia né una scarsa astringenza, né un’acidità pronunciata, bensì una vibrante energia di frutto. Il timbro fruttato è talmente esuberante da far pensare a una macerazione carbonica di base, e ad assimilarlo quindi, grosso modo, a un Beaujolais Nouveau.

Orrore, penseranno gli enofili più à la page. Gli enofili che danno per scontata la separazione manichea tra “pseudovini” novelli (“tutta robaccia fatta per biechi motivi commerciali, per vendere qualche bottiglia pure a novembre dell’anno di vendemmia”) e vini veri. Gli enofili che fanno un punto d’onore schifare et irridere il déblocage. Gli enofili che, per sovramercato, arrivano a considerare vini di serie b, c, e d tutti i rossi che in epoca moderna mostrino anche soltanto una frazione minoritaria di note fruttate.

Per costoro “fruttato” è a tutti gli effetti l’aggettivo degli ingenui, dei bevitori alle prime armi, dei palati naif. All’opposto dei descrittori “cool”, capitanati da salino (in genere preferito al più convenzionale salato, che pure ha una sua cittadinanza), sapido (variante), verticale, minerale.
Quest’ultimo, minerale, è peraltro caduto da tempo in disgrazia presso i più fedeli all’ortodossia, che prima magari lo usavano qua e là ma poi si sono intimiditi quando in una qualche conversazione su Facebook è arrivato l’enologo di turno e con tono ieratico ha citato un qualche studio di una qualche Università o Centro di Ricerca che ne ha dimostrato l’insussistenza.

Ciò che per inciso càpita spesso in altre curve insidiose della degustazione. Scrivi imprudentemente “l’ho stappato e all’inizio era ridotto”, arriva il puntualizzatore ampeloqualcosa o enotecnoqualcosa e ti fulmina: “ma che dici, non si tratta di riduzione in questo caso, è l’odore del dimetil-furfur-castrocarico, causato da un casse ferrico-bronzica da insufficienza di elio nel mosto”.

Ma ritorniamo a fruttato, pària del vino oggi. Quando ho scritto al Gentili, superesperto di vini toschi, su whatsapp: “per me questo Vermentino Nero è da bere a litri, anche se monocorde sul timbro del frutto, anche se molti lo considereranno quasi una parodia”, mi ha risposto: “come se fosse una vergogna fare vini fruttati, magari un po’ semplici ma gustosissimi”.

Ecco, appunto. La titolare del Podere Lavandaro mi dice che il rosso non fa macerazione carbonica, quindi l’esuberanza del frutto deriverà anche o meglio soprattutto dall’estrema gioventù (2021). Resta il fatto che un vino così limpidamente e ariosamente – non appiccicosamente o zuccherosamente – fruttato è una gioia per il palato.

Almeno per il mio.

One Comment

  • Nico ha detto:

    Buongiorno e complimenti per l’articolo, piacevole e arguto … come sempre del resto!
    Da tempo bevo il vermentino nero di Terenzuola e garantisco non stanca mai (… bella scoperta dirà qualcuno!).
    Vini fruttati fatti per ingenui (ma felici) bevitori, proibiti ai possessori di elitari instancabili polsi roteanti.
    Un caro saluto

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