La Langa e l’Alta Langa secondo Ettore Germano. Curiosità, affetto, dedizione

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Non posso farci niente, è più forte di me; il richiamo della Langa, durante il periodo autunnale, si fa “assordante” tanto quanto un concerto degli U2 eseguito all’interno di una palestra delle scuole medie. Scherzi a parte, l’unico rimedio possibile per tornare alla normalità è recarmi tra queste colline almeno due o tre volte. A distanza di qualche settimana, s’intende. I motivi sono molteplici: la bellezza del paesaggio, quell’atmosfera unica che ha fatto guadagnare alla Langa la nomina di Sito Unesco (assieme a Roero e Monferrato), la cucina locale ricca di tradizione e di materie prime di alto livello, l’ospitalità delle persone e, per ultimo – ma non in termini d’importanza – il vino e tutto ciò che ci gravita attorno.

Ho incontrato Elena Bonelli qualche settimana fa presso la cantina di famiglia ubicata a Serralunga d’Alba, uno degli undici comuni dov’è possibile produrre il celebre Barolo. Assieme a suo marito Sergio Germano, titolare effettivo dell’azienda Ettore Germano, porta avanti un’attività di famiglia avviata nel 1856. Sergio, durante il periodo in cui ho visitato la cantina, era impegnato a fare promozione negli Stati Uniti; è inutile ricordare quanto il Barolo venga apprezzato in tutto il mondo, ormai è stabilmente tra le denominazioni più prestigiose a livello planetario. Alcune Mga (Menzioni Geografiche Aggiuntive) appartenenti al vino caro a Camillo Benso conte di Cavour, scontano ormai prezzi esorbitanti. Alludo ovviamente al costo di un singolo ettaro di terra, che va dai 200.000 a 1,5 milioni di euro.

Ho incontrato Sergio in diverse occasioni: in cantina tanti anni fa, presso alcune manifestazioni dedicate alla stampa e durante le classiche fiere enologiche. Il destino stavolta ha voluto che mi confrontassi con il lato femminile dell’azienda, rappresentato egregiamente dalla moglie Elena e dalla figlia Maria. Elena, oltre a nutrire una profonda passione per il territorio dov’è nata e cresciuta, è una sorta di memoria storica, e non si risparmia nel raccontarci aneddoti interessanti. Abbiamo parlato di un sacco di progetti passati e futuri, e di quanto il mondo del vino sia cambiato negli ultimi 25 anni. Dall’evoluzione dell’Alta Langa ai successi conseguiti non soltanto grazie alla gamma dei Barolo, ma anche grazie al Langhe Riesling Hérzu, tra i bianchi più importanti del territorio, e poi le attenzioni riservate alla Nascetta, vino-vitigno sorprendente che ho avuto modo di approfondire grazie a una mini-verticale.

Il tour in alcuni vigneti storici di Serralunga (Cerretta, Lazzarito, Prapò, Vigna Rionda) è d’obbligo, per carpire la profondità a 360° dei vini che da lì discendono ed apprezzare le affascinanti sfumature cromatiche del foliage autunnale, ciò che caratterizza la Langa nella stagione più bella dell’anno. All’appello manca soltanto quel velo di nebbia che rende l’atmosfera a tratti onirica. Oramai è sempre più rara anche in Piemonte, ed è un dato di fatto. Per fortuna è rimasto tanto buon Nebbiolo.

Scherzi a parte, la Mga che più di tutte rappresenta il cuore pulsante dell’azienda, dove tutto è nato insomma, è Cerretta, raggiungibile comodamente a piedi una volta varcata la soglia della proprietà. Come già anticipato, l’attività storica ha inizio nel 1856: quattro ettari di vigna alla Cerretta, ma non solo; venivano coltivate anche pesche, ciliegie e altre piante da frutto. Alberto e Francesco Germano ne furono i pionieri. Occorre fare un salto in avanti e arrivare fino agli anni Sessanta, epoca in cui Ettore, colui che darà il nome all’azienda attuale, ebbe la felice intuizione – grazie anche alla moglie Rosanna – di ampliare l’attività, passando dalla sola viticoltura alla produzione vinicola.

Cresciuto in vigna, sviluppò un grande amore per la viticoltura, tanto da diventare un abile e appassionato innestatore. Sergio ha preso tanto dal carattere del padre, come la capacità visionaria di andare oltre il classico dato di fatto e il non fermarsi davanti agli ostacoli, cercando di migliorarsi sempre allo scopo di raggiungere livelli inaspettati. L’aneddoto che ci racconta Elena è quanto mai esaustivo in tal senso. ” Il papà di Sergio, Ettore (scomparso nel 2005), avvertì la necessità, già negli anni ‘60, di ristrutturare i vigneti con selezioni di viti innestate da lui stesso, a grappolo spargolo, acini piccoli e buccia croccante, vocate a produrre vino di qualità e meno sensibili a certi parassiti.”

Nel 1975 viene costituita l’Azienda Agricola Ettore Germano. La vinificazione e l’imbottigliamento divengono man mano più consistenti e inizia così il primo commercio di pochi ettolitri di vino venduti a clienti privati e ad amici. L’attività cresce sempre più e nel 1985 Ettore – nel frattempo diplomatosi alla Scuola Enologica di Alba – attua il primo sostanziale cambiamento, passando dalla mera viticoltura a un’attività più completa, che comprende anche la vinificazione e l’imbottigliamento.

Nel 1988 escono le prime 5000 bottiglie. Sostanzialmente vengono immessi nel mercato i vini classici di Langa: Barolo, Dolcetto e Barbera, assieme a una piccola produzione di Chardonnay. Nel 1993 la svolta epocale: l’uva prodotta viene interamente vinificata e imbottigliata. Nel 1995 avviene l’acquisizione, a Serralunga d’Alba, di circa due ettari di Cerretta, e contestualmente inizia l’avventura in Alta Langa, per la precisione a Cigliè (CN), consistente nella sfida di produrre grandi bianchi a base chardonnay e soprattutto riesling renano.

A cavallo del nuovo millennio la famiglia Germano si allarga: nel 1998 nasce Elia e nel 2001 Maria, che ho avuto il piacere di conoscere in cantina. Gli anni successivi segnano l’acquisto di un altro ettaro in zona Prapò, uno di Lazzarito, un altro a Pradone (appendice del Lazzarito) e un ultimo sempre alla Cerretta, che ad oggi contempla il maggior numero di ettari vitati, ovvero 6.5. La proverbiale ciliegina sulla torta arriva grazie a un’eredità: mezzo ettaro di vigna facente parte di una delle Mga più note dell’universo Barolo, Vignarionda. In totale gli ettari vitati a Serralunga d’Alba sono quindi 10.

Sergio però non si accontenta. Contestualmente agli ottimi risultati conseguiti in Alta Langa grazie al Langhe Riesling Hérzu (e non solo), decide di entrare nel mondo delle bollicine Metodo Classico dalla porta principale, arrivando oggi a produrre ben 4 etichette di Alta Langa Docg. Si tratta dunque di un totale di 12 ettari di vigna a Ciglié, dove le altimetrie variano tra i 550 e i 600 metri sul livello del mare e i suoli sono particolarmente calcarei e ricchi di scheletro. La natura a tratti selvaggia appare meno “ordinata” che non in Langa, e la presenza dei boschi si estende a perdita d’occhio, delineando un ambiente ricco di biodiversità caratterizzato da importanti escursioni termiche. I grappoli risultano più piccoli e vi è maggiore concentrazione sulla buccia.

Riguardo la filosofia in vigna lascio nuovamente la parola a Elena. “Proprio per il rispetto dei nostri predecessori continuiamo a mantenere un approccio basato sulle necessità primarie dei vigneti e dei loro cicli biologici, senza forzature e accanimenti. La soddisfazione più grande sta nel vedere il risultato del nostro lavoro raggiunto, nonostante le difficoltà“.

Questo risultato è il frutto di diverse azioni attuate in maniera meticolosa. Nel dettaglio: monitoraggio tramite stazioni meteorologiche aziendali per essere tempestivi ed essenziali nei trattamenti fitosanitari; taglio dell’erba nel sottofila con sfalcio manuale; potatura, legatura e zappatura sempre manuali; concimazioni con stallatico; lotta biologica tramite confusione sessuale per la tignoletta; sovesci con leguminose e crucifere per ottimizzare la sostanza organica; vendemmia manuale in cassette arieggiate.

Occorrono circa 800 ore di lavoro per ettaro, di cui oltre il 90% manuali. La stessa sensibilità viene applicata in cantina, allo scopo di non rovinare ciò che è stato fatto in vigna, o peggio ancora mortificare il dono offerto da madre natura, che in Langa è stata indubbiamente generosa. L’uso del legno è sempre commisurato alla materia prima che deve ospitare, e funge da mero contenitore, nulla di più. La collaborazione con diversi produttori di botti (francesi, austriaci, italiani) serve a marcare meno il vino. Grande attenzione è riservata alle chiusure con capsule a vite (Stelvin), una tecnica che consente di aggiungere meno solfiti durante la fase d’imbottigliamento.

Veniamo ora agli assaggi effettuati in cantina. Avremo modo di approfondire anche l’aspetto morfologico dei suoli per capire le sostanziali differenze, riscontrate nei vini, nonostante i pochi chilometri che separano una Mga dall’altra.

Alta Langa Extra Brut 2019

Assemblaggio di uve pinot nero 70 % e saldo di chardonnay. Affina per un minimo di 30 mesi sui lieviti. Paglierino solare e luminoso, perlage a regola d’arte. Sin da subito si avverte una sfumatura di fiori bianchi lievemente appassiti, scorza di cedro, frutta secca (nocciola tostata), ribes bianco e tanto calcare. Al palato è un’esplosione di agrume, il frutto tuttavia appare opportunamente maturo e lega perfettamente con la sapidità, vero asso nella manica in grado di mostrare il potenziale delle vigne di Ciglié. Buonissimo.

Alta Langa Riserva Blanc de Blancs Pas Dosè 2016

Questa volta i mesi sui lieviti sono 65 e le uve esclusivamente di chardonnay. Manto paglierino oro antico, bollicina fine e regolare, per nulla evanescente. Toni nettamente più sinuosi al naso: pasticceria secca, miele d’acacia, ananas disidratato. Trascorsi 10 minuti dalla mescita, ad impreziosire l’insieme affiorano ricordi di yogurt, liquirizia dolce e lieve smalto. Il perlage è setoso, carezzevole; si avverte maggiormente lo spessore del vino, inserito in un contesto gustativo dove la freschezza non manca, men che meno la profondità.

Breve inciso: l’azienda, con il passare degli anni, ha intuito che la fermentazione alcolica in serbatoi di acciaio verticali con macerazione di circa 10 giorni sulle bucce, seguita da un affinamento in anfore di terracotta per 8/10 mesi, rendono il Langhe Nascetta promettente e particolarmente equilibrato. Anche la longevità mi ha stupito, ciò che ho avuto modo di appurarlo mediante la verticale che segue.

Langhe Nascetta 2021

Paglierino vivo, solare e caldo. Il naso mostra un frutto tropicale dolce, piacevolissimo e privo di eccessi; affiora anche il miele d’acacia, seguito da pennellate floreali e un accenno alla maggiorana. Acidità spinta, supportata da un corpo medio e da un allungo sapido che travolge il palato. Lo fa con stile e sobrietà. Alcol in etichetta: 11.5 % Vol. Non credo ai miei occhi.

Langhe Nascetta 2014

Tonalità oro caldo, bella lucentezza. Timbro olfattivo dolce, sinuoso, il miele agli agrumi fa capolino, e il caramello, unito ad una parte floreale gialla (leggermente acre), suggella il quadro non prima di aver palesato la sua incessante mineralità. Ritrovo quest’ultima anche in bocca, travolgente e allineata ad una freschezza che non latita affatto. Anzi.

Langhe Nascetta 2013

A dieci anni dalla vendemmia questo vino convince soprattutto per la totale assenza di sbavature, tanto al naso quanto al palato. Anche il colore mostra lucentezza nella sua tonalità oro caldo. Naso nettamente più “dolce” rispetto al vino precedente, ma legato sempre a un ricordo di frutta mai stucchevole: ananas disidratato, pesca matura e un risvolto di calcare e smalto. Pepe bianco in chiusura. Anche in bocca mostra garbo, equilibrio e profondità, in totale assenza di alcol percepito nonostante l’annata calda. Godurioso.

Langhe Riesling Hérzu 2022

Paglierino chiaro, riflessi beige-verdolini, buon estratto. Naso esplosivo, in questa sua prima fase vitale. Il frutto appare “carnoso”, sembra quasi di morderlo: pesca noce, nespola e maracuja, pietra frantumata e, dopo lenta ossigenazione, un lieve accenno agli idrocarburi. In bocca mostra tutta la sua gioventù, in un sorso che si offre secondo un tratto ben definitio, dove la freschezza risulta in leggero ritardo sulla sapidità: è più che normale, il vino in questa fase è impegnato a stemperare tutta l’irruenza del terroir.

Langhe Nebbiolo 2022

Rubino/granato di media trasparenza ed estratto. Naso elegante, arioso e impregnato di frutti di bosco spremuti, cosmesi, pepe rosa e un accenno alla viola. Dal tannino già piuttosto godibile, è un vino goloso da matti. Danza in bocca, e non alludo a una ballerina del Teatro alla Scala, semmai a un palestrato con un gran senso del ritmo.

Barolo Cerretta 2017

Cerretta è una Mga di Barolo dai suoli argillosi e molto calcarei. La vigna in questione ha cinquant’anni ed è esposta a sud – sud est ad un’altezza pari a 350/400 metri s.l.m. Granato splendido, vivo, di grande trasparenza. Frutto maturo di amarena e susina nera, Boero e spezie dolci che rimandano alla pasticceria natalizia. Dopo opportuna ossigenazione affiorano suggestioni balsamiche e di terriccio umido. Il sorso è di grande spessore, lunghissimo, privo di qualsivoglia eccesso; mi riferisco alla parte alcolica, nonostante le peculiarità dell’annata, che verrà ricordata a lungo per l’estrema siccità e il caldo afoso.

Barolo Vignarionda 2017

Tra le Mga più ambite, Vignarionda è caratterizzata da un terreno marnoso e prevalentemente calcareo. La vigna è stata impiantata dieci anni fa ed è esposta a sud ad un’altezza di circa 330 metri s.l.m. Elena mi confida che erano presenti un 30% di raspi in fase di macerazione. Granato dai riflessi rubino, possiede una tonalità chiara e luminosa. Trascorsi 15-20 minuti dalla mescita rivela un quadro olfattivo incentrato su toni “sanguigni”: tracce ematiche-ferrose, grafite, arancia rossa sanguinella matura, rossetto, amarena, finanche erbe officinali. Evolve di continuo, ingentilendo di volta in volta i toni. In bocca il tannino è ancora piuttosto graffiante e pur tuttavia dolce; anche la freschezza è in primo piano, così come la sapidità. Questa, in fondo, è la dimostrazione che anche in annate problematiche è possibile portare a casa una materia prima di assoluto livello. Torniamo al discorso delle 800 ore di lavoro manuale per ogni ettaro vitato. Ça va sans dire.

Barolo Lazzarito Riserva 2017

La Mga Lazzarito chiude il cerchio. La vigna in questione, “splendida novantenne”, è stata acquistata da Sergio nel 2003 ed insiste su un terreno calcareo, marnoso, con percentuali di sabbia e ferro piuttosto importanti. Ci troviamo a 320/360 metri s.l.m., l’esposizione è sud-sud ovest. Per questa Riserva ci si spinti fino a 60 giorni di macerazione sulle bucce. Questa volta ritrovo un bel granato chiaro con unghia arancio-mattone. Il respiro aromatico è intenso, articolato, cangiante. Nell’ordine timo e oli essenziali, grafite, curiosi accenti salmastri e la classica amarena matura. Dopo ulteriore ossigenazione il vino si ingentilisce nei toni, svelando la sua parte floreale/speziata: viola in primis, con chiodo di garofano e anice stellato a commento. In bocca mostra tutta la classe del cru di riferimento; il sorso è già piuttosto equilibrato e il tannino ben si contrappone alla rotondità di un frutto ottimamente maturo. Avverto una lunga scia sapida in chiusura, in linea con la freschezza, con quest’ultima ad invogliare la beva. Buonissimo.

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Contributi fotografici di Danila Atzeni

 

Andrea Li Calzi

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in Cantina, e serate dedicate all’enogastronomia, frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla usa compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in Cantina, e serate dedicate all’enogastronomia, frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla usa compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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