Adattarsi al gusto del tempo: le Colline Teramane alla sfida della bevibilità

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Diceva il buon Darwin che nella selezione naturale, a sopravvivere non è il più forte, ma quello capace di adattarsi meglio al mutare del contesto. Durante la quarta Anteprima del Colline teramane Montepulciano d’Abruzzo docg – la prima sotto l’egida del Consorzio vini d’Abruzzo, che ha assorbito il precedente consorzio teramano – una trentina di assaggi alla cieca hanno delineato un quadro del prodotto significativamente diverso rispetto ad un passato non troppo lontano, restituendo la sensazione di un vino che sembra orientarsi verso una maggiore prontezza e facilità di consumo. D’altronde, è ormai fatto noto che il mercato mondiale – quello dei numeri importanti, non la nicchia dei premium wines da collezione – non ne vuole più sapere di vini rossi alcolici e strutturati, sempre più in crisi. La possibilità di commercializzare il prodotto dopo solo un anno senza invecchiamento obbligatorio in legno – come stabilito dal cambio di disciplinare di qualche anno fa – ha consentito ai teramani di offrire vini più vicini ai gusti del grande pubblico, senz’altro più freschi e dinamici, cercando tuttavia di mantenere una certa complessità. Durante le degustazioni dell’Anteprima questo cambio di paradigma è emerso chiaramente, confermando l’alta qualità complessiva e l’indubbia vocazione “rossista” delle Colline Teramane.

I terreni delle Colline Teramane, di origine alluvionale, hanno una composizione mista di argilla, sabbia, limo e ghiaie, che varia a seconda della prossimità alla montagna o al mare e dell’altitudine. Solitamente, la presenza costante di argilla garantisce in tutta la zona la produzione di vini con pigmentazioni molto intense, sensazioni olfattive complesse, ricchi di alcol, morbidi e longevi. Queste caratteristiche sono un po’ “croce e delizia” per la denominazione. Se, fino a non molto tempo fa, struttura, potenza, ricchezza estrattiva erano qualità ricercate sui mercati di tutto il mondo, è evidente che ormai il consumo di vini rossi sia cambiato radicalmente, orientandosi verso la ricerca di maggior bevibilità, freschezza e “croccantezza”. Le ragioni di questo cambiamento, che comprendono fattori ambientali, sociali e culturali, sono molteplici e complesse, e non verranno analizzate in dettaglio qui. Tuttavia, è innegabile che tutte le grandi denominazioni di vini rossi devono adattarsi a questa nuova tendenza di consumo.A maggior ragione se ti chiami Montepulciano d’Abruzzo ed hai nel DNA un’identità e un carattere che non fanno certo della grazia espressiva e della leggiadria i tuoi punti di forza.

Ricordiamo, solo per completezza d’informazione, che nel nuovo disciplinare si antepone il nome geografico (Colline Teramane) a quello della denominazione storica (Montepulciano d’Abruzzo), in modo da identificare immediatamente la denominazione con la zona geografica di produzione, ossia con “il luogo geografico determinato”, così come previsto dalla normativa UE. Dal punto di vista ampelografico, il vitigno montepulciano deve essere minimo 90%, con un saldo consentito di sangiovese fino a un massimo del 10%. La resa massima di uva ammessa alla produzione dei vini non deve essere superiore ai 95 quintali per ettaro. Il vino, nella sua menzione classica, può essere immesso in commercio a partire dal 1° novembre dell’anno successivo alla vendemmia, mentre per la menzione “riserva” gli anni devono essere almeno tre, di cui almeno uno in botti di legno.

Il “vento di cambiamento” è stato sintetizzato chiaramente nel discorso di Enrico Cerulli Irelli, presidente uscente del vecchio consorzio teramano: “L’introduzione di una versione giovane ha richiesto un po’ di tempo per essere assimilata dai produttori, ma oggi possediamo qualche anno di esperienza e vediamo emergere le prime espressioni. Questo, senza trascurare l’identità del vitigno e del territorio, che rimane prioritaria. Il montepulciano declinato nelle Colline Teramane difficilmente risulta un vino privo di struttura e consistenza, ma con attenzioni sia in vigna che in cantina e con scelte precise, come macerazioni più brevi e vendemmie oculate che seguano la maturazione e puntino a ottenere vini più freschi, può dar vita a un vino ancora importante, ma meno impegnativo per il palato comune”.

In conclusione, questa “nuova” via del Colline Teramane mi sembra inizi a dare messaggi convincenti. Una vivacità diffusa, belle espressioni del frutto, dosaggi del legno più equilibrati rispetto al recente passato e, sicuramente, una maggior coerenza ed omogeneità (verso l’alto) rispetto a quanto si trova nel resto della regione. L’impressione è che, così come oltre vent’anni fa i teramani furono “pionieri” in Abruzzo per la ricerca di una differenziazione riconosciuta (ottenuta con la docg nel 2003), anche oggi siano un passo avanti rispetto al resto di una regione che si trova di fronte ad una grande sfida: rendere il proprio vino simbolo, il  Montepulciano d’Abruzzo, più contemporaneo ed “accessibile”, senza rinunciare alla propria natura e alla forte identità che l’ha sempre contraddistinto. Attendiamo curiosi (e fiduciosi).

Franco Santini

Franco Santini (santini@acquabuona.it), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!

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