Bianchi d’Abruzzo: Trebbiano o Pecorino?

Di • 26 Giu 2014 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio
Stampa questo articolo

degu bianchi Abruzzo 2Sono appena uscito dal tour-de-force degli assaggi “guidaioli” e vorrei condividere con voi le prime impressioni sullo stato di salute enologica del “mio” Abruzzo. Insieme ad Andrea De Palma (Vini Buoni D’Italia) e Roberto Orciani (www.NonSoloTappo.info ) ho passato intere giornate chiuso in una stanza in compagnia di bottiglie, bicchieri e tastiera. Tra discussioni veraci e scambi di opinioni appassionati, quando i fumi dell’alcol mi hanno dato tregua ho provato a tirare le somme e vorrei raccontarvi com’è andata, partendo dai vini bianchi. Nelle prossime settimane, se avrete la bonta di leggermi, seguiranno un pezzo sui rosati cerasuoli e uno sul rosso Montepulciano.

Spero di non essere accusato di superficialità, o di scarsa attenzione al “diverso”, ma penso sia ormai cosa acclarata che l’Abruzzo in bianco si possa riassumere in un confronto a due: Trebbiano vs Pecorino. Come scrissi già qualche anno fa, i vari cococciola, passerina, montonico, malvasie e moscati, secchi, dolci o spumantizzati che siano, restano numericamente e qualitativamente delle minoranze poco significative. Ogni tanto ci scappa la sorpresa – come il buon Montonico di La Quercia, oppure la Cococciola di Coste di Brenta – ma sono risultati isolati frutto della sensibilità e della voglia di sperimentare dei singoli.

L’impressione generale è che il Trebbiano, dopo la ventata di aria fresca portata dagli esperimenti in fermentazione spontanea di qualche anno fa, si sia di nuovo fermato. Il Pecorino invece, il cui successo commerciale si conferma di anno in anno, da segnali di crescita ma i veri picchi qualitativi scarseggiano.

Sul Trebbiano continua a pesare la questione… ampelografica. L’85-90% del trebbiano piantato in Abruzzo è ormai trebbiano toscano, un vitigno che purtroppo ha abbondantemente dimostrato (a parte lodevole eccezioni) di non avere nel Dna i geni del fuoriclasse. Se lavorato con onestà e rispetto è in grado di dare vini piacevoli, corretti, freschi e di bella beva. Bottiglie buone per una bevuta spensierata tra amici una sera d’Estate. Però si ferma lì.

degu bianchi Abruzzo 3Valentini, per una magica congiuntura tra uomo, vitigno (il “vero” Trebbiano Abruzzese) e territorio, continua ad essere unico ed inimitabile: il 2010 presentato quest’anno è per finezza dei profumi, progressione gustativa e spontaneità di un altro pianeta. Poi i soliti noti, ma senza slanci emotivi particolari. C’è Pepe, col suo 2012 sapido e vero (a proposito, qualche sera fa mi è capitato fra le mani un Trebbiano 2004 da mandar fuori di testa: se lo trovate non lasciatelo scappare!). Poi il Notàri di Nicodemi, il Fonte Cupa di Montori, il Castello di Semivicoli di Masciarelli (buona anche la versione La Botte di Gianni), il Castellum Vetus di Centorame, il Trebbiano di Valori e le fermentazioni spontanee di Valle Reale, il C’Incanta di Tollo e l’Anfora di Cirelli (come dire Golia vs Davide). Però, nome più nome meno, avrei potuto scrivere le stesse cose l’anno scorso, o l’anno prima ancora. Considerando il peso storico e numerico che il Trebbiano riveste in regione sarebbe bello scoprire qualche sorpresa in più!

Sul fronte Pecorino, come anticipavo, ho registrato una qualità media degli assaggi in crescita rispetto al passato, soprattutto dal punto di vista dell’impatto gustativo, vero punto di forza di questo vitigno. Le versioni edulcorate, tagliate e ruffiane di qualche sessione fa sembrano in diminuzione, a vantaggio di vini di buona sapidità, freschi e strutturati allo stesso tempo, indubbiamente piacevoli. Probabilmente iniziano a contare l’esperienza accumulata dai produttori e la maggior maturità degli impianti (che hanno avuto il boom degli innesti nella prima decade degli anni Duemila). E’ però vero che sia sul fronte della qualità media che su quello dei picchi espressivi la distanza da altri grandi autoctoni bianchi di riferimento, come fiano e verdicchio, è ancora tanta.

degu bianchi Abruzzo 4Il Cataldi-Madonna-style – profumato, elegante, agrumato, di acidità tagliente e grande facilità di beva – ha fatto proseliti. Sono vari i tentativi di imitazione che però spesso non fanno i conti col ruolo del territorio. Il Pecorino nasce e resta un vitigno di montagna: le sfaccettature aromatiche e la verticalità gustativa che nascono nell’Abruzzo interno non possono trovare riscontro nelle coltivazioni della costa adriatica. Quello di Cataldi resta quindi un vino unico nel panorama regionale (tra l’altro quest’anno anche il “base” Giulia 2013 è spettacolare): si può discutere se e quanto sia rappresentativo del Pecorino d’Abruzzo, ma non v’è dubbio che sia un grande vino bianco.

Per il resto, alcune conferme a qualche bella sorpresa. Mancavano in batteria due vini di piccoli produttori che su questo vitigno da anni lavorano bene, il teramano Faraone e il pescarese Tiberio, oltre al Pecorino di Pepe ancora in affinamento. Conto di recuperarli e di darvene eventuale segnalazione nelle note. Tra i migliori ricordo allora il Giocheremo con i Fiori di Torre dei Beati, un’ottima prima uscita del Pecorino Castello di Semivicoli di Masciarelli, il Pecorino spontaneo e vero di Marina Palusci, piccola azienda che fa anche ottimi oli, e il bellissimo esordio di De Fermo, vicino di vigna di Valentini, che dopo essersi distinto per il rosso va a segno quest’anno con un bianco sapido e profondo.

Si ringrazia per le foto Roberto Orciani

Share
Parole chiave: , , ,

Lascia un commento