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Mosnel: la forza di una pietraia in Franciacorta

Tra le tante cantine incontrate lungo il mio percorso franciacortino, Mosnel, che in dialetto bresciano significa “pietraia”, occupa senza ombra di dubbio un posto di rilievo. I motivi sono da addurre non soltanto alla costanza qualitativa dimostrata negli anni, per l’esattezza 46 dalla sua nascita – anche se la storia inizia nel lontano 1954 –, ma soprattutto all’energia che sprizza da ogni parola, gesto e racconto dei fratelli Giulio e Lucia Barzanò. La loro determinazione, unita alla coerenza che li contraddistingue, funge da vero e proprio faro all’interno di un territorio vitivinicolo – interessante quanto discusso – che ne ha viste di ogni, nel bene e nel male s’intende.

Tutto ha inizio nel 1836. Quando la famiglia Barboglio eredita a Camignone (Bs) una tenuta agricola, già a quei tempi l’attività vitivinicola occupava un posto di rilievo. A completare la tenuta, una villa seicentesca con statue di putti posizionate sul cancello d’ingresso e un cedro centenario – considerato l’albero più grande della Franciacorta –, elementi che ben presto divengono icone indiscusse di Casa Monsel.

La chiave di svolta, come spesso accade, sta nel voler trasformare un’attività agricola artigianale in una moderna azienda capace di sfruttare le tecnologie avanzate per puntare sulla qualità; tutto ciò avviene nel 1954 per mano di Emanuela Barboglio, allora poco più che diciottenne. Un anno dopo la nascita del Disciplinare di Produzione del Franciacorta, per l’esattezza nel 1968, l’azienda vanta la proprietà del primo vigneto Doc denominato il Roccolo. Nel 1976, finalmente, arriviamo alla vera e propria nascita del brand Il Mosnel, sostituito al nome di famiglia originario, successivamente accorciato in Mosnel. Un paio d’anni più tardi si decide di puntare tutto sulla produzione di vini Metodo Classico, scelta vincente che regala tante soddisfazioni ad Emanuela Barboglio. La stessa nel 1990 diviene socio fondatore del Consorzio Franciacorta.

Ai giorni nostri l’azienda vede al timone i suoi due figli Giulio e Lucia Barzanò: il primo segue la parte tecnica, produttiva e commerciale, la seconda si occupa del marketing, delle relazioni esterne e dell’export, attività fondamentali per poter raggiungere i traguardi prefissati. Sono ben 41 gli ettari gestiti, suddivisi in 18 vigneti, e si trovano tutti attorno alla cantina di famiglia all’interno dell’area di produzione del Franciacorta Docg, per l’esattezza nel comune di Camignone.

Le viti crescono su terreni morenici e fluvio-glaciali dove la matrice è composta da scheletro – perlopiù pietre –, elemento che dona ai vini eleganza, longevità, spessore e livelli di acidità ragguardevoli. Geograficamente parlando ci troviamo nell’area a sud del lago d’Iseo, i filari posano su dolci colline moreniche. Le vigne sono oggi condotte in regime di agricoltura biologica,  e vi vengono allevati i classici vitigni che rappresentano la denominazione, ovvero chardonnay (70%) e il pinot nero (15%). I conti non tornano ma il mistero è presto svelato perché un altro buon 15% è dedicato al pinot bianco, ben sette ettari, varietà che da sempre appassiona la famiglia Barboglio/Barzanò. Cultivar indubbiamente non facile, capricciosa, tuttavia in grado di regalare al bouquet di molti Franciacorta il giusto apporto di eleganza e finezza floreale.

L’altitudine dei vigneti è pressoché identica in tutto il corpo aziendale: ci troviamo a 250 metri slm con esposizione a est/sud-est; il fattore determinante è rappresentato in gran parte dai venti provenienti dalla Val Camonica mitigati dal Lago d’Iseo e dalla vicinanza delle Prealpi Bresciane. Tutto ciò propizia la quasi totale assenza di nebbie invernali e una ridotta afa durante l’estate. Impossibile non citare i cosiddetti “broli”, piccoli fazzoletti di vigna cintati dai tradizionali muretti a secco; tra questi spicca il vigneto “Giardino”, mezzo ettaro allevato a pinot nero, ubicato esattamente sotto le finestre della villa di famiglia.

La scelta di agire secondo il protocollo BIO è una scelta voluta, oltre che dovuta, e soprattutto un atto di coerenza nei confronti dell’adesione al Protocollo ITACA. Lo stesso ha come obiettivo l’analisi dell’impronta carbonica dell’azienda nel suo complesso, e quindi anche di ogni singola bottiglia prodotta. Oltre a ciò l’impegno di Lucia e Giulio prosegue anche in cantina, attraverso l’utilizzo di materiali e risorse necessarie alla produzione. Tra le tante azioni compiute vi è ad esempio il recupero dall’acqua piovana utilizzata per il pre-lavaggio delle cassette di raccolta dell’uva, inoltre la scelta delle bottiglie è orientata verso un materiale più leggero prodotto da una nota vetreria italiana situata a soli 100 km dall’azienda.

Mosnel aderisce anche al progetto di studio BIOPASS sulla biodiversità dei terreni biologici, inoltre è da annoverare tra le prime aziende italiane a disporre di un atomizzatore a recupero, un sistema che porta a un risparmio di oltre il 40% dei trattamenti e riduce fino al 92% l’effetto deriva, ovvero la dispersione dei trattamenti al suolo.

Ma veniamo alla degustazione.-Ho avuto modo di apprezzare due etichette che indubbiamente rappresentano la storia della cantina, il risultato di tanti sforzi compiuti nell’arco di quasi cinquant’anni di attività.

Franciacorta Pas Dosé

Crediti Danila Atzeni

Mosnel ha sempre dimostrato un’attenzione particolare rivolta al futuro. Non sto parlando di inutili peripezie atte a voler mostrare l’avanguardia a tutti i costi e il più delle volte fine a sé stessa, semmai del rispetto profondo per la tipologia di vino prodotto, anche in un’epoca in cui i dosaggi ridotti all’osso non erano esattamente all’ordine del giorno. Nel 1980 esce la prima etichetta di Pas Dosé, ovvero una versione di metodo classico che riporta un residuo zuccherino inferiore ai 3 grammi/litro, a mio avviso il modo migliore per apprezzare questa particolare categoria di vini.

Il blend è composto da chardonnay 60%, pinot bianco 30% e pinot nero 10%. Dopo la pressatura soffice delle uve, la massa fermenta in vasche d’acciaio inox a temperatura controllata e una piccola parte in piccole botti di rovere per circa 6 mesi. Si prosegue con l’assemblaggio dei vini base e la seconda fermentazione in bottiglia secondo il Metodo Classico, l’affinamento questa volta è almeno di 30 mesi.

Bollicine fine e regolari amplificano in controluce la vivacità di colore, una tonalità paglierino calda, solare. Al naso il contributo del pinot bianco dipinge un quadro con pennellate floreali di biancospino, acacia, mimosa su un letto di agrumi freschi quali cedro e mandarino; nitida la nota di calcare frammista a spezia dolce, che sa di pepe bianco e leggero smalto, ad impreziosire l’insieme. Non è finita, a circa 10-15 minuti dalla mescita emerge un ricordo di frolla e crema al limone, a suggellare un insieme dove l’eleganza è l’aspetto principale. In bocca l’incisività cremosa del pérlage stuzzica i recettori del gusto, l’acidità sostenuta rimanda ai frutti descritti, e ciò che convince appieno è l’impronta salina che fa pensare al terreno d’origine. L’ho abbinato ad un crudo di gamberi con avocado e spicy mayo.

Franciacorta Satèn Millesimato 2017

Crediti Danila Atzeni

Indubbiamente, quando si parla di Franciacorta Satèn, gli estimatori e i diversamente simpatizzanti si equivalgono, in termini numerici. Tuttavia, quando si pensa al Mosnel, entrambe le categorie trovano un punto d’incontro, perché la cantina di Camignone è stata in grado, negli anni, di elevare suddetta versione di Metodo Classico – caratterizzata da una pressione inferiore (4.5 atmosfere) – ai massimi livelli, e tutto ciò è universalmente riconosciuto, non sono certo il primo a scriverlo.

Prodotto per la prima volta nel 1996, il Brut Millesimato 2017 che mi appresto a degustare affina 36 mesi sui lieviti; una piccola parte della massa fermenta sempre in barrique. Chardonnay 100%, versato all’interno del calice mostra una verve cromatica vivace, paglierino caldo amplificato in termini di lucentezza da un pérlage fine e regolare. Il respiro è in levare, austero ed elegante, non ostenta esuberanza di toni dolci, accattivante il ricordo di frutta a polpa gialla e agrume, litchi e tanta scorza di limone, ben presto biancospino unito a mandorla tostata; con lenta ossigenazione suggestioni di pietra polverizzata e toni di pâtisserie, mentuccia.

In bocca cattura l’attenzione il ritorno agrumato che si traduce in freschezza, rimanda al succo di limone accompagnato da toni dolci e guizzi sapidi che fanno pensare al fleur de sel; persistenza pressoché infinita per un vino che scivola via con disinvoltura, impegna il giusto senza strafare tanto da risultare “pericoloso” a tavola. In due, a cena, la bottiglia è quasi finita ancor prima del secondo piatto, ovvero un rombo al forno con patate, aglio e rosmarino che consiglio vivamente in abbinamento.

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Crediti fotografici Mosnel, salvo dove indicato

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