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Est modus in rebus

Le mie bevute di fine d’anno sono state particolarmente morigerate. Niente bottiglioni da combattimento, niente cru esoterici, niente etichette rare. Nessun vino della festa, insomma. Solo vini semplici, almeno sulla carta. E semplici sono stati, anche nei fatti. Due stappature, però, rivestono per me un significato che esce dai confini dell’esperienza privata per mostrare alcuni aspetti esemplari. Aspetti esemplari degni, se non di una trattazione estesa, di un piccolo pezzo settimanale.

Il primo rosso è stato un Borgogna giovane, anzi giovanissimo: un 2021. Prodotto dagli Chapuis, due giovani fratelli attivi a Pommard dal 2009, era un Savigny-Les-Beaune di incredibile energia fruttata: una sorta di esplosione di lamponi e amarene capace di macchiare di rosso tovaglie e vestiti dei commensali in un raggio di sei metri.
Data l’età infantile e l’estrazione delicatissima, quasi da rosato, mancava di densità, ma compensava con una beva inarginabile, succosissima, compulsiva.
Gli scarni dati tecnici di base (vigne in regime bio, fermentazioni spontanee, poca anidride solforosa, etc) sono disponibili smanettando in rete. L’elemento per me centrale è la certificazione del volume alcolico: 12,5 gradi.

Qualche sera dopo il secondo rosso dell’articolo è stato uno stilizzato Barbaresco 2018 dei Produttori omonimi. Una casa vinicola assurta all’interesse del mercato internazionale – dopo decenni di lavoro serio ed evidentemente trascurato dai bevitori stranieri, a esclusione dei veri connaisseurs – grazie ad alcuni mega punteggi arrivati pochi anni fa dalla stampa nordamericana.
Non si trattava di uno dei loro celebri cru, ma del Barbaresco “annata”. Un vino anche qui sapientemente estratto, senza alcun eccesso o slabbratura nella dote tannica. Un vino anche qui piacevolmente fruttato, sia pure in una versione meno detonante, più classicamente virata verso il frutto candito. La differenza che rimarco tra i due vini, s’è capito, sta nel contenuto alcolico: qui sui 15 gradi (il che peraltro può benissimo significare 15 gradi e mezzo, o giù di lì, visto che la legge italiana permette di indicare mezzo grado in meno del dato effettivo).

L’intera forma che assumevano i due vini al palato era quindi del tutto differente. E non nel senso, ovvio, delle macrodifferenze territoriali, ampelografiche, storiche, eccetera. Un Savigny-Les-Beaune è un Savigny-Les-Beaune, un Barbaresco è un Barbaresco, guarda un po’. Ma nel senso della presenza di un involucro bruciante, nel caso italico, assente invece nel rosso borgognone. Si dirà: i grandi rossi langaroli sono sempre molto alcolici. Vero. C’è però un di più. Un di più che cambia il quadro generale. Una frazione di alcol in eccesso che squilibra e deforma l’intera immagine sensoriale del vino.

Est modus in rebus, sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum: “vi è una misura nelle cose, vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”, recita la celebre sentenza di Orazio.
Temo che quel confine sia sempre più spesso superato in terra langarola. Purtroppo.

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