Diari ilcinesi ’23: Fornacina

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La personalità di Simone Biliorsi, vignaiolo autentico e autoctono di Montalcino, è fortemente influenzata dall’umiltà. Governa con messianico rispetto e sano pragmatismo una vigna assai piccola (5 ettari) che in realtà sono due: la prima sta alla Fornacina, sede della cantina e della casa avita, disposta sul costone nord orientale di Montalcino fra argille e galestri, antica terre di fornaci che si avvantaggia dei suoi 400 metri di quota e della vicinanza di un bosco; l’altra sta a Cava dell’Onice, a Castelnuovo dell’Abate, quindi nel versante sud dello scacchiere vitato ilcinese: uno scrigno di alabastri dai suoli scistosi, ricco di microelementi minerali.

Fornacina è stata fra le primissime cantine di Montalcino a fregiarsi della certificazione biologica, in tempi in cui qui nessuno ci pensava. Prima di lui solo Salicutti, e poi non so.

Il pezzo migliore di questa storia sono i vini, in special modo il Brunello di Montalcino, di ammirevole coerenza e riconoscibile identità. Aulici e rigorosi, concreti e terragni, fanno della inesauribile propulsione sapida-minerale la loro ragion d’essere e la loro fonte di distinzione. E poi gli umori, gli umori di cui si intridono, fra ghianda, sottobosco e alloro, da sempre la loro firma.

Il Brunello 2018 si muove su questi registri. Semmai l’annata “docile” gli ha portato in dote una maggiore capacità di dettaglio e una ampiezza di trama particolarmente rilassata, limandone la tipica scorza austera, sia pur restando fedele alla consueta rigorosa sua espressività.

Qui in fondo è dove la saldezza si schiude in sapore, sapore autentico, sapore che resta. Come questa storia, una storia di dedizione e impegno, senza prosopopea e senza compagnie cantanti: piccola e pura, di una bellezza semplice.

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Contributi fotografici dell’autore

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FERNANDO PARDINI

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