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Le Langhe all’inizio dell’autunno

Dopo l’anno bianco pandemico sono tornato in Piemonte, nelle celebrate terre in cui nascono il Barolo, il Barbaresco e altri vini illustri. Non sono certo uno specialista della zona, anzi posso bellamente confondere il Bricco Boschis di Castiglione Falletto con il Cannubi Boschis, o trovarmi in imbarazzo dovendo distinguere le confinanti MGA Cerequio e Brunate. All’ennesimo sopralluogo ho però compreso che:

a) la zona di produzione del Barolo ricorda per molti aspetti le Langhe

b) i neofiti dicono: “vado nelle Langhe“; i conoscitori dicono: “vado in Langa“, (e sospetto che i più esoterici e raffinati dicano “vado in Lango“)

c) la macchina turistica delle Langhe autunnali, complice probabilmente il digiuno dell’annata 2020, a metà settembre viaggia già a pieno regime: sembra di stare a Riccione il 14 agosto. Tutti vogliono la loro dose di Barolo/tartufo/tajarin/agnolotti del plin/eccetera. Con annessa visita presso la coloratissima Cappella del Barolo di David Tremlett e Sol Lewitt. Come conseguenza, scordatevi di trovare posto al volo nei ristoranti e osterie più gettonati: occorre una prenotazione di almeno 10/15 giorni in anticipo. Se bastano.

In questo panorama affollato ho condotto pochi assaggi mirati. Mi ha colpito soprattutto un confronto, indiretto e del tutto casuale, tra una vecchia gloria e dei nuovi nati. La vecchia gloria si è appalesata sotto forma di una magnum di Barolo Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba 2003 del mitologico Bruno Giacosa. Una cosiddetta “etichetta bianca” di sontuosa finezza, dai tannini ancora sodi e dalla poderosa progressione finale. Un vino come sempre stilizzatissimo, nonostante la personalità incandescente dell’annata.

I nuovi nati li ho provati tutti con Alessandro Ceretto, della storica casa vinicola omonima. Alessandro lavora il cospicuo ventaglio di vigneti di famiglia da molti anni (più di dieci) in biodinamica. Poi plasma le uve in vini particolarmente trasparenti e puri nell’espressione. Tannini sottili e tenaci, frutto delicato, arco gustativo nitido e armonioso sono tratti comuni nei suoi Barolo e Barbaresco, per restare alle due tipologie principali.

Tra i Barolo 2018 mi sono garbati molto il Bussia, modulato e infiltrante; il Bricco Rocche, dal leggero lato fumé, quasi di carne affumicata; e il Rocche di Castiglione, dalla trama tannica puntiforme e dal limpido finale agrumato. Pure il succoso Prapò si difende assai bene.

Nei fatti mi ha ancora più convinto il primo approccio all’imberbe vendemmia 2019. Sia i Barbaresco, a cominciare da un apollineo Asili, sia i Barolo mostrano una delicatezza di frutto borgognona (ariecco ’sta Borgogna! sì, proprio, bor-go-gno-na: che volemo fa’?). Su tutti, un lirico Rocche di Castiglione, un vino irradiante che a mio avviso si candida a rosso dell’annata all’interno della gamma aziendale; e forse pure all’esterno.

Resta, nemmeno tanto sullo sfondo, la vexata quaestio della deriva alcolica. Tutti questi vini riescono a “vestire” con eleganza un calore alcolico non timido, intorno ai 14 gradi. In altre parole, l’intera architettura del vino regge, è capace di opporre all’alcol dei robusti contrafforti estrattivi. Ma fino a quando i rossi langaroli – e del vigneto europeo classico in generale – riusciranno in questa impresa edile prima che il torrente alcolico non straripi?

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