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Quaderni montalcinesi/3. Fonterenza, Marino Colleoni

FONTERENZA

Per Margherita e Francesca Padovani, le gemelle di Fonterenza, la genuinità del gesto agricolo significa fede incorrotta negli equilibri naturali. Non c’è altra strada, per fare agricoltura. Al punto tale che, sia pur certificata, la loro agricoltura bio (decisamente orientata alla biodinamica) non intendono rivendicarla in etichetta. Non gli importa niente di questo tipo di visibilità (pensa te la purezza) e poi c’è che a Fonterenza hanno fatto della discrezione e della indipendenza i valori fondanti di un agire diverso.

Margherita in campagna, Francesca in cantina. Con qualche ettaro di vigna in un luogo di luce e vento chiamato Podernuovi, nel versante orientale di Montalcino, fra San Polo e San Polino, dove le argille concorrono a delineare vini robusti, profondi, con una tattilità cremosa e un tannino vibrante dal timbro austero e liquirizioso. Lenti nell’esprimersi, portati per i lunghi invecchiamenti, ti ripagheranno con sorsi spontanei e autentici.

Ma il loro mondo è fatto anche di sinergie. E così, dall’acquisto di uve presso fidati colleghi d’altri luoghi – a Capalbio, Certaldo, Cinigiano – ecco che nascono dei bianchi (da uve locali) terragni e saporiti, grintosi e veraci, concepiti secondo uno stile ossidativo.

Di queste giovani donne ne ammiro la determinazione e al contempo la sobrietà comportamentale. I loro gesti vanno al cuore del discorso perseguendo un approccio alla terra fatto di pragmatismo e idealità. La loro presenza non urlata nell’affollato contesto ilcinese, la distanza che mettono fra le loro vite e i riflettori del circo mediatico (che non intendono frequentare), ne avvalora la personalità e chiede rispetto.

E’ questo l’artigianato che vorrei.

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PODERE SANTE MARIE – MARINO COLLEONI

Uno dei momenti più belli. Io e Marino Colleoni finalmente da soli, su due piccoli scranni alle porte della cantina, a parlare. Di una storia che già aveva preso un’altra piega, se non fosse per quello strano accadimento ottobrino di tanti anni fa, con quei grappoli spuntati all’improvviso dal culmine di un pioppo, nel bosco fitto davanti casa, nello splendido isolamento d’altura di un podere (Sante Marie) alle porte di Montalcino in cui lui e sua moglie avevano deciso di andare a vivere, reduci dalla precedente vita bergamasca.

Da quel segnale rivelatorio Marino partì da zero, con un vigneto piccolo da poter piantare e censire a Brunello, avviandosi così verso il mestiere nuovo.

La sua visione “obliqua” delle cose, e il profondo rispetto nutrito verso ogni espressione che sia forza di natura, hanno partorito il miracolo atteso, dimostrando come anche nel mondo dei santificati-famigerati-discussi-distutibili vini “naturali” (vini senza rete per antonomasia) vi sia la possibilità (anzi, il dovere) di mettere a frutto una corretta enologia. Aggiungendo luce su luce, coniugando cura formale e naturalezza espressiva.

Marino è un partigiano, lui ha scelto la sponda del fiume su cui stare, ma odia i settarismi e l’elitaria supponenza di tutti coloro che intenderebbero anteporre il gesto politico -insito a loro vedere in una viticoltura diversa – al risultato organolettico, ritenendo quest’ultimo un aspetto secondario, terziario, subalterno.

Ecco, anche per questo, e per cento altre ragioni, io sto con Marino.

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Contributi fotografici dell’autore, eccetto la foto di copertina, ricavata dal sito aziendale

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